Revenge: tra cultura pop e splatter, il revenge movie si rinnova

Il filone dei revenge movie è sempre stato incredibilmente dinamico, pronto a cambiare meccanismi e canovacci, come dimostra l'ultimo Revenge.

Revenge: tra cultura pop e splatter, il revenge movie si rinnova
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Secondo il vocabolario Treccani, la parola "vendetta" significa: Danno materiale o morale, di varia gravità fino allo spargimento di sangue, che viene inflitto privatamente ad altri in soddisfazione di offesa ricevuta, di danno patito o per sfogare vecchi rancori.
Un concetto affascinante, pericoloso e misterioso che si annida sin dalla notte dei tempi nella mente dell'uomo, che per carattere e natura è spesso portato (quando non interviene la morale) alla violenza più fredda e calcolata.
Un meccanismo particolarmente caro anche al cinema, motore di centinaia e centinaia di storie, che nel tempo ha spesso cambiato il suo baricentro. Apice di questa trasformazione formale è probabilmente Revenge, in uscita nelle nostre sale il 6 settembre prossimo, un'opera che pone al centro di tutto una donna che impara a essere forte, a reagire (anche in modo surreale, se vogliamo) a tremendi torti subiti per mano di tre uomini.
Prima di saltare alla fine del nostro viaggio, però, torniamo un attimo indietro nel tempo, a vedere come la cultura popolare e il grande schermo hanno trattato il particolare tema della vendetta.

Ritorno dal regno dei morti

Alcuni fra i titoli più famosi del filone vedono protagonisti soprattutto degli uomini, dal carattere forte, dal fisico prestante e il sangue freddo. Il primo caso a tornare alla mente non può che essere Il Corvo con Brandon Lee: parliamo infatti del film di vendetta per antonomasia, ispirato fra le altre cose a un reale caso di cronaca nera.
Eric Draven e Shelly Webster sono due giovani innamorati prossimi al matrimonio, peccato però che il giorno prima delle nozze, nel corso della famosa Notte del Diavolo, i due vengano brutalmente assassinati. Shelly raggiunge la Terra dei Morti, l'anima di Eric invece viene tenuta in vita da un corvo che si posa sulla sua tomba.
Il suo ritorno alla realtà ha uno scopo ben preciso, vendicare gli omicidi senza pietà. Se il Corvo ricorre alla violenza più oscura, l'autore della graphic novel originale, James O'Barr, ha usato l'arte per vendicare - a modo suo - la morte della fidanzata in un incidente, causato purtroppo da un ubriaco.
La tragica realtà ha dunque ispirato le relative opere di riferimento, Coralie Fargeat (regista e sceneggiatrice di Revenge) si è invece rifatta all'attualità più spinta, fotografando - da un punto di vista tutto femminile - il desolante panorama degli abusi sulle donne da parte del sesso opposto, inserendo nella narrazione anche una buona dose di politica.

Un percorso di redenzione

Tornando a figure maschili "statuarie", vendicative per vocazione, non possiamo non citare Machete: il Danny Trejo diretto da Robert Rodríguez fa volare coltellacci e stacca arti con la medesima nonchalance di un bambino che spalma la Nutella su una fetta di pane.

Quando appare sullo schermo, gli schizzi di sangue sono assicurati, i suoi istinti animaleschi sono innatamente funzionali al compimento del suo lineare piano di vendetta. La protagonista di Revenge è invece Jen, una modella viziata che - all'inizio della (dis)avventura - non ha la minima idea di cosa sia il dolore, la rivalsa e soprattutto la violenza.
Impara a imbracciare delle armi, a soffocare e cacciare per puro istinto di sopravvivenza, solo successivamente la vendetta rispetto ai suoi aguzzini diventa un'azione inevitabile - a nome di un'intera categoria.

Calcolare, improvvisare

La Jen di Revenge subisce uno stupro non voluto e totalmente inaspettato all'inizio della storia, che cambia subito il volto al progetto, la Lisbeth Salander di Uomini che odiano le donne subisce un destino simile, è però più calcolatrice, preparata, riesce persino a girare un video del terribile atto, con cui poi attuerà la sua vendetta "legale", non fisica.
Restando in ambito femminile, forse il personaggio che più si avvicina all'eroina di Revenge, per ironia e linguaggio violento, nella recente storia del cinema è Black Mamba, l'insanguinata sposa di Quentin Tarantino in Kill Bill Vol 1 & 2. Il capolavoro in due atti dell'autore texano è forse ciò che ha più punti in comune con il nuovo Revenge: abbiamo una donna protagonista assoluta, un numero ben determinato di bersagli da eliminare per compiere vendetta, un uso smodato della violenza, una componente "fantastica" e fumettosa che lega gli eventi, non tutti verosimili.
Il personaggio di Uma Thurman inoltre, come Jen ma in maniera più metodica e organizzata, compie un preciso cammino a ostacoli di preparazione, come nella migliore tradizione della cultura giapponese a cui Tarantino si è ispirato smaccatamente.
Con Kill Bill scendiamo infatti nel campo della finzione spinta, dei manga, delle graphic novel, mentre Revenge - come abbiamo già ricordato - si attacca clamorosamente all'attualità metacinematografica, adeguandosi ai tempi in cui viviamo.

Io vi troverò

Bisogna poi ricordare che la maggior parte dei revenge movie classici è mossa da personaggi che hanno intenzione di vendicare qualcun altro. Vale per il Corvo, Machete, ma anche Django di Django Unchained, tutta la serie di Io ti troverò (Taken), con Liam Neeson attaccato al telefono per minacciare chi pensa continuamente a rapirgli i familiari.
Pensiamo poi al Clint Eastwood (e compari Morgan Freeman, Gene Hackman, Richard Harris) de Gli Spietati, all'iconico Frank Castle di Thomas Jane in The Punisher del 2004, che più che attuare vendetta vuole espressamente punire gli uomini che hanno ucciso la sua intera famiglia, un pattern simile a quello utilizzato dai fratelli Coen per Il Grinta del 2010.

La Jen di Revenge vuole vendicare se stessa, la sua femminilità, il suo corpo martoriato, il suo diritto di stare al mondo, la sua intera categoria in un mondo di uomini (almeno nel film, eh) prepotenti, in grado di sostituirsi a Dio e decidere della vita o della morte di altri esseri umani e animali.
Il revenge movie compie così la sua ennesima "trasformazione", diventando più umano e meno fantastico, più attuale e meno cartoonesco, pregno di significati tangibili da applicare al mondo reale, non una storia di fame e violenza fine a se stessa, immolata magari all'intrattenimento.
Un'opera da gustare a cervello decisamente acceso, ricettivo al massimo, pronto a cogliere dettagli e sfumature presenti sotto trama, proprio come il miglior cinema richiede - da sempre - al suo pubblico.

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