Red Dead Redemption 2: i film da (ri)vedere prima di giocarlo

Un ripasso dei grandi classici del cinema Western che hanno ispirato la realizzazione di Red Dead Redemption 2.

speciale Red Dead Redemption 2: i film da (ri)vedere prima di giocarlo
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Stadia
  • Riflessi ramati di un sole stanco si riverberano su filamenti d'erba spenta. Un silenzio tagliente si smarrisce nello spazio sconfinato della prateria. È un attimo. I binari di una ferrovia diretta in un altro mondo si animano, lo sferragliare furioso di un treno riempie quel vuoto apparente. Un fumo color avorio macchia un cielo puro e terso. Poi improvvisamente un tonfo si appropria del paesaggio sonoro. Eccone un altro. Sono spari e il loro rumore assordante si mescola con lo scalpitio di cavalli al galoppo. Questa è una rapina, lo sanno il fuochista e il macchinista della locomotiva, che danno l'allarme. Ma è troppo tardi, sarà una carneficina. A chilometri di distanza in una piccola cittadina abbandonata al suo mesto destino, un uomo viene ucciso mentre sorseggia il suo bourbon mattutino e una vendetta è finalmente suggellata.
    Siamo nel diciannovesimo secolo, questo è il nuovo continente. Questo è il profondo ovest: benvenuti nel Far West. Ecco lo scenario in cui ogni videogiocatore sarà proiettato il 26 ottobre 2018, nel personale Westworld partorito dalle geniali menti dei programmatori della Rockstar. Perché Red Dead Redemption 2 sarà il parco giochi a tema agognato da tutti quelli che da sempre sognano di cavalcare in solitaria, verso un tramonto mai così vivido e alla conquista di un passato mai così avventuroso.
    Duelli con pistole dal grilletto sempre premuto, assalti funambolici a diligenze, la conquista delle sterminate praterie: il fascino del lontano West è ancora caldo, come un proiettile appena sparato.
    I topoi e l'estetica presenti in Red Dead Redemption 2 sono il perfetto sunto di un genere duro a morire come i suoi protagonisti, capace di ripensarsi e reinventarsi di continuo. Dalla letteratura al fumetto, passando per la musica e il teatro, il western si presta da sempre a una moltitudine di trasposizioni artistiche. Tra le sue disparate declinazioni, è il cinema il mondo da cui il videogioco griffato Rockstar ha attinto maggiormente per plasmare come un demiurgo il suo splendido universo.
    Il genere cinematografico western ha saputo negli anni dipingere e cristallizzare le contraddizioni di un'epoca in cui coesistevano uno spiccato individualismo e i prodromi dell'edificazione della società americana contemporanea.
    L'epopea della frontiera è figlia dell'epica omerica, in cui si dipinge e si forgia il cittadino. La battaglia è quotidiana e si manifesta in disparate sfaccettature. È qui che si mitizza il pistolero solitario, alla conquista del West: un supereroe ante litteram, a volte senza macchia, altre demitizzato. Figlio di una frontiera metafora di un'America instabile e carica di contraddizioni.

    Classic Redemption

    Un excursus cinematografico nel selvaggio West non può prescindere dall'immaginario classico dipinto da John Ford, padre fondatore del genere con una carriera sfavillante durata 50 anni. Dal cortometraggio muto del 1917, il Tornado, all'ultimo Missione in Manciuria, del 1966. Decenni costellati da successi, sotto i fulgidi raggi del sole dell'Ovest.

    Ford ha rappresentato in modo impeccabile la vastità degli spazi sconfinati, lande in cui ruotano le vicende di personaggi soli, sconfitti, ma elevati al rango di eroi. Nelle sue pellicole la camera diventa l'occhio dello spettatore, sullo schermo viene raffigurata la complessità dell'esistenza umana, in continuo peregrinare tra dannazione e redenzione. Al centro delle sue opere viene dipinta un'umanità discesa "ad inferos", nella polvere, simbolo dell'uomo e al contempo della natura.
    Sentieri Selvaggi (1956) dipinge egregiamente un uomo ossessionato dal desiderio di rivincita, una vendetta utopica che si infrange contro un destino irreversibile, che lo fa sprofondare in una solitudine errante. Ma è anche elegia del nucleo familiare, punto d'arrivo per molti, ma non per tutti. L'immagine del portico (visto anche in un trailer di Red Dead Redemption 2) è l'esatta sintesi di questa dicotomia. A metà tra il paesaggio selvaggio e il mondo umano, un luogo sospeso, che sussume l'anima del Far West. Una soglia che divide il passato disabitato e il presente civilizzato.

    Numerosi stilemi del Western classico sono stati mutuati dal cinema giapponese, in particolar modo dal maestro Akira Kurosawa. È in quest'ottica che si può inquadrare un altro mostro sacro del genere, "I magnifici sette" (1960) di John Sturges, che ripropone, nei temi e nella scansione episodica, un libero adattamento de "I sette samurai".
    Il film, di cui recentemente è uscito un remake con regia di Fuqua, racconta le vicende di sette uomini dal passato burrascoso che si impegnano a difendere un villaggio di contadini messicani dai continui attacchi dei banditi. La pellicola è un'ode all'amicizia collettiva ed eleva all'epicità i temi della giustizia e dell'onore. Nella polvere del confine tra Stati Uniti e Messico. Ancora una volta sospesi tra due realtà, tra due mondi.
    "Nel West non ci sono eroi. C'è solo gente che ha paura della vita". Per Sam Peckinpah il Western è il luogo in cui vanno in scena la morte e la disfatta personale. L'eroismo viene messo da parte; i suoi protagonisti sono spietati, pronti a essere sconfitti e ricoperti di sangue, il proprio.

    Il Mucchio selvaggio è un sunto della poetica di Peckinpah. La dicotomica divisione tra buoni e cattivi si infrange, non c'è spazio per il buonismo, per l'empatia verso un eroe che salva il proprio (nuovo) mondo. L'essere umano è sporco, malvagio, ribelle senza una causa. L'amicizia si può spezzare, l'amore è labile e l'adulto offre esempi sbagliati e crudeli. L'ordine canonico a cui ci aveva abituato il geometrico cinema americano per la massa viene ribaltato e lo spettatore rimane stravolto, incapace di separare bene e male, protagonisti e antagonisti. Il montaggio viaggia a velocità impressionanti (alcune scene durano 1/10 di secondo), il numero di inquadrature è fuori misura (più di 3600 nel director's cut): è il trionfo dell'iperrealismo pulp. Uomini al di là del tempo e dei luoghi cercano un'autocoscienza che si trasforma in un punto di non ritorno. Un burrone in cui si lanciano a velocità spasmodica crudeltà e malinconia. Perché dietro ogni sguardo crudele si nasconde in realtà una straziante paura della vita.

    Spaghetti Redemption

    È il 1964. Anno di svolta per il Western e per il cinema italiano. Esce nelle sale Per un Pugno di dollari, secondo film di un regista che scriverà una pagina scintillante della storia del cinema mondiale: Sergio Leone. Dotato di intelligenza visiva formidabile e capace di una narrativa graffiante, Leone ha reinterpretato il genere, dandogli nuova linfa.
    Dialoghi al vetriolo, alternanza spasmodica tra primi piani dettagliati e campi lunghi, momenti di stasi e azione rabbiosa improvvisa, scelte registiche inusuali per l'epoca: il cinema contemporaneo ha un debito inestinguibile con Leone. Le atmosfere dei suoi duelli sono imitate e omaggiate da decine di epigoni, che non hanno mai raggiunto il livello di epicità delle sue sequenze.

    Ne Il buono, il brutto e il cattivo (1966) si arriva a uno dei punti più alti del firmamento Western. Leone si distanzia dai prototipi americani, a cominciare dall'ambientazione storica, quella guerra civile americana che sembrava un tabù per i suoi colleghi a stelle e strisce. Ogni movimento di camera, ogni passo dei protagonisti, ogni compressione del grilletto, ogni battuta risulta importante e carica di una passione irrefrenabile per il genere e per il cinema tout court. Come per gli altri due film appartenenti alla "Trilogia del dollaro" l'umorismo nero pervade nella sceneggiatura, una scrittura che ci regala non più eroi, ma semplici uomini che vivono dei loro vizi e non si sentono in colpa. Protagonisti in balia del caso e di un destino che preannuncia e minaccia costantemente una fine imminente. Una morte annunciata, che però non fa paura e viene affrontata con ironia e irriverenza.

    Modern Redemption

    Negli occhi glaciali di Clint Eastwood si intravedono i paesaggi sconfinati dell'Ovest dell'America. La carriera dell'Uomo della polvere è legata in modo inscindibile con il Western. Dopo essere stato scoperto da Leone, che lo scritturò per l'intera trilogia del dollaro, Eastwood ha il merito, stavolta come regista, di riportare in auge il genere negli anni novanta, in un periodo in cui sembrava essere sommerso dalla stessa polvere che lo aveva mitizzato.
    Con Gli Spietati (1992) riesplose la passione americana per il selvaggio West: con un budget di appena 17 milioni, il film quasi decuplicò la cifra ai botteghini e fu impreziosito con ben 4 statuette agli Oscar. Intriso dell'estetica dei film di Leone (a cui la pellicola pone omaggio nei titoli di coda), il film palesa una narrativa e temi propri dei western crepuscolari.
    Dietro la vendetta del protagonista si cela una riflessione sulla difficoltà dell'essere umano di modificare il proprio destino, ancorato a un peccato senza perdono. Si ragiona sulla violenza e sulle sue conseguenze in una storia che demistifica i topoi classici e propone un cowboy capace di provare emozioni più profonde. Lo spettatore stesso è coinvolto empaticamente, proiettato in scena con un epico primo piano dei protagonisti, da cui traspare più vivida che mai la disperazione e infine la morte.

    Il nuovo millennio, dopo un 2007 nato sotto il segno del selvaggio West, con gli ottimi Quel treno per Yuma e L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, viene riformulato in chiave Western dal maestro del pulp, Quentin Tarantino. Il suo Django Unchained è un attestato d'amore alla cosmologia cinematografica di Corbucci e Leone.
    L'onnipresente citazionismo cinefilo di Quentin omaggia lo spaghetti/maccheroni western del regista della pellicola originale del 1966, inserendo piccole gemme come il paesaggio innevato visto ne Il Grande Silenzio o la cavalcata senza sella di Navajo Joe. Ma Django non è solamente un omaggio al cinema made in Italy, è un vero compendio del genere. C'è il paesaggio mozzafiato e ostile di fordiana memoria, c'è il codice d'onore impregnato da una disillusione decadente, c'è la vendetta. Ma c'è soprattutto la straordinaria reinterpretazione tarantiniana del genere.
    Red Dead Redemption 2 sarà tutto questo. Perché con la Rockstar videogiochi e cinema viaggiano sullo stesso binario, a bordo di una diligenza diretta verso l'orizzonte, smuovendo la polvere smossa in precedenza da eroi di un passato ancora vivo, illuminato dai raggi caldi del sole del selvaggio West.

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