Quando Hollywood è spietata: il caso Richard Kelly

Non sempre una buona idea è sinonimo di benevolenza da parte di Hollywood. Scopriamo insieme perché analizzando la carriera di Richard Kelly.

Quando Hollywood è spietata: il caso Richard Kelly
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Il mercato, si sa, può essere spietato quanto folle. Un enorme numero di artisti (appartenenti ai più svariati ambiti della creatività) nel corso della loro vita non sono stati capiti o valorizzati appieno per cause sempre diverse, ma spesso ingiuste. Lo stesso mondo del cinema - soprattutto quello a trazione hollywoodiana - non si è certo risparmiato nel mettere da parte alcuni registi di talento che, soprattutto nell'ultimo periodo, si sono allontanati dal meraviglioso (quanto tremendamente brutale) palcoscenico della settima arte.
In questa serie di articoli tematici proveremo quindi a concentrarci su alcuni dei registi che - più di tanti altri - sono lentamente finiti in una sorta di dimenticatoio in maniera a tratti ingiustificata, partendo dal caso riguardante Richard Kelly.

Una questione di stile

La parabola discendente del regista di Donnie Darko, il cui ultimo film risale al 2009, è perfettamente in grado di farci capire quanto un singolo passo falso possa risultare fatale per la carriera artistica. La pellicola d'esordio dell'autore, da noi analizzata di recente, risulta ancora oggi la miglior opera della sua filmografia, capace di giocare con numerose influenze stilistiche tipiche della fantascienza, dell'horror e del thriller psicologico.
Nonostante Donnie Darko sia oggettivamente un bel film, è innegabile la sua natura a tratti cervellotica e criptica, sicuramente incapace di far leva su una dimensione vicina all'intrattenimento mainstream, puntando invece su una vera e propria dimensione di nicchia.

Il particolare stile dell'autore, a cavallo se vogliamo tra la narrazione non lineare del Memento di Nolan e una messa in scena capace di richiamare (seppur con le dovute accortezze) le atmosfere surreali e ansiogene di numerose pellicole di David Lynch, risulta a tutti gli effetti come un qualcosa di realmente "anti-commerciale".
Lo stesso Donnie Darko, infatti, prima di riuscire ad arrivare al grande pubblico è passato in sordina per vario tempo, proprio per la sua natura vicina a una concezione underground di cinema. L'opera, che presenta una versione standard dalla durata di 113 minuti e una director's cut di 133, ancora oggi è comunque fonte di dibattito.

Trama parecchio intricata, che spinge lo spettatore a creare una propria versione di quanto visto, aspetto che ancora una volta cozza con il concetto di film vendibile al grande pubblico.
Nonostante tutto, comunque, sono state proprio queste influenze stilistiche a portare il regista sulla cresta dell'onda. Il momento favorevole non è però durato molto, per via di numerose ragioni che andremo ad analizzare qui di seguito.

Secondo tentativo

Il secondo film del regista, Southland Tales - Così finisce il mondo, pur non essendo di fatto una brutta opera, non è in alcun modo riuscita a bissare il successo di Donnie Darko, anche per via di una struttura narrativa eccessivamente pasticciata e dispersiva.
L'opera di mezzo del regista rappresenta comunque la sua vera consacrazione a livello sia stilistico che tematico. Alcuni aspetti visti in Donnie Darko ritornano così sotto un'altra forma, cercando sempre e comunque di discostarsi il più possibile da un'anima smaccatamente commerciale. Il film prova oltretutto a unire un numero cospicuo di generi differenti talvolta con trovate originali.

L'ultimo lavoro del regista (almeno finora) è invece The Box, un thriller a sfondo fantascientifico con protagonisti Cameron Diaz e James Marsden.
L'opera vede i protagonisti affrontare una serie di dubbi morali legati alla semplice pressione di un pulsante (capace di cambiare drasticamente le loro vite in meglio o in peggio a seconda della situazione).
Tra i numerosi problemi della pellicola c'è il ritmo. Nonostante si avverta una sorta di escalation emozionale man mano che ci si avvicina al finale, durante i momenti chiave il film sembra perdere improvvisamente il suo focus, focalizzandosi nella reiterazione di concetti già visti e in una messa in scena forse eccessivamente pretenziosa.

Donnie aveva una sorella?

Il peculiare stile del regista, lontano da un intrattenimento accomodante e di semplice lettura, lo ha portato a focalizzarsi su influenze stilistiche difficilmente etichettabili, in grado di trattare argomenti d'attualità senza retorica o buonismo.
Nonostante qualche scivolone concettuale imputabile ad alcune sue scelte sbagliate, l'allontanamento dall'industria cinematografica non è certamente solo colpa di Kelly.
Il regista non ha mai nascosto l'intenzione - assolutamente nobile - di non rimanere legato al suo personaggio più famoso (che gli avrebbe probabilmente fatto fare un altro tipo di percorso), volendo puntare sempre più sullo sperimentalismo e sull'innovazione.
Il caso Richard Kelly ci mette però in guardia riguardo il funzionamento dei meccanismi, talvolta brutali, che muovono alcuni rami produttivi di Hollywood. L'indipendenza del regista lo ha portato via via ad allontanarsi sempre di più dal mondo del cinema.

Hollywood, da questo punto di vista, avrebbe comunque dovuto credere maggiormente nel talento (a tratti visionario) dell'autore, dandogli la possibilità - soprattutto negli ultimi anni - di rimettersi in gioco con nuove opere e idee.
Purtroppo però, in determinati ambienti un singolo passo falso può costare un'intera carriera, soprattutto quando non si raggiungono i risultati sperati a livello di guadagni e di presa sul grande pubblico.

Richard Kelly, oltretutto, ha tentato più volte di non rimanere completamente legato alla sua opera più famosa, prendendo anche le distanze dal sequel S. Darko diretto da Chris Fisher. Anche se non è da escludere un suo possibile ritorno alle redini di un nuovo film ambientato nello stesso universo narrativo, vista la tendenza di Hollywood a puntare sempre di più su reboot, remake (ma anche prequel) di opere di successo. Tralasciando però una delle componenti più importanti quando parliamo di arte: l'innovazione.

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