Rocky, Stallone contro lo spin-off su Drago: giusto o sbagliato?

L'icona del cinema si è scagliato contro l'ennesimo capitolo tratto dalla sua saga rivangando vecchie questioni di proprietà intellettuale.

Rocky, Stallone contro lo spin-off su Drago: giusto o sbagliato?
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Uno dei più grandi personaggi della storia della cinematografia sta dimostrando di conservare ancora il sacro fuoco della battaglia, perché ha fatto scalpore nelle ultime ore il durissimo attacco di Sylvester Stallone contro il produttore Irwin Winkler, reo di aver pianificato la nascita di un nuovo spin-off della saga Rocky senza mai mettere in conto le volontà di colui che quei personaggi li ha creati, sceneggiati e spesso anche diretti. Lo sfogo social si è fin da subito assestato sui toni dell'insulto e dell'offesa personale, con la star del cinema action che ha coinvolto nella questione anche i figli del suo avversario definendoli inutili ed avvoltoi, lasciandosi andare a cuor leggero in un vilipendio dal quale non si è salvato nemmeno il suo amico Dolph Lundgren.

Cosa si cela dietro ad una manifestazione tanto esagerata e pubblica di astio? La risposta a questo tipo di domande, nel mondo dello show business, è sempre da ricercare nei conti in banca dei diretti interessati, ma la questione ha sollevato un polverone che non può essere diradato da un semplice assegno, anche se il produttore americano non ha alcun obbligo economico nei confronti dell'attore newyorkese.

La questione dei diritti

Analizziamo immediatamente la questione dal punto di vista legale: Sylvester Stallone non può rivendicare i diritti del franchise di Rocky perché essi appartengono a Irwin Winkler, il quale pagò profumatamente l'attore e sceneggiatore nel momento della genesi della saga. Tutti i personaggi visti nel corso delle otto pellicole dedicate al mondo pugilistico, nelle quali rientrano anche i due spin-off dedicati ad Adonis Creed (mentre il terzo capitolo di Creed è rinviato al 2023), sono nati dalla mente di Stallone, ma i proventi del botteghino finiscono per intero nelle tasche dei produttori così come da accordi iniziali.

L'icona del cinema dalle origini italiane ha ammesso già da tempo di aver sbagliato ad accettare quelle condizioni, era giovane e inesperto, non aveva idea che le sue idee avrebbero dato forma ad una gallina dalle uova d'oro, e nel corso degli anni si è dovuto "accontentare" del lauto stipendio per i suoi servigi come attore, sceneggiatore e regista. Sebbene i suoi profitti abbiano spesso sfondato la barriera dei dieci milioni di dollari per ogni film, sono briciole in confronto ai quasi tre miliardi incassati dalla produzione, che ha messo a frutto la proprietà intellettuale di Stallone senza dovergli pagare nemmeno un dollaro in più di quanto fosse stipulato sul contratto.

Il tempo trascorso non ha affatto mitigato la rabbia che montava nello stomaco dell'interprete di Rambo, l'errore di gioventù ha continuato a rodergli le viscere mentre vedeva Winkler arricchirsi con una sua creazione, e l'ennesimo spin-off estrapolato da uno dei suoi personaggi si è dimostrata la classica goccia che fa traboccare il vaso: Stallone chiede a gran voce una fetta degli strepitosi incassi della saga sebbene sappia benissimo che non riceverà nulla, ma un foglio di carta firmato da entrambe le parti non può decretare la parola fine ad una discussione che merita un'analisi più approfondita ed emotiva.

Onora il padre e la madre

Per quanto la decisione di creare un altro spin-off sia assolutamente permessa a Winkler dalla legge, questa malsana voracità nei confronti di una saga storica riflette quella mancanza di idee che è ormai diventata la prassi di Hollywood. Soprattutto nell'ambito delle major stiamo assistendo al continuo riciclo di idee, remake e operazioni di restauro più o meno riuscite, alimentando una modalità di produzione che allontana sempre più i nostri tempi dagli sfavillanti anni '80 e '90 del cinema che con tanta fame i produttori cercano di riesumare, richiamando un periodo storico durante il quale si vedevano proiettare senza sosta opere originali sui grandi schermi.

L'ossessione di voler spolpare a tutti i costi personaggi e situazioni già ampiamente esplorate non riesce più a nascondere il fine ultimo di tutte le produzioni cinematografiche, perché il successo al botteghino è sempre stato lo scopo da raggiungere, ma oggi la ricerca del guadagno facile ha assunto i tratti di un vampirismo cinico e senza cuore. Potremmo quindi smontare la rabbiosa denuncia che Stallone porta avanti da mesi nelle sue parti fondamentali, trovandone due argomentazioni tanto forti quanto contrastanti: il creatore della saga è infuriato per il trattamento riservato ai suoi personaggi, i quali vengono continuamente riciclati per arricchire i produttori con film dallo scarso senso artistico, e la sua invettiva è giustificabile se vista nell'ottica di un artista che vede sfruttato il proprio lavoro senza alcun rispetto, ma la questione di discosta dal comprensibile dibattito della riverenza verso la storia del cinema per approdare sui disgustosi lidi del ritorno economico.

Stallone infatti non vuole che Winkler smetta di lucrare sulla sua creatura, ma pretende una fetta dei guadagni provenienti dallo squallido banchetto, dimostrandosi a conti fatti molto simile al suo avversario per materialismo e disinteresse. La sola differenza tra i due risiede nella lungimiranza che ha graziato il produttore durante quel fatidico giorno del 1975, quando gli venne presentata la prima stesura del film Rocky, mentre Stallone si è lasciato abbagliare dal guadagno immediato e ha lasciato la propria creatura tra le mani di avidi sconosciuti, i quali adesso hanno tutto il diritto di spolparla finché ancora respirano.

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