Russell Crowe compie 56 anni: le sue migliori interpretazioni

Neozelandese di Wellington, Russell Crowe compie oggi 7 aprile 56 anni. Per l'occasione andiamo a scoprire le sue cinque migliori interpretazioni.

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Nato a Wellington, in Nuova Zelanda, il 7 aprile di 56 anni fa, Russell Ira Crowe proviene da una famiglia dell'ambiente cinematografico. Di ascendenze maori, inglesi, tedesche, italiane, norvegesi, scozzesi e gallesi, Russell sognava di diventare giocatore professionista di hockey, progetto che non ha abbandonato subito nonostante già a sei anni avesse cominciato con piccoli ruoli di doppiatore e interprete. Tuttavia, l'amore per la recitazione e l'arte lo spinse ad abbandonare la scuola a 16 anni, cominciando la carriera di cantante e poi spostandosi in Australia a 21, dove ebbe la sua prima parte nel Rocky Horror Picture Show.
Da quel momento cominciò ad avere sempre più ruoli in film televisivi, serie, musical e diventò uno dei volti emergenti del cinema australiano. Dall'inizio degli anni '90, anche Hollywood si accorse di lui e quando nel 1995 apparve in Virtuality al fianco di Denzel Washington e in Pronti a morire con Sharon Stone e Gene Hackman, cambiò tutto.

Negli ultimi 25 anni, Crowe è diventato un punto di riferimento per il pubblico, destreggiandosi tra film storici, commedie, thriller e persino musical, vincendo un Premio Oscar, due Golden Globe, un Bafta, tre Critic's Choice Award, ma soprattutto aprendo le porte a molti altri attori australiani e neo-zelandesi, e cambiando il concetto stesso di interpretazione.
Nella sua lunga carriera, ha dato volto e voce ad alcuni dei personaggi più carismatici, affascinanti e amati di sempre, cinque dei quali li troverete qui di seguito, quelli in cui Russell Crowe ha dato il meglio di sé come attore.

Quel treno per Yuma

Nel 1957, Delmer Daves aveva diretto Quel treno per Yuma, un western tratto dall'omonimo racconto di Elmore Leonard, con protagonisti Glenn Ford (insolitamente nel ruolo di cattivo) e Van Heflin in quelli di un povero allevatore in difficoltà economiche, che accettava di scortare Ford al Treno che lo avrebbe condotto al carcere di Yuma.
Esattamente quarant'anni dopo, James Mangold portò due divi del calibro di Christian Bale e Russell Crowe per il remake, uno dei pochi casi in cui si è riusciti a realizzare un'opera addirittura migliore dell'originale (tra i più famosi western di sempre).
Quel treno per Yuma contava su un cast con Ben Foster, Logan Lerman, Peter Fonda, Alan Tudyk, Gretchen Mol e Kevin Durand, ma fu dominato dall'incredibile sinergia tra Bale e Crowe.

Il primo nei panni di Dan Evans, un povero ma mai domo contadino reduce di guerra, ridotto sul lastrico dai padroni della città. Costretto dall'indigenza in cui versa la sua famiglia, si offre volontario per accompagnare Ben Wade (Russell Crowe) alla stazione di Contention, dove c'è il treno per la prigione-fortezza di Yuma.
Russell Crowe spiazzò pubblico e critica con il suo Ben Wade, capo di una banda di tagliagole feroci che teneva sotto controllo con un carisma e un'astuzia incredibili, capace (infine) di dimostrarsi coraggioso, malinconico e in realtà molto meno carogna di quanto all'inizio sembrasse.
Crowe, abituato a interpretare sempre personaggi positivi, si calò nel ruolo con assoluta maestria, donandoci un villain pirandelliano, elegante, con uno stile molto particolare e seducente. Un incantatore che sapeva diventare spietato, feroce, ma che sotto sotto anelava a quella realtà familiare che il suo improvvisato custode cercava di proteggere. E del quale avrebbe imparato a rispettare coraggio e senso del sacrificio.

L.A. Confidential

L'abile e magnetica penna di James Ellroy ci ha donato romanzi noir e polizieschi tra i più incredibili e sfaccettati di sempre, universi abitati da uomini forti, disperati, sempre sull'orlo del precipizio, a cui però il cinema non ha quasi mai dato il giusto tributo.
L'eccezione è rappresentata da L.A. Confidential, diretto da Curtis Hanson, che fu il trampolino di lancio per Guy Pearce e soprattutto per il nostro Russell Crowe, al fianco di star del calibro di Kevin Spacey, Kim Basinger, James Cromwell e Danny DeVito.
Nella Los Angeles viziosa, corrotta e bellissima degli anni '50, Russell Crowe dovette interpretare il forte, istintivo e coraggioso agente Bud White, uno di quelli sempre al limite, ossessionato dal difendere le donne, che piegava sempre le regole pur di punire i criminali.
Contrapposto a lui c'era l'acuto, opportunista e ambizioso Ed Exley (Guy Pearce) con cui, tra rivalità e amicizia, cerca la verità scomoda che si nasconde dietro a un massacro in una tavola calda.

Crowe fu semplicemente fantastico nel dipingere un personaggio che era in tutto e per tutto quello più umano, coerente e fragile dell'opera. Un bulldozer che travolgeva tutto e tutti, un concentrato di rabbia, idealismo e irruenza, degno erede degli eroi interpretati da Humphrey Bogart, Robert Mitchum, Al Pacino e Gene Hackman.
Oltre alla grande chimica con il suo alter ego interpretato da Guy Pearce, Crowe fu anche molto bravo a creare una love story con la disperata prostituta interpretata da Kim Basinger. Entrambi nati nel fango, entrambi compromessi, crearono una delle migliori coppie "sbirro-pupa" che si ricordino.

Master & Commander - Sfida ai Confini del Mare

Energico, carismatico, duro all'occorrenza ma mai senza cuore, il Capitan Aubrey di Russell Crowe era un vero lupo dei sette mari, ligio al dovere senza mai trattare da esseri inferiori i suoi uomini, per quanto sapesse essere inflessibile quando necessario.
Uomo per il quale gli ordini e la disciplina erano tutto, fascinoso e volenteroso, era sovente contrapposto all'umanitarismo e al mai celato pacifismo del suo migliore amico, il Dottor Stephen Maturin (un grande Paul Bettany), naturalista e mente aperta alle meraviglie del creato.
I loro dialoghi, gli scontri e i concertini erano il sale di un film magnifico per concezione e realizzazione, storico, aggrappato all'oscena realtà degli equipaggi del 19esimo secolo, ma non per questo privo di poesia, di tenerezza e di amore per l'uomo. E anche di ironia.

Crowe fu encomiabile nel mostrarci la dura arte del comando, la solitudine che circonda chi porta la corona o i gradi, la necessità di non mostrare emozioni e di sapere sempre cosa fare, anche quando non lo si sa. E lo mostrò in un film di altissima raffinatezza, un inno al dovere ma anche contro il fanatismo, nonché al concetto che soli si è niente ma assieme si è capaci di tutto.

Il gladiatore

"Ciò che facciamo in vita riecheggia nell'eternità". Questa frase la conoscono tutti nel mondo, assieme ad altre quali "Al mio segnale, scatenato l'inferno" o "Forza e onore".
Se mai ci sarà un lascito di Russell Crowe nella settima arte che nessuno potrà dimenticare, sarà certamente il suo Massimo Decimo Meridio, il suo Gladiatore, il grande eroe di uno dei film più famosi e amati di tutti i tempi.
Tratto dal romanzo di Daniel P. Mannix del 1958, Il gladiatore arrivò come un fulmine a ciel sereno nella prima estate del nuovo millennio, rispolverando il genere peplum, riagganciandosi (per colmo dell'ironia) a un fiasco epico come La caduta dell'Impero romano di Anthony Mann, ma stavolta con un ritmo, una fotografia e scene di massa che lasciarono il pubblico e la critica a bocca aperta.
Ma la carta davvero vincente fu lui, Russell Crowe, nei panni del Generale che diventò Schiavo, dello Schiavo che diventò Gladiatore, un eroe che era tale per coraggio, generosità, umanità, come lo erano quelli interpretati in passato da divi del calibro di Charlton Heston, Robert Taylor, Victor Mature o Kirk Douglas.
In lui echeggiava la memoria del valore degli eroi di Omero, la determinazione e il carisma di Alessandro Magno, la speranza contro il potere della tirannide di Spartaco, la fedeltà ai valori della famiglia e della patria di un Cincinnato.

Dolente, malinconico, coraggioso, generale e soldato perfetto che odia la guerra ma ama i suoi uomini e Roma, fu illuminato da una performance attoriale incredibile da parte di Crowe. Con uno stile in realtà sotto le righe, seppe renderlo immediatamente erede degli eroi sia dei vecchi peplum che della tradizione hollywoodiana dei film storici con cui raccontare il mondo odierno.
Dietro la pazzia di Commodo (un Joaquin Phoenix sensazionale), la morte del grande Marco Aurelio (Richard Harris in uno dei suoi ultimi ruoli), il cinismo di Proximo (canto del cigno per Oliver Reed) e l'impotenza di Lucilla (una bellissima Connie Nielsen), si intravedeva la crisi dell'Occidente e, nella morte di Massimo, l'imminente catastrofe di New York. L'Oscar che vinse Crowe lo elevò a star mondiale, e rese merito all'attore neozelandese per aver saputo diventare un eroe come raramente abbiamo più visto da allora al cinema.

A Beautiful Mind

Eccoci al capolavoro di Ron Howard, premiato con quattro Oscar su otto candidature, ispirato (pur con diverse libertà) alla tormentata esistenza del geniale matematico John Nash. Tra le più brillanti menti del suo tempo, ma afflitto da una grave forma di schizofrenia paranoide che ne rese la vita un vero e proprio incubo a occhi aperti. Russell Crowe superò la concorrenza di attori come Bruce Willis, Kevin Costner, John Travolta e Tom Cruise, arrivando sul set di A Beautiful Mind pochi giorni dopo aver concluso le riprese de Il gladiatore.
E non poteva scegliere ruolo più diverso da quello del valoroso e sfortunato Generale romano. A conti fatti fu una scelta che lasciò di stucco il pubblico, che ormai da anni era abituato a vederlo interpretare ruoli di uomini forti, ma di certo non di un individuo così fragile, mutevole e indifeso come Nash.
Il cast contava anche su Jennifer Connelly (premiata con un meritatissimo Oscar), Ed Harris, Paul Bettany, Christopher Plummer, Josh Lucas e Adam Goldberg, che sotto la direzione di Howard riuscirono a rendere credibile ogni singolo istante dell'opera.

Ma fu Crowe l'asse su cui ruotava il film, visto che riuscì in modo unico a donarci una chiara immagine di un uomo intelligente ma incredibilmente solo, insicuro, ma soprattutto a trascinarci dentro il suo mondo fatto di incubi e illusioni al punto di non farci distinguere più la realtà dalla finzione.
Il suo John Nash non solo fu una delle immagini più pure e tormentate del genio che si fossero mai viste ma fu anche una fantastica e dolente disamina del male che lo affliggeva, del difficile percorso che la schizofrenia costringe a fare alle sue vittime. Russell Crowe riuscì a rendere credibile la doppia natura di Nash, il suo essere così anonimo, disadattato, insignificante nella vita di tutti i giorni e così deciso, fulmineo, rapace quando si parlava di numeri, di andare oltre ciò che una mente normodotata era capace di concepire.
La sua lotta, dolorosa e quotidiana, permise a Crowe di mostrare la sua grande sensibilità di artista, la sua versatilità, di togliersi di dosso la veste di "macho", raschiando via la maschera della perfezione dal suo volto, deformandosi fino a donarci un punto di vista interno autentico e purissimo.

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