Registi vs. Fandom: l'emblematico caso di Star Wars

Le feroci prese di posizione di certi fan minano sempre più spesso la tranquillità di registi e produttori, che si schierano contro certi atteggiamenti.

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Il fanatismo è definito come "l'intollerante, esclusiva e acritica sottomissione a una fede religiosa o politica". Ovviamente il riferimento generico, primordiale e più importante è relativo a quei movimenti che nel tempo hanno serbato odio e rancore nei confronti del diverso; si pensi ad esempio, in termini socio-politici, al Ku Klux Klan o agli intenti pseudo-religiosi dell'ISIS, ma fanatici lo si può essere anche nell'ampio e stratificato mondo dell'intrattenimento, specie poi oggi, nel Web 3.0.
I social hanno infatti permesso una deriva estremista di quella che, banalmente e giustamente, è definita passione, trascendendo in una vera e propria intolleranza verso "il diverso", che in un film o in una serie televisiva può essere un cambiamento radicale rispetto allo stile o alla narrazione. In sostanza niente di fondamentale, specie perché da semplice fruitore un fan può al limite non apprezzare (non rimettendoci nulla in termini economici se non i soldi del biglietto).
Vista però la caratura praticamente religiosa di un prodotto come Star Wars, il fanatismo spinto ha preso spesso e volentieri il sopravvento, rispettando pedissequamente la sua definizione. E questo non è passato e non passa inosservato agli occhi degli artisti.

La furia del branco

Da soli si è deboli, ma in gruppo il discorso cambia. In un coro, la voce poco incisiva di un cantante si miscela a quelle dei compagni, apparendo magari più profonda e importante di quanto in realtà sia. Il discorso vale ovviamente anche per un bullo e il suo branco, così come per un fan e il fandom d'appartenenza.
Da sola, infatti, una persona non ha la potenzialità di disturbare un intero e collaudato sistema, ma unendo le forze con altre può fare ingenti danni. Così agisce un fandom: unito. E chi non è d'accordo è fuori.
La valenza paradossale di tutto questo la si è raggiunta soprattutto con Star Wars: Gli ultimi Jedi e con Solo: A Star Wars Story, gli ultimi due film della saga fantascientifica più seguita di sempre. In questo ultimo anno, il fanatismo cinematografico si è in pratica evoluto, ingurgitando parti importanti della propria natura, anche se i germi del pessimo mutamento erano già stati seminati all'uscita del deludente Star Wars: La Minaccia Fantasma.
In quel caso il film venne totalmente disprezzato dalla comunità più fervente di appassionati, anche se il maggior numero di attacchi furono rivolti al personaggio di Jar Jar Binks, ancora oggi tra i più odiati dell'intero universo di George Lucas. Da lì in poi le offese al personaggio trascesero però a quelle personali, dirette all'attore che diede movenze e voce a Jar Jar, Ahmed Best, che arrivò a meditare seriamente l'ipotesi di suicidio proprio a causa di questi attacchi colmi di disprezzo.
Una storia triste e simbolica che abbiamo raccontato anche in uno speciale dedicato e che oggi fa il paio con le prese di posizione di alcuni registi come Christopher McQuarrie (Mission: Impossibile - Fallout) e James Mangold (Logan), apertamente schierati contro il fandom di Star Wars.
McQuarrie ha attaccato duramente alcuni elementi che hanno preso di mira, e con foga, l'operato di Rian Johnson, dichiarando "di non aver più il desiderio di lavorare per soggetti simili", nonostante in passato abbia sperato di dirigere un film di Star Wars. A fargli da eco arriva Mangold, che sottolinea come "scrivere un film non può diventare un'esperienza emotivamente così carica, come se si stesse scrivendo un nuovo capitolo della Bibbia", riferendosi ovviamente alle dure critiche di una parte del fandom starwarsiano ormai fuori controllo, che va anche contro la propria natura.
Mantiene intatto lo spirito acritico nei confronti della "religione" d'appartenenza, ma non ne accetta l'evoluzione intrinseca, come se - biblicamente parlando - non si riuscisse a riconoscere come buona la figura divina del Nuovo Testamento rispetto al Vecchio.

Si creano così forti scissioni interne tra conservatori e progressisti, dove i secondi mitigano con coscienza un cambiamento - purtroppo o per fortuna - necessario ai fini della sopravvivenza, mentre i primi estremizzano la propria passione con ardore ancor più intollerante, questa volta anche e soprattutto rivolto alla propria fede.
In sostanza, certi elementi sono come dei terroristi dell'intrattenimento che, sotto il falso stendardo della libera espressione del pensiero, tentano costantemente di minare un dibattito pacifico e volto soprattutto al miglioramento di un franchise.
Sono indistinguibili dai bulli e sono frutto di una società in cui la rimozione di barriere mediatiche ha permesso simili infiltrazioni, che per assurdo rischiano di portare alla costruzione di nuovi e inediti sbarramenti all'interno delle società digitali odierne.
Di sicuro hanno dato modo a registi di un certo calibro di desistere dalla volontà di prendere le redini di un futuro film di Star Wars, distruggendo per un nonnulla i sogni di milioni di appassionati in nome di una lotta inutile e insensata.
Per quanto emblematico e importante, comunque, il caso della saga di George Lucas è solo uno dei tanti, anche se probabilmente il più significativo a causa del gran numero di appassionati che si dividono in almeno tre generazioni di spettatori.
Il buonsenso e la ragione, infatti, si sono addormentati anche in molti altri ambiti, sia nel mondo dell'intrattenimento che in quello socio-politico, ben più importante e reale. E come ci insegna Francisco Goya, "il sonno della ragione genera mostri".

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