Quarto potere, come Orson Welles ha fatto la storia del Cinema

In occasione dell'arrivo su Netflix di Mank, vi parliamo del film più osannato e celebrato nella storia del cinema, sempiterna fonte di ispirazione.

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La definizione di cinema sull'Enciclopedia Treccani recita letteralmente: "Il complesso delle attività artistiche, tecniche, industriali che concorrono alla realizzazione di spettacoli cinematografici (film) e anche l'insieme di questi, come opera complessiva, in quanto concreta espressione d'arte nel campo della fantasia o strumento d'informazione, di documentazione scientifica, a fini didattici, informativi, ricreativi."
Tutto ciò potrebbe essere riassunto molto più semplicemente in due semplici parole, ossia: Quarto potere. Non è un'esagerazione dire che il Capolavoro di Orson Welles abbia definitivamente plasmato la Settima Arte come la conosciamo oggi e non è un caso che nelle classifiche stilate da decenni a questa parte risulti, spesso in acerrima lotta con l'altrettanto memorabile Viaggio a Tokyo (1953), al primo posto nelle preferenze di critici e registi.
Perché l'influenza che l'opera ha avuto e continua ad avere sull'intero media durerà probabilmente per l'eternità e il destino pare seguire a ruota un film incentrato proprio sulla sua realizzazione, uno dei titoli più acclamati della stagione in corso, ovvero il Mank di David Fincher.
Se quest'ultimo lo potete recuperare da poche ore all'interno del catalogo di Netflix, per andare alle origini e godervi una tappa fondamentale della storia filmica non dovete far altro che rivolgervi alla ricca libreria di Amazon Prime Video.

Rosebud, viva o morta

Perché ancora oggi l'eredità di Quarto potere aleggia come un amabile spettro sulle spalle di chiunque voglia diventare regista? Il motivo è semplice sulla carta, più complesso e stratificato nell'effettiva gestazione di un quadro generale nel quale Orson Welles ha messo tutto se stesso, lottando e sudando per ottenere quella libertà creativa mai concessa a nessuno prima di allora.
Regista, sceneggiatore, produttore e assoluto protagonista: un esordio di così titaniche proporzioni soltanto uno con il suo carisma se lo sarebbe potuto permettere.
Con totale carta bianca da parte di RKO (il contratto tra le due parti venne ritenuto il più vantaggioso mai offerto da uno studio), Welles ha paradossalmente debuttato con quello che inizialmente avrebbe dovuto essere il suo terzo film, ma del quale poi ha anticipato le riprese per problemi con la pianificazione di altri due progetti - tra cui l'adattamento di Cuore di tenebra da Conrad - trovando imperitura gloria a venire.

Perché con Quarto potere il Nostro rivoluziona i canoni stessi della forma cinematografica, tramite una completa rielaborazione della messa in scena e dei trucchi estetici.
La sua è una rifondazione ottica e fotografica, che non abbellisce soltanto l'impatto visivo ma reinventa la concezione stessa delle immagini, dando vita a nuovi punti di vista e sfruttando il montaggio con una verve narrativa fresca e incalzante, capace di trasformare la struttura a flashback in un vortice coeso e magnetico, dal quale è impossibile uscire fino ai titoli di coda.

Welles utilizza la profondità di campo in maniera inedita, rendendo ogni singolo elemento parte integrante e fondamentale dello schermo, e innalza il piano-sequenza a livelli di assoluta eccellenza.
Lo spettatore viene rapito, in totale accondiscendenza, dal succo del racconto e dalla curiosità che lo assale nella ricerca di quello che è il re dei macguffin, di scoprire cosa significhi quella parola, Rosebud (Rosabella nella versione italiana), pronunciata dal protagonista poco prima di spirare.

Dove tutto ebbe inizio

Ebbene sì, non è uno spoiler, ma come i cinefili già sanno il film inizia proprio con la morte del personaggio principale, quel Charles Foster Kane liberamente ispirato alla figura di William Randolph Hearst, magnate dell'industria del legno e dell'editoria.
Da lì prende il via un'evoluzione a ritroso, introdotta da un esaustivo filmato di cinegiornale, che segue un indizio chiave atto a comprendere chi o cosa sia Rosebud.
Il reporter Jerry Thompson viene incaricato dal suo direttore di intervistare figure fondamentali della vita di Kane per svelare l'insondabile dilemma e questo permette allo spettatore, immedesimatosi col ruolo del giornalista, di andare a caccia di spunti e teorie prima dell'imprevedibile, struggente, rivelazione finale.

Eccoci così pronti ad attraversare come un fiume in piena lo scorrere degli anni del futuro miliardario, dai primi passi in un piccolo giornale fino alla definitiva scalata nel mondo della stampa, dai matrimoni alle ambizioni politiche, dagli scandali alla sete di potere che determineranno ascesa e caduta di un uomo alpha e omega, larger than life, per cui il potere assume un senso totale e totalizzante dal quale farsi, inevitabilmente, consumare.

E Welles costruisce questo percorso, appassionante e destabilizzante, con un incrocio di prospettive che mostrano diversi eventi dagli occhi dei personaggi coinvolti, mutando e trasmutando in continuazione la materia narrativa con diabolica gigioneria.

Per ironia della sorte

Quarto potere ha anche il merito di farsi paradossalmente profetico, nello (ri)specchiare vizi e virtù della stampa.
Nel film Kane utilizza i giornali di sua proprietà a personale vantaggio, o nell'ipotetica volontà di denunciare presunti brogli alle elezioni, perse, per la carica di governatore (eventi recenti hanno dimostrato come i tempi non siano per nulla cambiati) o per lanciare su scala nazionale la carriera operistica della sua seconda moglie, esaltata sulle prime pagine ma in realtà aspramente criticata da chiunque capisse un minimo di musica.
Ed è paradossale la situazione che si è riversata sul film stesso alla sua uscita nelle sale, dove ottenne un misero incasso, e conseguentemente alla cerimonia degli Oscar (solo una vittoria su nove candidature).
Come abbiamo detto il protagonista era ispirato all'editore William Randolph Hearst, che non gradì per nulla il ritratto di lui mostrato e avviò una pesante campagna di boicottaggio proprio tramite i quotidiani e le radio che possedeva. Una situazione al limite dell'assurdo che però mostra ulteriormente l'acume in fase di sceneggiatura - premiata per l'appunto con l'Oscar - da parte di Welles, che la scrisse proprio insieme a quell'Herman J. Mankiewicz che ha il volto di Gary Oldman in Mank.

Il divoratore di mondi

Rimane il fatto di come Quarto potere sia un'esaltazione esasperata, ispirata e ambiziosa della megalomania del suo creatore, factotum e deus ex machina racchiusi in un unico individuo.
Il rischio corso da Welles di mangiarsi tutto il film è scongiurato dalla sublime sintesi di modi e tempi, con il giusto spazio riservato a tutte le pedine secondarie e un magistrale equilibrio, tra l'imperante anima di un dramma destinato a progredire verso il fine risaputo e i passaggi più leggeri che guardano alla commedia classica, con sprazzi di quel teatro tanto amato dallo stesso cineasta.

In tutto questo ha luogo un viaggio introspettivo di rara lucidità nella mente di un uomo per cui la conquista della fama è tale solo se utile al fine di esercitare controllo sugli altri.
Non è un caso che uno degli scambi di battute più illuminanti, nelle fasi finali, giochi su questa indissolubile dicotomia e che il declino abbia inizio proprio quando la capacità di condizionamento esterno viene meno, lasciando che lo sfarzoso e gargantuesco castello di Xanadu/Candalù, con tutte le sue immense e innumerevoli ricchezze, sia destinato a un triste e rovinoso oblio.

Uno svolgimento a incastro che ricostruisce un quadro ambiguo e affascinante, dove Kane viene scomposto e vivisezionato al microscopio da molteplici (s)punti di osservazione, in una sarcastica e impietosa regressione di quell'american dream qui ridotto a brandelli nelle sue effimere fondamenta.
Non importa quanto oltre si spinga e quanti obiettivi riesca a colmare, poiché quel Rosebud alla base di tutto sarà sempre un qualcosa di irraggiungibile, un frammento perduto che attraverso l'oggetto materiale rappresenta il trauma di un'infanzia smarrita per sempre.
E per sempre rimarrà il lascito di una pellicola che, a quasi ottant'anni dall'uscita nelle sale d'Oltreoceano, conserva intatta quell'immaginifica potenza, quella smodata fame di infrangere le barriere e arrivare là, dove nessuno era mai giunto prima, in un'idea d'avanguardia e di assoluto, folle e consapevolmente superbo, amore per il cinema nella sua essenza più pura e primigenia.

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