Quando Hollywood è spietata: il caso Neill Blomkamp

Ripercorriamo insieme le tappe fondamentali della carriera di Neill Blomkamp focalizzandoci sulla sua particolare visione artistica.

Quando Hollywood è spietata: il caso Neill Blomkamp
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Lo abbiamo visto in alcuni speciali precedenti, come ad esempio in quelli sulle carriere dei registi John Carpenter e Joe Dante e degli attori Wesley Snipes e Val Kilmer: talvolta il solo talento non basta per continuare a rimanere nelle grazie di Hollywood.
Neill Blomkamp, celebre regista salito alla ribalta delle cronache con il film candidato all'Oscar District 9, pur dimostrando il suo grande talento e un certo interesse per sentite tematiche sociali, ha via via deciso di allontanarsi sempre di più dalle dinamiche legate alle grandi case di produzione, scegliendo un percorso improntato maggiormente all'indipendenza artistica.
Proveremo così a ripercorrere le tappe fondamentali del creativo per comprenderne l'evoluzione stilistica.

Da District 9 a Elysium

Dopo il corto Alive in Joburg (che avrebbe successivamente portato lo stesso regista a realizzare District 9), Blomkamp viene contattato per dirigere un film su Halo, vero e proprio sogno del creativo da parecchio tempo.
Il grande entusiasmo iniziale è però frenato dai numerosi paletti a cui deve, volente o nolente, sottostare, vista l'importanza del marchio e ai vari step di approvazione da superare per rendere tutti soddisfatti del risultato finale.
In un continuo dilatarsi dei tempi Peter Jackson (all'epoca coinvolto nello sviluppo del progetto) decide comunque di dare fiducia al creativo andando a ripescare il corto Alive in Joburg diventando uno dei produttori del lungometraggio.

Arriva così in sala, nel 2009, District 9, film fantascientifico dalla forte impostazione sociologica capace di puntare fin da subito su concetti quali l'esclusione e il razzismo, usando gli alieni protagonisti del film come metafora letterale dell'apartheid, tematica oltretutto molto sentita da Blomkamp per via della sua nazionalità sudafricana.
L'opera, anche grazie a una riuscita campagna pubblicitaria capace di attirare l'attenzione del grande pubblico, ha incontrato il favore di un'ampia fascia di persone (così come della critica), in modo da rendere l'intero film un piccolo grande cult della fantascienza recente.
L'opera punta l'accento sul modo in cui gli alieni vengono trattati dagli umani, ribaltando in un certo senso il mood classico del filone delle invasioni per mostrarci degli esseri provenienti da un altro pianeta in un vistoso stato di difficoltà, che spinge i terrestri a trasformarsi in despoti e carnefici.
Gli esseri umani, intenzionati anche ad appropriarsi della tecnologia militare degli alieni tenendoli segregati in uno spazio limitato e limitante (il Distretto 9 del titolo), diventano metafora di una lotta di classe alla base dell'opera, che comunque non dimenticherà di puntare anche su una dimensione smaccatamente spettacolare, in un continuo ping pong tra cinema autoriale e blockbuster.

I macrotemi presenti in District 9 non vengono però dimenticati dal regista che, anzi, li usa come base fondativa per i suoi successivi lavori, sfruttando così la cornice fantascientifica per parlare di molte delle idiosincrasie del presente.
Nel film Elysium, in cui il protagonista Max Da Costa (interpretato da Matt Damon) si ritrova a lottare strenuamente contro una società ingiusta e tremendamente classista, ritroviamo tutti gli elementi contenutistici tipici del regista.

Blomkamp, comunque, da sempre poco incline ad accettare passivamente le policy hollywoodiane, ha cercato fin da subito di circondarsi di persone con cui poter dialogare apertamente delle sue idee provando il più possibile a mantenere il pieno controllo creativo delle proprie opere.
Dall'invito di Matt Damon in un café per presentargli su un quaderno tutte le sue idee nel dettaglio, fino al sodalizio artistico con l'attore Sharlto Copley, il regista ha sempre optato per un approccio il più possibile diretto riguardo le proprie opere, particolare che l'ha così spinto a immaginare con grande dedizione tutti i dettagli dei propri mondi di finzione senza sottostare a nessun diktat esterno.
Una vera e propria attitudine di pensiero capace di focalizzarsi molto di più sul concetto creativo rispetto all'idea di marketing dedita al solo tornaconto economico, seppur lo stesso Blomkamp non abbia mai davvero chiuso le porte ai franchise più famosi, come testimoniato dalla sua stessa carriera.

Da Humandroid alla Oast Studios

Anche se lo stesso Elysium ha raggiunto il successo, il vistoso approccio didascalico riguardante la tematica del divario tra nord e sud del mondo ha portato la critica ad accogliere in maniera abbastanza modesta l'opera, particolare che ha spinto lo stesso regista a rischiare meno (sopratutto in termini di budget produttivi) con Humandroid, altro film capace di ottenere un buon riscontro di pubblico ricevendo però questa volta la quasi totale bocciatura da parte dei critici cinematografici.
Il creativo, volendo provare a smarcarsi nuovamente da tutta una serie di paletti limitanti, si è riavvicinato a brand consolidati di successo (come aveva fatto anni prima con Halo) nel tentativo di rivisitarli attraverso la sua personalissima visione.
Le news riguardanti un nuovo Alien diretto da Blomkamp (che doveva in realtà risultare come un sequel diretto del secondo capitolo ignorando i successivi), hanno così suscitato un hype smisurato tra i fan del franchise, seppur in realtà questo e altri progetti non siano riusciti a trovare definitivamente luce verde con il passare del tempo.

Il non vedere di buon occhio determinate dinamiche produttive ha portato lo stesso Blomkamp a fondare una propria casa di produzione, la Oast Studios, per riottenere quella libertà artistica che con il tempo era andata sempre più a sparire.
La scelta del creativo, sicuramente molto coraggiosa, ci porta però a riflettere su quanto alle volte le grandi case di produzione siano esageratamente chiuse nel puntare su progetti realmente innovativi o fuori dagli schemi, propendendo per non uscire mai dalla propria comfort zone.
La poca inclinazione nell'adattarsi ai dettami delle major ha così portato Blomkamp ad avvicinarsi moltissimo (nonostante i successi) al modus operandi dei cineasti indipendenti, arrivando a pubblicare online le sue creazioni più fantasiose e originali nella speranza di suscitare l'attenzione di qualche grande produttore intenzionato a finanziare i suoi progetti, senza però limitarne in alcun modo la sfera creativa.

Guardando alla carriera del regista in un'ottica generale, possiamo capire quanto in realtà gli stessi cortometraggi da lui girati siano stati molto importanti per la sua scalata al successo, visto che a oggi i tre film da lui portati in sala sono proprio District 9, Elysium e Humandroid, propendendo invece per tornare ai corti riguardo le sue opere più recenti.
Allontanata per il momento l'ipotesi di vedere Blomkamp al timone di un nuovo Alien o di un nuovo Robocop, non resta che attendere nell'immediato futuro che cosa ci riserverà un artista così determinato nel mantenere il pieno controllo delle sue creazioni, nella speranza ovviamente che Hollywood torni a finanziarlo in maniera adeguata.

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