Rami Malek, l'uomo che diventò Freddie Mercury

Trasformarsi in Freddie Mercury sul grande schermo era una missione pressoché impossibile, Rami Malek è però riuscito nell'intento.

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Immaginate di essere uno degli attori americani più promettenti fra i 30 e i 40 anni, conosciuto dal pubblico televisivo per piccoli grandi ruoli ma a cui manca però il vero trampolino di lancio verso il grande schermo. Un giorno il vostro agente vi racconta di una parte in ballo, una di quelle grosse, tanto memorabili quanto rischiose, capaci allo stesso tempo di spalancare le porte dell'Academy come aprire voragini della vergogna insanabili - a seconda del risultato, dell'opinione della critica e del pubblico.
L'obbiettivo è interpretare Freddie Mercury in un biopic a lui dedicato e a buona parte della storia musicale dei Queen, ovvero uno dei più grandi performer mai esistiti e una delle band inglesi più acclamate di tutti i tempi, originale sino al midollo. Un personaggio sopra le righe, dai tratti spigolosi sia sul volto che nelle pieghe dell'animo, in grado di amare la vita e il pubblico in maniera incondizionata; un uomo tanto estroverso quanto riservato, capace di conservare dentro di se, fino all'ultimo attimo utile, il dolore di una malattia incurabile, che lo ha strappato via dal mondo troppo presto - lasciando un cratere destinato a rimanere tale per sempre.
Una leggenda, per riassumere tutto in una sola parola. Se avete immaginato a dovere, avrete sentito - come accaduto a Rami Malek - un brivido freddo scorrervi lungo la schiena, insieme alla paura di un salto nel vuoto verso l'impossibile.

Recitare, suonare, cantare

Rami Malek meriterebbe d'esser portato in trionfo anche solo per aver accettato una sfida simile, davanti alla quale molti di noi e dei suoi colleghi si sarebbero forse tirati indietro. Del resto mettersi del trucco addosso, una dentiera finta e sporgente, un paio di occhiali a goccia non bastavano affatto per completare l'opera, anzi: oltre che di una persona eclettica, parliamo di uno dei più grandi cantanti della storia recente.
Freddie Mercury possedeva una voce unica, squillante e pulita, capace di saltare da un'ottava all'altra e penetrare nell'anima di chi - dall'altra parte - l'ascoltava. Inoltre suonava la chitarra (forse l'unico dettaglio risparmiato a Rami Malek in fase di produzione) e il pianoforte magnificamente, del resto era lui stesso a suonare dal vivo Somebody to Love, Love of my life o Crazy Little Thing Called Love (quando non era Brian May a prendere lo scettro del leader strumentale).
Elementi che hanno aumentato a dismisura il coefficiente di difficoltà, e che hanno "costretto" l'attore a studiare canto e pianoforte, ancor prima che la produzione partisse ufficialmente. Uno studio lungo un anno e mezzo, iniziato quando ancora i fondi per il film non erano stati neppure stanziati, motivo per cui è stato lo stesso Malek a pagarsi le lezioni a Londra.

Un uomo, un esempio universale

Già, Londra, la città del vecchio continente più "globale" che esista, luogo d'incontro di culture e tradizioni e "patria" dei Queen. Prima metropoli europea a eleggere un sindaco di origini pakistane e di religione musulmana, un atto "di forza" utile a scardinare secoli di pregiudizi, oltre che a smontare le recenti tesi fantapolitiche di Michel Houellebecq in Sottomissione e a ridicolizzare l'odio esasperato ed esasperante di molte forze politiche mondiali attuali.
La stessa capitale che nel cuore degli anni '60 ha accolto la famiglia Bulsara, in fuga dalla rivoluzione di Zanzibar. Freddie Mercury infatti non era altro che il nome d'arte di Farrokh Bulsara, elemento che una volta di più lo avvicina a Rami Malek.
Pur essendo nato nella soleggiata Los Angeles, le origini di Rami - come lo stesso nome suggerisce - sono egiziane, ulteriore dettaglio che rende la storia dei due artisti non certo identiche, ma similari.
Un bagaglio di esperienze che ha aiutato Malek a immedesimarsi in Freddie Mercury soprattutto nella prima parte del film, durante la quale si affronta il rifiuto delle proprie origini, l'integrazione assoluta in un "nuovo mondo", il contrasto con la "vecchia" generazione propria dei genitori. Tutti temi che Bohemian Rhapsody chiude, certo in maniera romanzata, qualche istante prima dei fuochi d'artificio finali, quel Live Aid che ha cambiato la nostra storia recente.

Senza respiro

Oltre 20 minuti di musica immortale, un'esibizione senza tempo di fronte a un Wembley Stadium pieno all'inverosimile, che Bryan Singer (prima della sostituzione di Dexter Fletcher) ha ricreato quasi "in scala 1:1", saltando forse soltanto i momenti in cui Freddie Mercury suona la chitarra - Malek non poteva arrivare anche a questo!

Una sequenza girata senza stacchi, proprio per dare un senso di immersione e di continuità, davanti a decine di telecamere e un pubblico chiamato per l'occasione. Una sorta di esercizio di stile costato molto sudore agli interpreti, Malek in primis: basterebbe suonare 20 minuti di fila davanti a una platea le canzoni dei Queen per mettere in difficoltà chiunque, in questo caso vi era poi "l'aggravante" del ricreare - passo passo - le particolari movenze di Mercury, autentico animale da palcoscenico, impresse nelle registrazioni dell'epoca.
Si può obiettare il trucco sul volto di Rami Malek forse troppo didascalico, una sceneggiatura eccessivamente romanzata per questioni "logistiche", una regia senza particolari guizzi, l'attore americano si è però imbarcato in una missione impossibile risultando comunque credibile, cantando, suonando, cercando di catturare molte delle sfumature proprie di Freddie Mercury, sul palco come nell'intimità. Un salto nel vuoto che, da spettatori, non dimenticheremo facilmente.

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