Rocky Balboa: tutte le tappe della leggendaria saga con Sylvester Stallone

In attesa dell'arrivo nelle sale italiane di Creed II, riviviamo insieme tutta la leggendaria saga cinematografica dello Stallone Italiano.

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Con l'arrivo ormai imminente di Creed II nelle sale cinematografiche italiane (24 gennaio), abbiamo deciso di guardare tappa dopo tappa l'intera saga di Rocky Balboa, uno dei personaggi-icona del cinema americano post-anni '70.
Il suo leggendario interprete, Sylvester Stallone, che ha incarnato il pugile italo-americano in ben otto film nell'arco di oltre quarant'anni, ha annunciato che non tornerà per un eventuale Creed III, ponendo fine a un'era iniziata nel lontano 1976: i venti della New Hollywood imperversavano, Martin Scorsese si preparava a uscire con Taxi Driver (che, come abbiamo ricordato nel nostro Everycult, fu battuto agli Oscar proprio da Rocky) e George Lucas, forse leggermente invidioso del successo clamoroso ottenuto dall'amico Steven Spielberg con Lo Squalo (1974), stava riversando tutto se stesso in un progetto che mescolava fantasy, western e fantascienza intitolato Guerre Stellari.
Appena un anno prima, un giovane attore semi sconosciuto - ma ben consapevole di essere destinato a diventare una star - aveva assistito a un incontro di boxe fra il campione del mondo Muhammad Ali e Chuck Wepner, un piccolo signor nessuno che era dato per sfavorito da tutti e che alla fine, ovviamente, perse sonoramente. Ma lo fece alla nona ripresa, con un coraggio e una forza d'animo tali da ispirare quel giovane attore seduto fra il pubblico, che tornato a casa buttò giù qualche idea per la sceneggiatura di un film sulla boxe. Fu così che Sylvester Stallone divenne Rocky.

ROCKY

Toro Scatenato, il più grande film sportivo di tutti i tempi, era distante ancora quattro anni, e la performance di Robert De Niro non era ancora diventata un impareggiabile termine di paragone. Forse anche per questo la United Artists, alla quale Stallone era riuscito a vendere la sceneggiatura del suo film, accettò che a interpretare il protagonista fosse Stallone stesso, a patto però che il film fosse prodotto con un budget eccezionalmente modesto (così da minimizzare le perdite, in caso di insuccesso).
Stallone divenne così il terzo uomo della storia del cinema, dopo Charlie Chaplin e Orson Welles, a ricevere una doppia nomination all'Oscar come sceneggiatore e come miglior attore protagonista (dopo di lui stessa sorte sarebbe spettata a Woody Allen con Io e Annie).
Diretto da John G. Avildsen (Joe, The Karate Kid) da una base di poco più di un milione di dollari di budget (pochissimo anche per gli standard della New Hollywood, Taxi Driver ad esempio beneficiò del doppio), Rocky ebbe la scaltrezza tipica dei capolavori del cinema di genere di usare un argomento per parlare di tutt'altro: non è tanto un film sulla boxe quanto un film "con la boxe", che usa lo sport come uno strumento per parlare di un uomo, quindi di tutti gli uomini, in senso universale.

Rocky è Stallone ma è anche chiunque si sia mai trovato in situazioni simili alle sue, pensiamo a un contesto sociale difficile come a spropositati sogni nel cassetto che si avverano.
Particolarmente ispirata è l'idea magistrale e cinematograficamente calzante di instaurare un rapporto quasi simbiontico fra protagonista e luogo geografico, permettendo al personaggio di Rocky di trascendere le sue spoglie mortali e mescolarsi all'anima di Philadelphia, rappresentandone antropomorficamente la grinta, la dignità, il senso di appartenenza.

ROCKY II

Le aspettative al botteghino erano basse per Rocky, ma nel '76 divenne il maggior incasso della United Artists con oltre 117 milioni di dollari al box office domestico (oggi, con l'inflazione, sarebbero $473 milioni, ma già all'epoca la cifra era impressionante). Inoltre il plauso della critica era stato universale e l'Academy lo aveva riconosciuto con dieci nomination agli Oscar del 1977 (dove vinse miglior montaggio, regia e perfino miglior film).
Viene da se che due anni dopo, nel '79, quando arrivò Rocky II, la situazione si era diametralmente ribaltata: questa volta tutti aspettavano il film al varco, con la tensione tutta sulle spalle di Stallone, interprete, sceneggiatore e perfino regista (aveva debuttato l'anno prima, nel '78, con Taverna Paradiso, curiosamente sempre rivolto ai fan della boxe).
Al protagonista viene quindi data l'opportunità di avere una rivincita nei confronti di Apollo Creed, che aveva conservato il titolo di campione del mondo alla fine del precedente capitolo, e già da questa premessa è evidente un leggero ma significativo distaccato fra attore e personaggio: lo Stallone di Rocky II, a differenza di quello di tre anni prima, non ha nulla da dimostrare a nessuno, la nuova sfida rappresentata dalla regia non è sufficiente a fornire quella spinta motivazionale da trasfigurare nel personaggio interpretato.

Con 7 milioni di dollari di budget, il film si limita a proseguire la storia dell'originale, innestandone elementi melodrammatici ma senza fare davvero nulla di significativo per provare anche solo a superare i fasti del primo Rocky. Eppure ha comunque il gran merito - ai limiti del genio - di sembrare costantemente vero e soprattutto di offrire, in chiave metatestuale, uno sguardo realistico su ciò che accade ai personaggi di un film dopo il "lieto fine": come persone in carne ed ossa non vanno da nessuna parte, semplicemente continuano a vivere le loro vite e coltivare le stesse ambizioni.

ROCKY III


Nonostante l'esordio leggendario di Eye of the Tiger dei Survivor, scritta appositamente per questo capitolo, nonché della celebre statua di bronzo dello scultore Thomas Schomberg, Rocky III è probabilmente il film meno riuscito dell'intera saga.
In primo luogo il lungometraggio, diretto ancora una volta da Stallone (sarebbe tornato alla regia anche di Rocky IV e Rocky Balboa, il sesto capitolo della saga), paga a caro prezzo il repentino distaccarsi dalle atmosfere e soprattutto dal linguaggio cinematografico degli anni '70 per spingersi verso gli '80: si parte con Hulk Hogan e un incontro di wrestling per beneficenza per arrivare alla cresta afro di Mr. T.

È interessante notare come, al di là della trama lineare e della completa indecisione dello stile filmico, l'opera già presenti in forma del tutto imperfetta la quasi totalità di quegli elementi che avrebbero fatto di Rocky IV il più celebre e iconico film della saga.
Il grande merito di Rocky III resta quindi l'aver compiuto quel primo passo verso la mutazione stilistica del franchise, fondamentale al fine della sua sopravvivenza negli anni a venire: ne ha pagato il prezzo a proprie spese, e per questo bisognerebbe comunque rendergli onore.

ROCKY IV

L'esagerazione cartoonesca di Rocky III diventa puro divertissement in Rocky IV, sicuramente il capitolo più conosciuto e amato della saga dello Stallone Italiano: se nei precedenti tre capitoli abbiamo assistito alla nascita e alla crescita morale e sociale di un uomo qualunque, in questo episodio ogni freno inibitore viene trascurato e Rocky diventa una macchina propagandistica che, sostanzialmente, vince da solo e a suon di pugni la Guerra Fredda.
Chiunque, anche chi non ha mai visto Rocky IV né uno qualsiasi dei film della saga, ha sentito parlare del leggendario scontro (di ideali, di modelli, di nazioni) fra Rocky Balboa e Ivan Drago, un racconto così tanto famoso e tramandato negli anni a venire che sembra essere accaduto davvero nel nostro mondo, e non solo in quello di finzione di Hollywood. Con Rocky IV, in parole povere, il protagonista da metafora diventa mito. Occidente contro Oriente, Democrazia contro Socialismo, Sylvester Stallone contro Dolph Lundgren: è il 1985 e le tensioni fra Stati Uniti e Russia sono ai massimi storici, quindi l'industria decidere di infilarsi i guantoni e scendere sul ring non solo per gonfiare di botte i nemici (non avversari, attenzione, proprio nemici) ma per ottenere vendetta (Ivan Drago, all'inizio del film, uccide Apollo Creed).

Questa "baracconata" senza sosta è perfetta in ogni singolo aspetto, dalla sceneggiatura striminzita alla fiducia di Stallone, completamente ritrovata: le scene di combattimento vantano un'energia cinetica totalmente nuova, le scene di montaggio alternato sono diventate uno standard insegnato nelle scuole di cinema di tutto il mondo.
Tra l'altro è anche il film della saga col quale Creed II avrà il maggior punto di contatto, dato che Adonis, figlio di Apollo (niente battute sulla filastrocca, per favore) dovrà affrontare Viktor Drago, figlio di quell'Ivan che uccise suo padre.

ROCKY V

Se Rocky III può essere considerato la prova generale e rozza di Rocky IV, per questo ringraziato a vita, Rocky V non si è guadagnato i ringraziamenti di nessuno: John G. Avildsen, che torna alla saga dopo aver diretto il primo film, realizza un'opera più buffona e pacchiana dei due capitoli precedenti messi insieme, e l'unica cosa in cui riuscì fu uccidere la serie.
Nel 1990 Rocky V tentò di riportare il personaggio alle sue radici, alla vita da strada, lontano dalla sfarzo e dal glamour di Rocky III e IV: il problema è che lo fece letteralmente, chiosando con una zuffa da bar in un vicolo notturno invecchiata molto male col tempo. Per una saga così importante sulla dignità umana è paradossale, e anche molto triste, quanto ogni scena del film sia tanto poco dignitosa, con il protagonista - eroe di intere generazioni - che si dice vecchio ma agisce ancora come un giovane, finendo per combattere per strada alla stregua di un barbone.

Certo l'opera è diretta e montata in modo impeccabile (e con uno stile, che piaccia o meno, che è sia ben definito che riconoscibile), mentre la sua diversità le conferisce un forte impatto visivo all'interno della saga, ma è l'insieme a non convincere.
Per la prima volta Rocky non aveva assolutamente nulla da dire al pubblico, e il suo errore fu quello di aprire comunque la bocca per provare a farlo. Per fortuna però la tenne chiusa per i successivi sedici anni.

ROCKY BALBOA

Quel senso di dignità che in Rocky V mancava del tutto torna invece preponderante in Rocky Balboa, sesto capitolo della saga e ultimo incentrato sulla figura dello Stallone Italiano prima del passaggio al sequel-spinoff Creed. Già solo il fatto che attore e personaggio, al momento dell'uscita della pellicola, condividessero la stessa età anagrafica (i sessant'anni per Stallone coincisero con quelli di Rocky) dimostra l'onestà di un film immenso, che ragiona sull'invecchiamento (tanto del corpo quanto dello spirito) come in chiave western aveva fatto Clint Eastwood ne Gli Spietati.

C'è una ragione per quel fisico così gonfio, quel viso malconcio, quelle rughe e quella stanchezza: gli anni sono passati per entrambi e grazie all'impianto filmico Stallone e Rocky tornano a essere una cosa sola come accadde esattamente trent'anni prima.Non ci si sforza di far apparire Rocky più giovane - come invece accadeva in Rocky V - ma anzi si punta tutto sulla sua vecchiaia, sulla sua decadenza, sulle sue tragedie. Rocky Balboa (e non Rocky VI) è tutto ciò che il capitolo precedente avrebbe dovuto essere, ma è più grande e migliore proprio perché beneficia degli anni trascorsi. Il protagonista si ritrova a dover fare a pugni contro l'unico avversario che non può battere, il tempo, e affrontandolo trova la forza per tornare alla vita.
Tutto quello che di grande c'era nel primo Rocky, in Rocky Balboa viene amplificato: la boxe, la grinta, il dramma, l'indimenticabile combattimento finale è il simbolo definitivo del senso di Rocky, della sua grandezza e della sua immortalità.

CREED

Tutto sembrava finito con Rocky Balboa, perché Sylvester Stallone aveva ormai raggiunto il grado definitivo di credibilità e oltre quello tutto sarebbe scaduto in farsa. Inoltre era letteralmente impensabile continuare a fare film su Rocky senza Stallone, dunque le chance che la saga continuasse erano praticamente nulle.
Un giorno del 2013, la Metro-Goldwyn-Mayer annunciò che il semi-sconosciuto Ryan Coogler, regista del solo Prossima Fermata Fruitvale Station (uscito pochi mesi prima) avrebbe diretto un sequel spin-off di Rocky, con protagonista non più lo Stallone Italiano bensì il figlio illegittimo di Apollo Creed, Adonis, il cui ruolo sarebbe stato assegnato a Michael B. Jordan (protagonista del film d'esordio di Coogler). Il risultato finale si rivelò migliore di quanto chiunque si sarebbe mai potuto immaginare.

Con un Rocky settantenne e malato di cancro nei panni del suo allenatore personale, Adonis Creed si dimostra un personaggio ugualmente interessante, con una storia di rivalsa e rabbia che non solo è degna di essere raccontata, ma che Coogler racconta in maniera eccellente, guardando con rispetto al passato del franchise ma volgendo un occhio anche al suo futuro e poggiando solide fondamenta per la nuova saga, Creed. Ed è proprio questa fusione fra vecchio e nuovo a donare forza al film, che assurge anche a testimonianza del valore senza tempo della storia di Rocky Balboa.

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