Quando Hollywood è spietata: i casi Joe Dante e John Carpenter

Come la prendereste se vi dicessimo che Hollywood, nel corso dei decenni, non si è comportata in modo impeccabile con determinati registi?

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Continua la nostra analisi sulla poca lungimiranza di Hollywood mostrata verso particolari artisti di successo, talvolta lasciati ingiustamente ai margini di un'industria sempre più spesso attaccata al solo profitto piuttosto che al valore artistico.
Dopo i casi riguardanti Richard Kelly e Josh Trank, in questo articolo proveremo a concentrarci su due grandi nomi del cinema americano, cioè Joe Dante e John Carpenter, autori capaci di fare la storia del medium ma oggi quasi del tutto dimenticati, soprattutto dal pubblico di massa, nonostante capisaldi come Gremlins, Halloween, 1997: Fuga da New York, La cosa e Grosso guaio a Chinatown.

Scelte azzeccate e personaggi iconici

Il regista Joe Dante, formatosi nello studio di un altro grande spesso ignorato dal pubblico come Roger Corman, ha saputo emozionare intere generazioni di spettatori grazie a vari film di successo tra cui l'intramontabile Gremlins, pellicola cult del 1984 con protagonisti iconici - quanto terribili - mostriciattoli.
Il film, diretto da Dante e sceneggiato da Chris Columbus (con Steven Spielberg tra i produttori esecutivi), ha saputo mescolare sapientemente generi diversi, su tutti la commedia e l'horror, riuscendo a incontrare il favore tanto del pubblico quanto della critica, arrivando con il tempo a essere considerato un vero e proprio cult generazionale. La pellicola, ambientata durante il periodo natalizio, vede il giovane protagonista Billy Peltzer ricevere in regalo da suo padre uno strambo animaletto (acquistato in un negozio di cianfrusaglie a Chinatown) ribattezzato in seguito Gizmo.
Contravvenendo però alle tre regole fondamentali legate alla cura della strana creatura (cioè il non esporla alla luce del sole, non bagnarla o darle da bere acqua e non nutrirla dopo la mezzanotte), in poco tempo la situazione degenera, con la cittadina di Kingston Falls messa a soqquadro dai "fratelli malvagi" della creaturina (di indole pacifica) posseduta dal protagonista.

Gremlins, rivelatosi un successo mondiale a tratti inaspettato, è divenuto un vero e proprio trampolino di lancio per lo stesso regista che però, con il passare del tempo, non è più riuscito (purtroppo) a replicare la fortuna del suo film più famoso.
Dopo la tiepida accoglienza del (comunque apprezzabile) Gremlins 2 e di altri suoi progetti personali, Dante ha fatto sempre più fatica a trovare i fondi necessari per sviluppare le proprie opere. Nel corso degli anni 2000 si è allontanato dalle dinamiche hollywoodiane, arrivando ancora oggi (in modo assolutamente ingiustificato) a fare una fatica immensa nel veder concretizzati i propri film.
La speranza è comunque quella di vederlo tornare nuovamente sulla cresta dell'onda magari al timone dei remake, reboot (o sequel) dei suoi progetti più conosciuti, tra cui ovviamente Gremlins o il divertente Small Soldiers.

Per quanto riguarda John Carpenter, numerosissimi ovviamente i suoi film di estremo successo. Nonostante l'aura di leggenda che ancora oggi avvolge il suo nome, la sorte toccata al maestro del cinema (soprattutto di recente) ricorda quella di George A. Romero, che proprio nell'ultimo periodo di vita ha fatto molta fatica a girare nuovi film.
Una Hollywood capace ancora una volta di rivelarsi spietata e brutale, talvolta poco incline a valorizzare al massimo registi dalla caratura internazionale perché forse ritenuti troppo scomodi o politicizzati.

Una questione di autorialità

Proprio Carpenter, seppur coinvolto direttamente nello sviluppo del sequel/reboot di Halloween uscito nel 2018 (in veste di produttore e compositore), ha diretto il suo ultimo film, The Ward, nel 2010, a dimostrazione di quanto non sempre una brillante carriera nel mondo del cinema sia sufficiente per non essere estromessi dalle logiche produttive.
Ma qual è il reale motivo che spinge determinate case di produzione a non coinvolgere registi di peso nella direzione di determinati blockbuster?
Il principale scoglio è senza ombra di dubbio da imputare al concetto di autorialità. Quasi sempre, infatti, i registi di successo risultano poco inclini nell'assecondare pedissequamente le scelte effettuate dai vari studios, per un fatto che talvolta esula dalla semplice componente economica in favore dell'idea artistica.

Il cinema (così come qualsiasi altro media) è ovviamente pieno di casi in cui il creativo di turno si è ritrovato a combattere strenuamente per portare avanti la propria specifica visione, basti pensare ad esempio al Blade Runner di Ridley Scott o alla decisione di Sam Raimi di abbandonare il quarto film di Spider-Man per divergenze creative con Sony.

Quando parliamo quindi di autori di un certo peso, capaci di far valere le proprie ragioni, diventa sempre più difficile in realtà trovare il giusto compromesso tra quello che vuole raccontare un determinato autore e quello che vuole - o semplicemente si aspetta - il pubblico.
Basti pensare ad esempio al caso di Explorers, film che lo stesso Dante si è ritrovato a concludere frettolosamente per far fronte ai ritmi produttivi serratissimi imposti dalla major (in questo caso la Paramount), condannando di fatto la stessa opera all'insuccesso.
Le cose si complicano (e di molto) quando nel calderone subentra anche la variabile legata ai brand multimilionari.
Per quanto infatti sia sempre - o quasi - un'ottima idea puntare su concetti come l'innovazione e lo svecchiamento, spesso focalizzarsi su un registro autoriale per trattare determinati personaggi perfettamente codificati nell'immaginario collettivo potrebbe in realtà tramutarsi in un'arma a doppio taglio.
Anche se alle volte operazioni di questo tipo si sono rivelate efficaci (basti pensare al già citato Spider-Man di Sam Raimi o al Batman di Nolan), altri esperimenti non sono pienamente riusciti, almeno a livello di successo presso il grande pubblico, come nel caso del pur godibile Hulk di Ang Lee.
Ed è quindi anche per questo che, soprattutto nell'ultimo decennio, abbiamo visto sempre meno registi di peso venir chiamati per dirigere uno o più cinecomic (l'ingaggio di Raimi per il sequel di Doctor Strange ha infatti del miracoloso) in favore di sconosciuti alle masse ma anche leggermente più "accondiscendenti" verso le numerose richieste di riscritture (o stravolgimenti di ogni sorta) delle case di produzione.

Un modus operandi sicuramente di successo, capace di valorizzare al massimo tutto ciò che concerne tanto l'aspetto legato al marketing quanto i gusti del pubblico di massa contemporaneo.
Lo stesso Morbius, film standalone incentrato su uno degli avversari dell'Uomo Ragno, vista la sua (almeno tecnicamente) forte vicinanza alle influenze horror, avrebbe potuto benissimo essere affidato a un regista esperto in materia come Carpenter, assolutamente a suo agio nel ricreare atmosfere cupe, oscure e orrorifiche, seppur gli studios siano andati in realtà in un'altra direzione.
La speranza è ovviamente quella di veder cambiare un po' le cose in futuro, per non permettere più a creativi di talento (o forse sarebbe meglio dire maestri del cinema) come Romero, Dante o Carpenter di essere accantonati da un'industria cinematografica tanto meravigliosa quanto terribilmente spietata e brutale.

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