Rivedere Top Gun Maverick al cinema con mio padre

Top Gun: Maverick fa del rapporto padre-figlio uno dei suoi perni emotivi, così come il lascito delle icone cinematografiche. Raccontiamolo assieme.

Rivedere Top Gun Maverick al cinema con mio padre
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Top Gun non è mai stato il mio film cult. Era uno fra quelli di mio padre. Il divismo machistico anni '80 che trasudava dallo schermo gli era rimasto impresso, lui che un po' fante dell'aria lo è sempre stato, fra brevetti di volo e lanci con il paracadute. Assieme alle piccole grandi icone incasellate tra partite a beach volley con i jeans e giubbotti di pelle pieni di toppe. Poi gli anni passano, lo spirito rimane ma si guarda al passato con molta più oggettività. Le icone restano, la retorica sbiadisce.

Lui però aveva storto il naso sentendo la notizia del sequel, quindi gli ho proposto un patto: se è bello torno a vederlo con te. Come vi raccontavamo nella nostra recensione di Top Gun Maverick, è decisamente bello, e una promessa non è tale se non mantenuta. Anche perché il film fa del rapporto genitoriale uno dei suoi cunei emotivi, passando consegne dentro e fuori lo schermo. E al secondo giro di volo, con lui di fianco, mi sono emozionato più di prima.

Top Gun Maverick tra padri e figli

Anche io ero estremamente scettico per il film. Il primo Top Gun era giustamente incasellato nel 1986, rappresentava alla perfezione lo spirito statunitense di quegli anni, nel bene e nel male. Come poteva avere altro da dire? L'effetto nostalgia funziona anche per superuomini sudati, Ray-Ban a goccia e F-14?

Non avevo però messo in conto una cosa fondamentale: le icone cinematografiche inscalfibili dal tempo. Sempre nel bene e nel male. Le stesse che a distanza di 36 anni fanno ancora premere play ai nostri genitori, per sentire il rombo sordo di quando erano giovani. Le stesse che ti accolgono con il sorriso adesso, con quella faccia da "dito medio al mondo", perché è l'unica che hanno. E il solo modo per trattare la materia era questo. Perché il Maverick di Tom Cruise è rimasto così per tutto questo tempo, un non-padre incapace di crescere, di mitigare la sua stessa natura. Mai genitore per scelta, fallendo quando ha dovuto farlo (per senso dell'onore e di cosa è giusto) per "Rooster", il figlio del suo compianto amico "Goose", della cui morte si sente ancora responsabile. Così come un padre si sente responsabile per tutto quello che suo figlio è diventato. Nel bene e nel male.

Genitori e icone

È un mondo che crolla quello di Top Gun: Maverick. Un mondo dove le certezze sono in mano a un folle indisciplinato che ancora si fa beffe dell'autorità. Ma è anche un mondo dove cinema e vita si agguantano in un volo a testa in giù. Ti riporta a quegli anni '80 senza riportare gli anni '80 nel presente. Li accarezza dolcemente come si fa con i ricordi preziosi, quelli pronti a tagliarti il dito se non stai attento. E Maverick si taglia, in continuazione.

Ma quanto può spingersi in alto un'icona prima di bruciare e schiantarsi al suolo? Solo un altro po', direbbe Mav. Forse la stessa cosa che chiediamo al film, a noi stessi, ai nostri rapporti. Boccheggiando per momenti spensierati in mezzo a lamiere contorte e macigni di gravità sul petto. E non è un caso che uno dei momenti davvero felici, quelli che svuotano la mente e ti fanno ingollare il presente come una bibita, sia un chiaro richiamo a un altro cult, che apriva gli anni '90: Point Break. Con un lancinante parallelismo tra il Bodhi di Patrick Swayze e l'Iceman di Val Kilmer. Schermo e vita. Icone e soprannomi. E la malattia esorcizzata dal cinema, che continua a rendere immortali, nel bene e nel male.

Permettersi di sbagliare

Quasi come se Tom Cruise volesse ricordarci che lui per il cinema ci sarà sempre. E quindi ci sarà sempre per noi, finché il fisico glielo permetterà (vi parlavamo qua del pazzesco allenamento di Tom Cruise per il film). Proprio come Maverick. Che però deve fare quel passo in più, deve fidarsi di Rooster almeno quanto si fida di sé stesso.

Deve permettergli di sbagliare, anche se può significare la morte, o la fine del loro rapporto. O entrambe le cose. Esattamente come Penny con sua figlia, o i nostri genitori con noi. Top Gun: Maverick insegna ancora una volta l'importanza di andare avanti, di accettare il passato, smettendo di stringere i pugni quando ormai non serve più. Lo fa grazie al sorriso rauco di Val Kilmer, altra icona spezzata che ancora mormora "solo un altro po'". E poco importa se il film ci sconquassa con una regia action sopraffina, perché c'è una frase che rimane, tra il rullio e le esplosioni. Quella che rappresenta il vero lascito emotivo del film, quella che vorremmo dire a nostro padre, ovunque esso sia. Perché è una cosa tra noi e lui, intima, che travalica vita e cinema e lo stesso Top Gun: Maverick. Un po' dimostrandogli che alla fine non è andata così male: "Che mi dici, Goose?".

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