Ridley Scott: da Alien al Gladiatore, una carriera straordinaria

In occasione dell'Alien Day e dell'arrivo della sua ultima fatica Alien: Covenant, ripercorriamo la straordinaria carriera del regista inglese.

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Eclettico, versatile, battagliero, sperimentatore. Sono tantissimi gli aggettivi che possono descrivere Ridley Scott, il regista inglese autore di alcune fra le pellicole più importanti nella storia della settima arte. In occasione dell'uscita di Alien: Covenant, film che segna il ritorno di Scott nell'universo narrativo abitato dagli xenomorfi dopo il discusso Prometheus del 2012, e dell'Alien Day del 26 aprile, abbiamo deciso di omaggiare il grande maestro, ripercorrendo passo dopo passo le tappe più importanti nella carriera dell'uomo dietro cult movie come Blade Runner e Il Gladiatore.

Gli inizi

Ridley Scott nasce nel novembre del 1937 a South Shields, tranquilla cittadina nel nord dell'Inghilterra. La passione per le arti figurative, in particolare fotografia e pittura, lo spingono a trasferirsi a Londra negli anni '60. In breve tempo, il giovane Ridley si ritrova negli studi della BBC, collaborando prima come illustratore quindi come scenografo. Sono i primi anni '60 e quello che diventerà da lì a vent'anni uno dei più importanti registi al mondo smania dalla voglia di sperimentare con la macchina da presa. Realizza, nel 1965, il suo primo cortometraggio: Boy and Bicycle, un corto dalla durata di 25 minuti alla cui produzione contribuiscono il padre e il fratello Tony (vi dice niente Top Gun? Beh, l'ha diretto lui). Intanto, i dirigenti della BBC notano il talento del ragazzo di provincia, affidandogli la direzione di alcuni episodi del serial Z-Cars. La vera scuola di formazione di Ridley Scott, comunque, sarà nel campo pubblicitario: tramite la sua prima casa di produzione, la Ridley Scott Associates, realizza oltre duemila spot nel corso di dieci anni. Consapevole delle proprie capacità e con una padronanza del mezzo ormai acquisita, Ridley Scott è pronto al grande passo: si aprono per lui le porte del cinema.

L'esordio al cinema il primo Alien

L'esordio del Ridley Scott cinematografico è datato 1977. È questo l'anno d'uscita nelle sale de I Duellanti, film in costume basato su un racconto di Joseph Conrad e ambientato nella Francia napoleonica. Due ufficiali dell'esercito guidato da Bonaparte si sfidano a duello per futili motivi; la singolar tenzone fra i due si dilungherà per quindici anni, dispiegandosi sullo sfondo del mondo immaginato, modellato ed infine tristemente perduto dal generale corso. Interpretato da Harvey Keitel e Keith Carradine, il film introduce uno dei temi più ricorrenti nel cinema di Scott: il conflitto fra due personaggi dai caratteri forti e dalle identità ben definite, un dualismo estremamente polarizzato fra nero e bianco. Il film non passa inosservato al severo sguardo della critica, assicurandosi il premio speciale della giuria al Festival di Cannes, oltre al David di Donatello (un anno più tardi, nel '78) al miglior regista esordiente.
Nel realizzare il suo film successivo, Ridley Scott coglie di sorpresa critica e pubblico, abbandonando i temi cavallereschi e la campagna francese per spostarsi nel silenzio dello spazio più profondo, partorendo una delle opere più importanti nella storia della fantascienza, se non del medium cinematografico: è il 1979, arriva nelle sale Alien. Alien è più di un semplice film. Per quanto la trama sia riducibile ad un qualcosa definibile come "Non Aprite Quella Porta fantascientifico" (l'ha detto il buon Ridley, eh!), la pellicola è un chiaro esempio di quanta forza espressiva abbia il cinema come forma artistica. Alien ha definito un canone estetico, ha ridisegnato un genere stravolgendone le fondamenta, ha dato vita a nuovi modi di intendere la fantascienza... Ma andiamo con ordine.
Ambientato per la quasi totalità della sua durata fra i corridoi sporchi, freddi e bui dell'astronave Nostromo, Alien racconta della lotta fra l'equipaggio della nave e un alieno xenomorfo, creatura letale ma dal pensiero unidirezionale, intenzionata soltanto a perpetuare la specie usando i corpi degli astronauti come incubatrici e fonti di nutrimento. Lo svolgimento della trama porterà allo scontro finale fra l'alieno e l'ufficiale di bordo Ellen Ripley, interpretato da una praticamente esordiente (se non si considera una manciata di secondi a lei concessi da Woody Allen in Io e Annie) Sigourney Weaver. L'attrice saprà calarsi perfettamente nei panni della coriacea astronauta, tornando ad interpretare tale ruolo anche nei successivi tre film della saga, diretti da registi del calibro di James "Re Mida" Cameron, David Fincher e Jean-Pierre Jeunet.
Con Alien, Scott abbandona lo stile estetico della fantascienza anni '50, fatta di robottoni di latta e lampadine intermittenti, e si allontana anche da quel gusto fantasy applicato alla sci-fi appena due anni prima da George Lucas in Star Wars. Non ci sono cavalieri, principesse e oscuri signori dal mantello nero in Alien, ma soltanto silenzi, tubi gocciolanti e oscurità opprimente.

Non ci sono cavalieri, principesse e oscuri signori dal mantello nero in Alien, ma soltanto silenzi, tubi gocciolanti e oscurità opprimente

Alcune invenzioni visive sono entrate in brevissimo tempo nell'immaginario collettivo: è praticamente impossibile numerare le citazioni ricevute in quarant'anni dall'uscita nelle sale, non ci si ricorda di quanti registi abbiamo omaggiato Scott e il suo alieno attaccato alla faccia della vittima di turno, per tacere di quante volte si sia ripetuta la "nascita" dello xenomorfo...
Grandissima parte del successo di Alien e della sua conseguente investitura come nuovo canone stilistico è da attribuirsi al genio, gotico e visionario, di Hans Ruedi Giger. L'artista svizzero, a lungo corteggiato da Jodorwsky, intenzionato a realizzare un adattamento cinematografico di Dune, deve ad Alien il proprio riconoscimento presso il grande pubblico. Il design dell'alieno, animato dal genio degli effetti speciali Carlo Rambaldi, è entrato di diritto nella cultura popolare, prima ancora che in quella cinematografica.

Blade Runner e il cyberpunk

Alien non sarà l'unico film fantascientifico firmato da Ridley Scott. Il regista inglese torna al genere tre anni dopo, nel 1982, realizzando il film che, più di qualsiasi altro, è riuscito a canonizzare l'estetica cyberpunk. Stiamo parlando, ovviamente, di Blade Runner. Nella Los Angeles del 2019, sporca e sovrappopolata, si muove Rick Deckard (Harrison Ford), poliziotto ormai ritiratosi dopo anni di servizio presso l'unita Blade Runner, il cui scopo principale è il "ritiro" dei replicanti, robot dalle fattezze umane perfettamente riprodotte, fuggiti al controllo dei loro padroni. Dopo la fuga di cinque replicanti guidati da Roy Batty dalle colonie extra-mondo, Deckard viene richiamato in azione per un'ultima caccia.
Liberamente ispirato da un romanzo di Philip K. Dick, Blade Runner è con molta probabilità il film che, più di ogni altro, dimostra l'ecclettismo di Ridley Scott. Misto di fantascienza, noir e poliziesco, Blade Runner segna l'anno zero del cyberpunk, sottocorrente della sci-fi fino ad allora "relegata" alla letteratura e finalmente elogiata da una dignità visiva. La pioggia costante, l'assenza pressoché totale dei raggi del sole sostituiti da fastidiose ed ingombranti illuminazioni al neon, la mistura di culture e di stili architettonici in un agglomerato urbano che distrugge qualsiasi linea di orizzonte, obbligando i cittadini all'utilizzo di macchine volanti (con un paio di ammiccamenti, in cabina di regia, al capolavoro di Fritz Lang Metropolis) hanno definito, così come Alien qualche anno prima, una nuova corrente estetica.
Se non bastasse la fortissima carica visiva di Blade Runner, c'è da considerare una serie di temi trattati dalla sceneggiatura che glorificano ulteriormente la fantascienza, riprovando quanto questo genere possa essere veicolo di riflessioni e non soltanto mero intrattenimento. Le creature che cercano risposte dal creatore, l'annullamento dell'individuo, la ricerca dell'identità... Blade Runner è un film molto più complesso di quanto possa sembrare. Non devono quindi sorprendere le sette (!!!) versioni distribuite nel corso di questi trenta e passa anni. Con molta probabilità, la più veritiera è sicuramente The Final Cut, il cui montaggio, datato 2007, è l'unico per il quale Ridley Scott abbia avuto la totale libertà d'espressione.

La seconda metà degli anni ‘80 e i primi anni '90

Per quanto sia bravo, Ridley Scott è pur sempre un essere umano. Dopo un ottimo esordio e due capolavori entrati a gamba tesa nella storia del cinema, un'inflessione nella sua produzione come regista e nei risultati al botteghino può anche essere anche compresa. Nel 1985, infatti, Scott firma la regia di Legend, storia fantasy dai toni sprezzantemente tolkeniani, interpretata dall'allora astro nascente Tom Cruise. Il film ottiene scarsi incassi, complice anche il parere della critica non esattamente entusiasta. Nonostante l'ottimo trucco, che stravolge il volto di un irriconoscibile Tim Curry, il film quindi è da considerarsi come uno dei passi falsi nella carriera del regista.
Gli anni '80, per il resto, non segnano nessun acuto nella carriera di Scott. Firma, fra l'87 e l'89, due polizieschi: Chi Protegge il Testimone e Black Rain - Pioggia Sporca. Entrambi i film possono essere considerati produzioni minori nella storia professionale del regista, con il primo legato a temi fin troppo classici del genere (un poliziotto padre di famiglia che finisce con l'innamorarsi della femme fatale da proteggere) e con il secondo troppo auto-citazionista: basti pensare che gran parte della trama si svolge in un Giappone pieno di luci al neon che fendono la pioggia battente, esattamente come visto pochi anni prima nel capolavoro Blade Runner. Gli anni '90, di contro, si aprono con uno dei migliori film del regista, un nuovo capolavoro. Ridley Scott si reinventa, cambia di nuovo generi e personaggi. Abbandona i vicoli stretti e bui delle metropoli, lascia da parte i poliziotti sporchi e cattivi e dirige un film che ha contemporaneamente il sapore del western e del romanzo di formazione, una storia che racconta di libertà e di emancipazione femminile, senza per questo risultare stucchevolmente femminista: nel 1991, arriva nelle sale Thelma & Louise.
Interpretato dalle due maschere di Susan Sarandon, volto spigoloso e segnato da una vita difficile, e Geena Davis, il cui viso da bambola nasconde più di una ferita, Thelma & Louise è uno dei film più importanti dell'ultimo decennio dello scorso secolo. Nel racconto della fuga on the road dai soprusi degli uomini, dalle vite di provincia che lentamente ne consumano le forze e dalla scena di un omicidio, ci sono anni e anni di lotta per l'emancipazione delle donne, per l'affermazione della loro libertà.

Thelma & Louise è uno dei film più importanti dell'ultimo decennio dello scorso secolo

È proprio la libertà uno dei temi principali della sceneggiatura, premiata con l'Oscar assegnato a Callie Khouri. Libera è anche la mano del regista, che decide di chiudere la pellicola con uno dei fermo-immagine più celebri nella storia della cinematografia, immortalando la scelta di due personaggi pienamente consapevoli delle proprie decisioni. Ridley Scott ottiene per Thelma & Louise la prima candidatura all'Oscar, a cui faranno seguito altre tre nomination, senza che la tanto agognata statuetta, però, finisca fra le mani dell'inglese.

Gli anni '90

Gli anni '90 coincidono indubbiamente con il periodo peggiore nella carriera del regista. In seguito a Thelma & Louise, Ridley Scott realizza tre lungometraggi nel corso del decennio di Bill Clinton e delle Spice Girls. Nel 1992 esce 1492 - La Conquista del Paradiso, film commissionato in occasione dei cinquecento anni dal viaggio di Cristoforo Colombo. Infelici scelte di casting (basti pensare che per interpretare l'esploratore genovese venne scelto il francese Gérard Depardieu...) e una sceneggiatura lineare oltre che prevedibile scoraggiano gli spettatori, che decideranno di spendere altrove i soldi per il biglietto. Non va meglio per le altre due produzioni del decennio, vale a dire L'Albatross - Oltre la Tempesta e Soldato Jane. Se il primo è stato bocciato parimenti da pubblico e critica per il suo essere una storia di formazione fin troppo scipita, il secondo è, con ogni probabilità, il peggior film nella lunga carriera del director. Soldato Jane è il racconto del delirio maschilista di una rasatissima ma comunque sexy Demi Moore, intenzionata ad entrare in uno dei corpi più specializzati dei Marines, le cui selezioni sono fra le più dure dell'esercito a stelle e strisce. Il tutto viene girato con la stessa patinatura da spot televisivo di Top Gun, che tanta fortuna aveva portato alla pellicola del fratello Tony Scott nel 1986. Peccato che fra i due film intercorrano undici anni e che l'edonismo reaganiano abbia ceduto il passo a nuove sfumature di gusto per pubblico e critica. Ciononostante, il film non è un completo fiasco al botteghino, ma la carriera di Ridley Scott, sul finire del secolo, ha bisogno di essere nuovamente stravolta.

Il nuovo millennio

Il cambio di decennio deve essere un qualcosa che, nella personalissima cabala di Scott, porta fortuna. Il XXI secolo inizia con la rinascita di Ridley Scott, che consegna alla storia uno dei kolossal moderni più apprezzati, diventato in brevissimo tempo l'ennesimo cult movie della filmografia del buon Ridley. Pescando a piene mani dal grande baule nascosto nella soffitta di Hollywood, Scott riporta in auge un genere, quello del peplum, finito nel dimenticatoio dopo gli anni '50. Il Gladiatore, uscito nelle sale nel 2000, sancisce a pieno merito il ritorno del regista nel gotha dei grandi del suo tempo e consacra la carriera dell'attore australiano Russell Crowe, vincitore dell'Oscar come migliore attore protagonista per la sua interpretazione nei panni di Massimo Decimo Meridio, il comandante tradito, venduto come schiavo e divenuto leggenda combattendo nell'arena.
In una Roma parzialmente ricostruita in studio e largamente in digitale, Scott descrive una storia che è in bilico fra il racconto di redenzione e la vendetta. Il Gladiatore segna il ritorno di una delle tematiche più care al regista, quel dualismo ammirato in I Duellanti e Blade Runner: la tensione costante fra i due personaggi principali, il gladiatore Massimo Decimo Meridio e l'imperatore/usurpatore Commodo riesce a tenere alta l'attenzione dello spettatore, nonostante la lunghezza non indifferente della pellicola (170 minuti nella versione estesa). Il film, visivamente, non è fra i più sperimentali del regista, ma alcune sequenze risultano comunque notevoli. In modo particolare, come è lecito aspettarsi, le battaglie all'interno del Colosseo segnano il climax emozionale dello spettatore. Da segnalare le musiche di un Hans Zimmer in stato di grazia, che dovrà però soltanto accontentarsi di una nomination all'Oscar. Il Gladiatore, complessivamente, collezionerà cinque statuette: oltre a quella al miglior attore di cui sopra, porterà a casa i premi per i costumi, il sonoro, gli effetti speciali e, soprattutto, l'Oscar al miglior film.
Al maggior successo commerciale della carriera di Scott, seguono altri film (più o meno) riusciti: nel 2001 arrivano due pellicole, vale a dire Hannibal, sequel de Il Silenzio degli Innocenti che non riesce a reggere il confronto con l'illustre predecessore, e Black Hawk Down, primo film dichiaratamente bellico del regista, che sceglie uno stile carico di tritolo e un taglio di regia da videogame, che varranno la terza candidatura all'Oscar per la migliore regia.

Nel 2003 si affaccia per la prima volta nel mondo della commedia, dirigendo Nicolas Cage in Il Genio della Truffa, storia di un ladro abilissimo nel suo mestiere così come incapace di gestire la propria vita. Retto da una buona sceneggiatura, il film risulta ben riuscito e dimostra quanto Scott ci sappia fare anche con produzioni non-kolossal.
Torna alle produzioni gargantuesche nel 2005, anno in cui dirige Le Crociate. Meno riuscito de Il Gladiatore, il regista decide di ritornare alle ambientazioni storiche e agli eserciti in guerra, ma il film non gode del forte carisma dell'attore protagonista (compito assegnato ad un anonimo Orlando Bloom). Anche la storia presenta qualche falla ed è difficile accettare come, nel giro di poco più di due ore, un fabbro qualunque arrivi ad essere il condottiero dei cristiani alla riconquista di Gerusalemme.
Ridley Scott capisce di aver bisogno di Russell Crowe per incontrare il favore di critica e spettatori. È per questo motivo che, nell'arco di cinque anni, i due collaborano a quattro film: la commedia Un'Ottima Annata (2006), storia di un broker affamato di denaro che riscoprirà l'importanza di una vita a bassi ritmi fra le vigne della Provenza; l'ottimo gangster movie American Gangster (2007), storia di scalate al potere criminale nella New York violenta e drogata degli anni '70 interpretata da un Denzel Washington perfettamente calato nel ruolo di boss della mala contrapposto (ancora una volta, il forte dualismo) al poliziotto ebreo Crowe; la spy story Nessuna Verità (2008), dove Crowe viene accompagnato da quel Leonardo Di Caprio fresco di complimenti per The Departed e nuovamente chiamato ad interpretare un personaggio dalle molteplici vite; un nuovo dramma storico, una rilettura matura e dark del mito di Robin Hood (2010), dove l'Inghilterra del Medioevo sostituisce la Roma classica ma non modifica la sostanza, considerata la presenza di un Russell Crowe nuovamente condottiero impavido e ligio al dovere.

Alien: un amore mai sopito

Il primo amore non si scorda mai. È da lì che si parte per ogni nuova interazione, è la base di ogni schema comportamentale. Questo panegirico di psicologia spicciola serve ad introdurre il film che, nel 2012, riporta Ridley Scott nell'universo di Alien, dopo esserne stato lontano per oltre trent'anni. Prometheus, prequel della saga, è fra i film più discussi dell'inglese. Se da un lato viene confermata la maestria nell'uso del mezzo-cinema, la pellicola mostra più di qualche debolezza di sceneggiatura. Immaginato e realizzato come un nuovo inizio che fosse allo stesso tempo una celebrazione dell'illustre passato, Prometheus accontenta i fan di vecchia data riportando su grande schermo delle scene che riproducono quasi pedissequamente le sequenze meglio riuscite nel capolavoro del '79. Non da meno sono alcuni personaggi, uno su tutti l'androide interpretato da un Micheal Fassbender che riesce nell'impresa di mantenere la stessa espressione praticamente per tutta la durata del film.
La potenza visiva e visionaria del film, come detto in precedenza, non è purtroppo sorretta da una sceneggiatura degna. Più di una domanda non trova risposta, più di una scelta dei personaggi non è descritta da un processo cognitivo. Speriamo che tali dubbi vengano fugati il prossimo mese con l'uscita di Alien: Covenant, la cui storia dovrebbe porsi a cavallo fra gli eventi di Prometheus e del primo film della saga.

Fassbender è al centro del progetto successivo di Scott, che riunisce attorno a sé un cast stracolmo di stelle (Brad Pitt, Javier Bardem, Cameron Diaz, Penelope Cruz) da dirigere in The Counselor - Il Procuratore. La sceneggiatura è firmata da Cormac McCarthy, romanziere e drammaturgo che alcuni anni prima aveva curato lo script di due grandi successi come Non è un paese per vecchi e The Road. Il fatto che non sia uno sceneggiatore di professione è facilmente comprensibile considerando l'enorme quantità di dialoghi che contribuiscono a descrivere una storia di droga, soldi e potere sul confine fra Stati Uniti e Messico. Scott riesce a destreggiarsi fra l'enorme quantità di pagine della sceneggiatura, portando a casa un buon film, anche se tendenzialmente prolisso.
Scott deve avere un debole per l'autocitazione. È questo il pensiero che si insinua nella mente dello spettatore che, dopo aver goduto de Il Gladiatore, si interfaccia per la prima volta al film del 2014 Exodus - Dei e Re.

Personalissima rilettura dell'episodio biblico dell'Esodo, Exodus racconta del mito di Mosè, immaginato da Scott prima come guida militare che spirituale, destinato a liberare il proprio popolo dalle catene di un sovrano superbo e allo stesso tempo insicuro, un Ramses fin troppo simile al Commodo di qualche anno prima. Non basta la maestria dietro alla camera da presa per reggere un film a cavallo fra il fantasy e il religioso, dimostrazione di potenza bruta ma privo di gentilezza.
Decisamente più riuscito è il successivo Sopravvissuto - The Martian, film del 2015 che mette a referto l'ennesimo ritorno di Scott alla fantascienza. Lasciati da parte gli incubi claustrofobici di Alien, le distopie post-moderne di Blade Runner e le riflessioni esistenziali di Prometheus, con The Martian si torna a trattare una fantascienza più "reale", o quantomeno verosimile. Storia di un Matt Damon astronauta e nuovamente pecorella smarrita, questa volta sul suolo apparentemente invivibile del pianeta rosso, The Martian intrattiene lo spettatore e riesce a creare un legame con il personaggio, non più contrapposto ad un nemico in carne ed ossa, ma messo alle corde dal più primordiale degli istinti, quello di sopravvivenza.

Alien: Covenant Se ve lo steste chiedendo, Ridley Scott è fra i più grandi nella storia del cinema. Maestro di stile, padrone del mezzo e creatore di un'estetica personale eppure universale, nel corso di questo viaggio durato quarant'anni ha saputo regalare autentici capolavori. Dalle highway perdute nel deserto alle profondità dello spazio siderale, dalla gloria di Roma alla meraviglia, macabra ed eppure affascinante, del futuro dell'umanità, non possiamo fare altro che alzarci in piedi e applaudire. Sperando che Alien: Covenant sia l'ennesimo grande spettacolo che noi umani non possiamo immagine.

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