Speciale Quando la vendetta è donna

Da Kill Bill a Confessions, passando per Solo Dio Perdona: Kristin Scott Thomas e le altre 'vendicatrici' del cinema moderno

speciale Quando la vendetta è donna
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Una fluente chioma color biondo platino; look da vamp condito da piccoli tocchi spudoratamente kitsch; sguardo gelido e tagliente da cui trapela un’inequivocabile malvagità: è il ritratto di Crystal, molto probabilmente la villain più implacabile ed affascinante che avrete la fortuna di contemplare al cinema nel corso della stagione (e forse dell’intera annata), ovvero la cattivissima madre di Julian, il personaggio impersonato da Ryan Gosling nel film Solo Dio perdona. Diretto da Nicolas Winding Refn (già regista dell’acclamato Drive) e presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes, dividendo critica e pubblico, Solo Dio perdona è un thriller iperviolento e inesorabilmente cupo, ambientato nello scenario notturno e quasi onirico di una Bangkok che assume i contorni di un incubo ad occhi aperti.
In questo film intensissimo e visivamente straordinario, una sorta di “discesa agli inferi” scandita dall’inquietante colonna sonora di Cliff Martinez, a dominare lo schermo è proprio lei, Crystal, giunta a Bangkok con un unico, incrollabile scopo: vendicare la morte del figlio primogenito Billy, ucciso per un atto di rivalsa subito dopo aver violentato e massacrato una prostituta minorenne. Totalmente indifferente a qualunque tipo di giudizio etico che prescinda dal mero legame di sangue, Crystal è disposta a tutto affinché la testa dei responsabili della morte di suo figlio le venga servita “su un piatto d’argento”, e pertanto esorta il suo secondogenito, Julian, a dare la caccia agli assassini di Billy, scatenando così una guerra senza quartiere fra le strade di Bangkok.

Ad interpretare magistralmente il ruolo di questa signora del crimine, con una scelta di casting tanto azzardata quanto geniale, è una delle migliori attrici del panorama europeo: Kristin Scott Thomas, 53 anni da poco compiuti, nata in Cornovaglia e conosciuta dal pubblico mondiale per il fascino aristocratico e l’eleganza da diva d’altri tempi che ha saputo conferire ai suoi personaggi più celebri, dall’altezzosa ed irriverente Fiona di Quattro matrimoni e un funerale all’appassionata Katharine Clifton, eroina romantica del kolossal di Anthony Minghella Il paziente inglese, passando per nobildonne deliziosamente snob in film come Un matrimonio all’inglese e Gosford Park, uno dei capolavori di Robert Altman.
Dedita da anni al cinema d’autore, soprattutto in Francia, sua patria d’adozione (ricordiamo quantomeno titoli come Ti amerò sempre e il recentissimo Nella casa), Kristin Scott Thomas si è tuffata con entusiasmo in questo ruolo lontano anni luce dalla sua immagine di attrice, partendo non a caso dalla trasformazione del proprio look (il regista Nicolas Winding Refn ha paragonato l’aspetto di Kristin nel film a quello di Donatella Versace) e arrivando a regalare una performance superba, perfettamente sospesa tra il furore vendicativo, i sottotesti edipici (una sotterranea pulsione incestuosa sembra legare la sua Crystal a Ryan Gosling) e perfino una mordace e sboccata ironia, che emerge con effetto dirompente nel corso di una bizzarra cena madre / figlio già diventata una scena cult.
Fin dal titolo, in effetti, il film di Refn esplicita quello che costituisce il suo principale fulcro tematico: la violenza come unica modalità di approccio al reale, anche da parte di chi, come Julian, manifesta un’interiorità tormentata e in perenne conflitto. Un conflitto di cui il personaggio di Crystal costituisce uno dei poli estremi: il male assoluto, identificato in un divorante desiderio di sangue, di vendetta e di morte. E Kristin Scott Thomas, assecondando sapientemente la prospettiva di Refn, riesce nella non facile impresa di creare una villain tanto tragica, nel suo insaziabile anelito ad una vendetta spietata, quanto accattivante nei suoi tratti più eccentrici e sopra le righe, come se fosse venuta fuori da un film di Tarantino.

E proprio dalla penna di Quentin Tarantino deriva una delle massime icone del cinema del nuovo millennio, vale a dire un’altra figura femminile alla quale è associato in maniera indissolubile il tema della vendetta. Conosciuta semplicemente come la Sposa, ma anche con il nome di battaglia Black Mamba (benché il suo vero nome sia Beatrix Kiddo), la temibile spadaccina impersonata da Uma Thurman nel dittico tarantiniano di Kill Bill è arrivata a rappresentare la “vendicatrice” per antonomasia del cinema contemporaneo. Inconfondibile fin dalla sua singolarissima tuta gialla, dotata di un’abilità straordinaria nell’arte del combattimento e nei duelli all’arma bianca, la Sposa ha votato la propria esistenza ad un “regolamento di conti” inevitabilmente sanguinario, essenziale tuttavia per raggiungere una speranza di pacificazione rispetto ad un passato traumatico e devastante.

Possiamo dunque osservare come la violenza, nel cinema degli ultimi anni, abbia perso almeno in parte la sua connotazione tipicamente maschile, lasciando spazio a personaggi femminili estremamente agguerriti, votati all’azione e allo scontro (anche fisico) e pronti ad effettuare le proprie vendette senza alcun bisogno di intermediari. In realtà, la Sposa di Tarantino deriva da un illustre modello, riconducibile addirittura al cinema francese della Nouvelle Vague: stiamo parlando, come gli spettatori cinefili ben sapranno, de La sposa in nero, il classico diretto da François Truffaut nel 1968 e tratto da un romanzo noir di William Irish, con un’algida e indimenticabile Jeanne Moreau nel ruolo di Julie Kohler. Proprio come la spadaccina di Uma Thurman, anche la Julie della Moreau si ritrova vedova subito dopo le nozze, e da quel momento consacrerà la propria vita ad un progetto di vendetta perseguito con precisione millimetrica, e con una costanza che nulla e nessuno potrà scalfire.

Una vendetta meno brutale, ma assai più raffinata ed ingegnosa, è quella messa in campo nelle pagine di uno dei più grandi “romanzi di vendetta” che siano mai stati scritti (e trasposti sul grande schermo). Se all’uccisione del proprio amato le “vedove nere” di Truffaut e Tarantino rispondono impugnando l’arco o sguainando la spada, nei salotti aristocratici della Francia pre-rivoluzionaria di fine Settecento a una delusione sentimentale e ad uno smacco in campo amoroso si reagisce con armi ben diverse, ma forse altrettanto letali. E in questo senso una delle più sublimi espressioni della “vendetta al femminile”, prima in letteratura e poi al cinema, è senza dubbio la Marchesa de Merteuil, personaggio archetipico - e per molti aspetti addirittura avanguardistico - della donna in grado di imparare a conoscere l’ambiente in cui si trova, e di conseguenza a controllarlo a proprio vantaggio, manipolando le proprie vittime mediante armi squisitamente dialogiche (le conversazioni, le lettere) che le garantiscono un enorme potere di pressione psicologica e di coercizione su chi è più ingenuo o inesperto.
Da Le relazioni pericolose, capolavoro letterario di Pierre Choderlos de Laclos, sono stati tratti vari adattamenti per il cinema (uno dei quali interpretato dalla succitata Jeanne Moreau), più o meno fedeli, fra i quali almeno due meritano di essere menzionati in una panoramica sulle migliori “vendette al femminile”: Le relazioni pericolose, diretto da Stephen Frears, e Valmont, per la regia di Milos Forman. La Marchesa de Merteuil, villain dall’astuzia machiavellica, ma considerata al contempo (e forse non a torto) una sorta di eroina proto-femminista, nel film di Frears ha il volto diabolico e luciferino di una straordinaria Glenn Close, mentre nella pellicola di Forman quello più ironico e seducente di una sopraffina Annette Bening.

Al topos della vendetta ha dedicato un’intera trilogia, fra il 2002 e il 2005, il regista sudcoreano Park Chan-wook, che dopo Mr. Vendetta e Oldboy ha adottato un punto di vista esplicitamente femminile con il terzo capitolo del ciclo, Lady Vendetta. Vittima di una profonda ingiustizia - una falsa accusa di infanticidio - a causa della quale ha scontato tredici anni di carcere, Geum-ja (Lee Yeong-ae) cela, dietro la propria apparenza dolce e angelicata, un desiderio di rivalsa che non teme confronto con quello dei suoi predecessori maschi, e che saprà concretizzarsi con altrettanta efferatezza. Anche Geum-ja, come già la Marchesa de Le relazioni pericolose, si serve della doppiezza come di una maschera per trarre in inganno l’avversario e farlo cadere nella propria trappola, fino al conseguimento del proprio scopo.

Sempre in ambito orientale, ma spostandoci dalla Corea al Giappone, incontriamo un’altra vendicatrice assolutamente da brivido: Yuko Moriguchi, la giovane insegnante interpretata dall’attrice Matsu Takako in Confessions. Il film, tratto dal romanzo Confessione della scrittrice Minato Kanae e diretto dal regista Tetsuya Nakashima, è un altro angoscioso viaggio negli abissi più oscuri dell’animo umano, nel quale la vendetta è messa in atto da un’insegnante di scuola superiore, con il sorriso sulle labbra e il veleno nel cuore, nei confronti di due suoi studenti: due matricole responsabili dell’omicidio, rimasto impunito, della figlia di appena tre anni di Yuko. Il piano ordito da questa madre in lutto si svilupperà nella progressiva discesa verso un abisso di odio dirompente e di follia omicida.

Ancora al cinema di Tarantino, per chiudere il cerchio, oltre alla Sposa di Kill Bill appartiene un’altra combattiva fanciulla in cerca di vendetta: Shosanna Dreyfus, una ragazza ebrea sopravvissuta allo sterminio della propria famiglia da parte del famigerato Colonnello Hans Landa, soprannominato “il cacciatore di ebrei”, ufficiale delle truppe naziste che occupano il suolo francese. Il film, ovviamente, è Bastardi senza gloria, caposaldo imprescindibile della filmografia tarantiniana, che ci offre una rivisitazione in chiave fantasiosamente postmoderna degli eventi storici legati alla Seconda Guerra Mondiale. A calarsi nei panni di Shosanna, che dietro l’aspetto delicato ed etereo nasconde una ferrea determinazione e una furia distruttiva pressoché inarrestabile, è la giovane attrice francese Mélanie Laurent, mentre il suo nemico giurato, il Colonnello Landa, è interpretato da un istrionico Christoph Waltz. La vendetta di Shosanna contro i vertici delle gerarchie naziste si consumerà - emblematicamente - all’interno di una sala cinematografica; mentre la scena in cui la ragazza, indossando un abito color rosso fuoco, si prepara a compiere la propria missione di “angelo vendicatore”, sulle note della canzone Putting out fire di David Bowie, è una di quelle sequenze capaci di stamparsi in maniera indelebile nel nostro immaginario cinematografico.

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