Ricordando David Bowie, l'uomo che cadde sulla Terra

Un ricordo della leggendaria rockstar britannica, scomparsa domenica scorsa, ripercorrendo alcuni momenti indimenticabili, fra musica e cinema, di un itinerario artistico davvero senza eguali.

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Alle tre di notte del 21 luglio 1969, più o meno sotto gli occhi del mondo intero, Neil Armstrong diventava il primo uomo ad aver messo piede sulla Luna. Dieci giorni prima, la Philips Records aveva messo in commercio in Gran Bretagna un 45 giri intitolato Space Oddity, in cui un astronauta chiamato Major Tom, in orbita attorno alla Terra, dialoga con la base spaziale, il cosiddetto Ground Control, fino a quando la comunicazione all'improvviso non si interrompe e Major Tom, perso in un'abissale solitudine, si congeda con i versi «Planet Earth is blue / And there's nothing I can do». Sarebbe lungo soffermarsi sulla fosca bellezza di questa canzone, sulla natura rivoluzionaria della sua struttura melodica o sulla sua dimensione iconica, che ha offerto fra l'altro un sottofondo sonoro a scene di film come C.R.A.Z.Y., Le avventure acquatiche di Steve Zissou e I sogni segreti di Walter Mitty e di serie TV quali Friends e Mad Men; ma a comporre e prestar voce a quel brano epocale era un ragazzo di appena ventidue anni originario di Brixton, David Robert Jones, che da lì a breve sarebbe stato conosciuto in ogni angolo del pianeta con il nome di David Bowie. E Major Tom, l'astronauta che fluttuava nel vuoto siderale, non sarebbe stata che la prima di una lunga galleria di "maschere" indossate da David Bowie in quasi mezzo secolo di carriera.

AND THE STARS LOOK VERY DIFFERENT TODAY

Per chi scrive, la passione per David Bowie non si è sviluppata anno dopo anno, in parallelo con le incessanti trasformazioni di questa rockstar sempre pronta a reinventare se stessa e a rinnovare la propria musica. Il vero ‘incontro' con Bowie, al di là della fama che ne avvolge il nome, e il conseguente innamoramento per il Duca Bianco sono avvenuti soltanto dopo il suo ritiro dalle scene: quel decennale silenzio discografico durato dal 2003, anno dell'album Reality, fino al 2013, con la pubblicazione del bellissimo The Next Day. Un ritardo ‘fisiologico', dovuto a motivi anagrafici, che mi ha consentito di "vivere in diretta" unicamente il suo ritorno a sorpresa nel 2013 - la presentazione di Where Are We Now? l'8 gennaio 2013, senza alcun preavviso, a cui sarebbero seguiti i meravigliosi videoclip di The Stars (Are Out Tonight) e The Next Day, con tanto di parterre di divi hollywoodiani quali Tilda Swinton, Marion Cotillard e Gary Oldman - e poi quel suo commiato (ancor più sorprendente) di pochi giorni fa, con l'album Blackstar, uscito per il suo sessantanovesimo compleanno, e una canzone in particolare, Lazarus, in cui Bowie sembra aver messo in scena il supremo sberleffo nei confronti della "signora in nero": la morte, perfino lei, sublimata in una rielaborazione artistica. Una rielaborazione tremendamente vicina all'esperienza reale, da parte di un uomo per il quale la maschera e il volto non erano mai stati così simili; ma realizzata al tempo stesso con una consapevolezza, un desiderio di mettersi alla prova (è forse il suo disco più sperimentale) e addirittura un'ironia che lasciano sbalorditi e ammirati, una volta di più. Seppure con le lacrime agli occhi e un gigantesco groppo alla gola.

PEOPLE STARED AT THE MAKE UP ON HIS FACE

Chi scrive, dicevo, non ha avuto la fortuna di crescere con David Bowie: quel patrimonio inesauribile di canzoni straordinarie e di album magnifici non li ha visti venire alla luce e aumentare un po' alla volta. Per chi come me è nato negli Anni '80, e ha consumato gran parte della sua adolescenza all'alba del nuovo millennio, quel patrimonio era già (quasi) tutto lì, da fruire con ritmi e modalità ben diversi rispetto a quelli dei fan della generazione precedente - benché l'acquisto e il primo ascolto di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars abbiano costituito una folgorazione solo in minima parte mitigata dall'aura di culto che circonda Bowie da decenni. Ma l'impatto di quel ragazzo longilineo, con i capelli rossi, il viso androgino e gli occhi di due colori diversi, che si presentava al pubblico dei primi Anni '70 travestito dal suo alter ego, l'alieno Ziggy Stardust, intonando canzoni come Life on Mars?, Changes e Starman, all'epoca è stato qualcosa di dirompente; uno di quei fenomeni capaci di stamparsi con un effetto indelebile nell'immaginario collettivo, modificando - anzi, riscrivendo - il ruolo del rock nel costume e nella cultura popolare.
A tal proposito, per chi volesse farsi un'idea del ciclone provocato oltre quarant'anni fa dall'"uomo caduto sulla Terra" suggerisco di recuperare uno splendido film del 1998 (viatico, fra l'altro, della mia personale scoperta di Bowie e della sua musica): Velvet Goldmine, ovvero quanto di più lontano si possa concepire rispetto a un biopic tradizionale. In Velvet Goldmine non risuona una singola nota di Bowie (l'unico riferimento esplicito è il titolo stesso, ripreso da una delle canzoni meno note del Duca), ma il regista e sceneggiatore Todd Haynes ripercorre l'ascesa e la caduta di un immaginario divo del glam rock, Brian Slade (un prodigioso Jonathan Rhys Meyers, alla sua prima prova da protagonista), le cui stravaganze, i look eccentrici, l'ambiguità sessuale e le sfrontate dichiarazioni sul potere della finzione artistica - «Un uomo non è mai se stesso quando parla in prima persona: mettetegli una maschera e vi dirà la verità» - saranno i tasselli fondamentali per l'educazione sentimentale di Arthur Stuart (Christian Bale), introverso ragazzo omosessuale ossessionato da questa star che si materializza sul palcoscenico con le sembianze del misterioso Maxwell Demon, arrivando al punto di ‘uccidere' la sua stessa creazione (e i richiami allo Ziggy Stardust di Bowie e alla sua Rock 'n' Roll Suicide sono lampanti).

TURN AND FACE THE STRANGE

Velvet Goldmine, insomma, è un film capace di esprimere alla perfezione lo Zeitgeist dell'Europa (ma pure dell'America) a cavallo fra gli Anni '60 e '70, nonché il ruolo assunto da David Bowie all'interno di una rivoluzione culturale, sociale, sessuale e musicale: non solo per lo smisurato talento di compositore e di interpete, ma anche per la capacità e l'intelligenza nel mescolare una pluralità di linguaggi (la musica, il cinema, la moda, il mimo) allo scopo di calarsi di volta in volta in un personaggio differente e di raccontare, o piuttosto di ‘interpretare', una storia sempre nuova (sebbene la fascinazione per lo spazio rimarrà una costante di parecchi capitoli della sua carriera). E fra i personaggi, oltre a quelli - celeberrimi - del suo percorso musicale (da Aladdin Sane a Halloween Jack, dal Thin White Duke a Nathan Adler), non vanno dimenticati quelli cinematografici, in una filmografia in cui il gioco di suggestioni e di echi si fa ancora più fitto e intrigante. Thomas Jerome Newton, l'extraterrestre inviato sul nostro pianeta ne L'uomo che cadde sulla Terra (film basato su un omonimo romanzo di Walter Tevis), è un protagonista cucito a pennello dal regista Nicolas Roeg, nel 1976, su un David Bowie nelle vesti di attore esordiente, ma inseparabile dalla sua icona di "uomo delle stelle", mentre le atmosfere decadenti della "trilogia berlinese" e il binomio fra l'individuo e la maschera confluiranno nel 1983 in The Hunger (distribuito in italiano come Miriam si sveglia a mezzanotte), piccolo e prezioso cult horror per la regia di Tony Scott, con Bowie nella parte di John, musicista vampiro che si accompagna alla sensuale vampiressa Miriam di Catherine Deneuve.

LET'S TURN ON WITH ME AND YOU'RE NOT ALONE

In seguito, David Bowie si sarebbe prestato al cinema anche in ulteriori occasioni, più o meno fortunate: talvolta in parti brevi ma incisive, come il Ponzio Pilato de L'ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, l'agente dell'FBI Philip Jeffries nella serie Twin Peaks di David Lynch, e addirittura Andy Warhol nel biografico Basquiat di Julian Schnabel o se stesso in film diversissimi quali Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, Zoolander e Bandslam; in altri casi in ruoli da protagonista, come per il camuffamento sfrenatamente kitsch di Jareth, Re dei Goblin, nel fiabesco Labyrinth, ma soprattutto il maggiore Jack Celliers in Furyo (titolo originale Merry Christmas, Mr. Lawrence), diretto nel 1983 dal regista giapponese Nagisa Oshima. La tensione sottile ma devastante del film, il senso morale che grava sui comprimari di entrambe le fazioni (i soldati giapponesi e i prigionieri anglo-americani), il bacio ‘terribile' fra il maggiore Celliers e il capitano Yonoi di Ryuichi Sakamoto contribuiscono a rendere Furyo uno dei capolavori del cinema a sfondo bellico.
Rivedendo quei film, ritrovando il volto di Bowie nelle sue innumerevoli incarnazioni e reimmergendosi nella sua musica, quella musica che ci ha accompagnato per tutta una vita ma che, chissà come, sembra provenire direttamente dal futuro, sembra impossibile pensare che il Duca Bianco non ci sia più. Ma lui, in fondo, ci aveva avvisato subito che un giorno avrebbe fatto ritorno sul suo pianeta, dovunque esso sia; fin dai tempi di Ziggy Stardust e di quel memorabile "atto di chiusura" intitolato Rock 'n' Roll Suicide, che oggi è impossibile riascoltare senza avvertire un brivido diverso dal solito. Un brivido più intenso, più doloroso, ma in qualche maniera misteriosa anche immensamente più bello.

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