Speciale Prima Guerra Mondiale: il centenario

In occasione del centenario, una rassegna dei migliori film sulla Grande Guerra

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Venne la Grande Guerra. Era l’estate del 1914 quando l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando diede la scintilla determinante a rompere i fragili equilibri dello scacchiere europeo ed internazionale, innescando una serie di reazioni a catena: prima fra tutte, l’Impero austro-ungarico che dichiara guerra al Regno di Serbia. In Italia la chiamiamo “la guerra del ’15-‘18” in riferimento alla discesa tricolore nel conflitto (avvenuta nel 1915, appunto), ma di fatto la prima guerra mondiale è racchiusa fra il luglio 1914 e il novembre 1918. Quattro lunghi anni, nove milioni di soldati caduti in battaglia, sette milioni di civili scomparsi per bombardamenti, carestia ed altri effetti del conflitto. Una voragine profonda, un buco nero scolpito soprattutto nella memoria europea (60 dei 70 milioni di soldati chiamati alle armi furono europei), l’inizio di quello che Hobsbawm definì “Secolo Breve”. Il 2014 è l’anno del centenario, un’annata dedita alla memoria e al ricordo di quella che fu la prima guerra moderna, un conflitto cruento e di proporzioni inedite, e che avrebbe gettato un’ombra lunga sui decenni a seguire - parliamo delle operazioni di negoziazione post-belliche e della successiva germinazione di fascismo in Italia e nazismo in Germania. Il centenario è particolarmente sentito in Italia come in tutta Europa, e lo sentiamo tutt'attorno a noi: nuovi libri sul tema (fra cui il nuovo lavoro di Aldo Cazzullo), mostre fotografiche e manifestazioni, le parole del presidente Napolitano, persino i videogames (pensiamo al capolavoro ludico-pedagogico di Ubisoft, Valiant Hearts, da poco disponibile anche su iOS e da pochissimo su Android). E naturalmente il cinema: Everyeye vuole ricordare il centenario proponendo una selezione di film sulla Prima guerra mondiale.

ANNI '20 E '30

Di film sulla Prima guerra mondiale ne sono stati girati un gran numero, e in vista dell’attuale ”appuntamento” molti altri racconti sono usciti dalle case di produzione. Ma partiamo a ritroso, cioè dai decenni passati, per arrivare ad opere più recenti. Quest’anno tutti noi dovremmo ritagliare un po’ di tempo per guardare film sul tema o partecipare alle iniziative proposte: ricordare è importante, e per l’Italia lo è ancor di più. I primi due film che proponiamo sono due classici che non hanno bisogno di presentazioni: La grande illusione e All’ovest niente di nuovo. In molte scuole superiori questi film vengono mostrati agli studenti, assieme ad un altro classico che vedremo più avanti. La grande illusione è uno dei più famosi film di Jean Renoir, che precede di poco i suoi film-consacrazione L’angelo del male e La regola del gioco: datato 1937, iconico nella sua scena d’apertura con Jean Gabin chino a canticchiare le parole di Frou-Frou sul giradischi, più che un film bellico in senso stretto è un film di reclusione, una sorta di prison movie in cui un tenente (Gabin) e un capitano dell’esercito francese fatti prigionieri dall’avversario tedesco e costretti in un campo di prigionia. Un film fra i più noti di Renoir per la lucidità della sua riflessione sul conflitto (e sui conflitti, più in generale), sul concetto di perimetro e di confini, sui paradossi umani. Il film fu scritto con Charles Spaak e beneficiò della supervisione di Erich von Stroheim, che nel film interpreta un capitano tedesco. Emblematico ricordare che negli USA il presidente Roosevelt raccomandò che “tutti i democratici dovrebbero vederlo”, mentre la Germania nazista lo bandì.
Bisogna fare un passo indietro, precisamente al 1930, per il film di Lewis Milestone All’Ovest niente di nuovo, meglio conosciuto col titolo Niente di nuovo sul fronte occidentale del libro di Erich Maria Remarque da cui è tratto. Se nel film di Renoir partiamo dal fronte francese per venire reclusi nei campi di prigionia tedeschi, nel film di Milestone partiamo da un liceo tedesco animato di vocazione patriottica e nazionalista, per poi cozzare contro una sanguinosa realtà, ben lungi dagli “alti” ideali di gloria dei giovani studenti tedeschi, destinati a infrangersi contro le trincee francesi e le atrocità di una guerra incomprensibile e umanamente devastante. Con le sue rappresentazioni nazionaliste e la messa in scena cruenta del conflitto, il film si cala direttamente fra le trincee, dove i popoli muoiono nell’anima prima che nel corpo. Una pietra miliare del cinema antimilitarista, che trova la sua sequenza più iconica e drammatica nella notte che il soldato Baumer (Lew Ayres) trascorre col cadavere di un giovane francese che ha ucciso in battaglia. Di questi anni ricordiamo anche due lungometraggi dedicati alla percezione del conflitto da parte statunitense e all’arruolamento degli americani: Gli angeli dell’inferno di Howard Hughes e soprattutto il “potente” La grande parata di un poliedrico autore come King Vidor, acutissimo nel captare gli umori tra il fronte guerresco e la società statunitense che prosegue serenamente la propria vita oltreoceano. Prima di passare oltre, segnaliamo altri due film imprescindibili, che fanno della comicità il proprio strumento di racconto: uno è La guerra lampo dei Fratelli Marx, una chicca che chiunque dovrebbe vedere, film spassosissimo ed istruttivo al tempo stesso (potremmo quasi dire che questo film coi fratelli Marx, diretti da Leo McCarey, sta alla Prima guerra mondiale come Il grande dittatore di Chaplin sta alla Seconda). L’altro vede come protagonisti Stanlio e Ollio (Stan Laurel e Oliver Hardy), Il compagno B (il duo tornerà ad occuparsi delle vicende della Grande Guerra con Vent’anni dopo).

ANNI '50 - '60 - '70

Vi chiedevate perché nemmeno un film italiano viene citato fra quelli bellici delle due decadi precedenti? Il cinema sotto il fascismo non era particolarmente brillante (per usare un eufemismo): si riduceva a pamphlet ricchi di retorica imperialista, film turistici e propagandistici e, ovviamente, il filone borghese del cinema del ventennio, i cosiddetti “telefoni bianchi”. Sotto il regime fascista il cinema italiano (con poche eccezioni) ha dato vita a prodotti ovattati, e i film sulla Grande Guerra non risultano di particolare interesse. E’ proprio con il nome di La Grande Guerra che citiamo un “classico” italiano sul tema (il famoso “terzo classico” di cui parlavamo prima). Il film di Mario Monicelli, anno 1959, tipico esempio di commedia all’italiana dal riso amaro, è uno dei più disincantati e smaliziati ritratti del conflitto visto con gli occhi italiani, che trova voce con Alberto Sordi e Vittorio Gassman (Sordi, peraltro, è protagonista di alcune delle più brillanti pellicole italiane a tema bellico, pensiamo a Tutti a casa di Comencini, riguardante il secondo conflitto mondiale). Su un altro fronte, il kolossal di David Lean Lawrence d’Arabia offre una visuale del conflitto dal corno d’Africa. E’ del ’57 invece Orizzonti di gloria, film-capolavoro di Kubrick fra i più celebri del filone e che meriterebbe di tornare in sala in un’occasione come questa: è anche uno di quei casi in cui è stato il potere di un divo (Kirk Douglas in questo esempio) a salvaguardare la sceneggiatura di Kubrick, soprattutto il finale.
A questi decenni ispirati risalgono molti film degni di interesse e selezionarne solo alcuni è un sacrificio. Fra questi, un film troppo spesso dimenticato: Per il re e per la patria, opera del cineasta Joseph Losey, troppo frequentemente trascurato dalla memoria cinematografica ma recentemente riabilitato in parte dalla retrospettiva che gli è stata dedicata al Torino Film Festival del 2012. Il film di Losey indaga un diverso cono della Grande Guerra: gli effetti permanenti scavati nell’individuo, il trauma, sentito con forza maggiore al momento del ritorno a casa - dalla moglie che lo ha tradito. Il tradimento delle mogli è un avvenimento che verrà spesso narrato nel cinema di guerra e che rivela il contrasto fra il terrore partecipato al fronte e la dimensione domestica, spesso lontana (anche psicologicamente) e indifferente. Imprescindibili le visioni di E Johnny prese il fucile, unico film di cui Donald Trumbo è anche regista, e di uno dei più famosi film della grande guerra: Uomini contro di Francesco Rosi, che mette in luce le contraddizioni umane e l’ambiguità del terrore bellico. Citiamo infine un altro film italiano del 1970, I recuperanti di Ermanno Olmi, prolifico maestro di cinema italiano che proprio quest’anno è tornato in sala con un film sulla Prima guerra mondiale.

ANNI '80 E '90

L’inizio degli anni 80 sono il debutto in sala de Gli anni spezzati di Peter Weir, che va ad esplorare con la macchina da presa coordinate geografiche inusuali per il grande pubblico: la Turchia, per la precisione la penisola di Gallipoli, teatro della famosa (e sanguinolenta) battaglia. La battaglia, nota anche come “campagna dei Dardanelli”, nasceva come operazione intesa a costringere l’Impero Ottomano alla resa per poter riaprire le vie di contatto marittimo con l’Impero russo - di grande interesse per la scarsa presenza di film in memoria della battaglia di Gallipoli, per l’elevata statura della “creatura” di Weir e perché chiama in gioco l’esercito dell’Impero britannico, quindi anche le colonie: la narrazione prende il via proprio dall’Australia, che insieme alla Nuova Zelanda formava l’ANZAC (Australian and New Zealand Army Corps), di cui si contano 8.587 caduti durante la campagna di Gallipoli. I grandi film delle ultime due decadi del novecento sono più difficili da contare rispetto ai capolavori dei decenni passati. Il cineasta francese Bertrand Tavernier porta al cinema due pellicole poco note, La vita e niente altro e Capitan Conan, quest’ultima un piccolo gioiellino che vale la pena recuperare, e che narra gli scontri francesi con l’armata russa presso il fronte romeno. Gli esiti generali dei film della WWI non sono però così alti negli anni ottanta e novanta: Amare per sempre, diretto da un regista del calibro di Richard Attenborough e con divi come Sandra Bullock e Chris O’Donnell, attraverso la storia dell’amore fra Ernest Hemingway e l’infermiera Agnes von Kurowski, ha tutti gli elementi per un gran film e gli espedienti per raccontare la guerra sotto molteplici coordinate, ma si risolve in un filmetto di scarso interesse. A distinguersi, in una filmografia che minaccia un conformismo commerciale preoccupante, è l’ungherese Il colonnello Redl, biopic sull’ufficiale asburgico Alfred Redl, ricattato per la sua omosessualità dal nemico e costretto a lavorare come spia russa, in un’atmosfera spettrale e pesante, cupa e persa nella fitta maglia della nebbia onnipresente.

DAL 2000 AD OGGI

Nel 2001 Russell Mulcahy, regista australiano noto nel mondo dei videoclip, porta sullo schermo la tragedia realmente accaduta ai danni del 77° battaglione del US Army con Il battaglione perduto, durante il quale il contingente americano di stanza nella Ardenne in Francia vive un’impresa di sopravvivenza, abbandonato a se stesso, andando incontro a fatali errori di calcolo dei connazionali. Una lunga domenica di passioni cambia drasticamente il tono: diretto da Jean-Pierre Jeunet e interpretato da Audrey Tatou (che già avevano lavorato insieme per Il favoloso mondo di Amelie), il film è un dramma tendente al melò, con una pastosa fotografia virata al giallo che assume i tratti di una foto d’epoca. Il film di Jeunet è una visione “a posteriori” della guerra, con una narrazione quasi interamente successiva al termine del conflitto e che muove proprio dalle conseguenze di un episodio di guerra (una condanna a morte di cinque soldati francesi, accusati di auto-mutilazione nella speranza di ottenere il congedo, abbandonati nel territorio fra le trincee francesi e tedesche). Un film che indaga sulle memorie di guerra, gli strumenti a nostra disposizione per ricordare una guerra che non abbiamo vissuto: fotografie, testimonianze, frammenti.
Vogliamo concludere la carrellata con quattro film: due di questi sono poco convincenti ma adatti al pubblico mainstream, per le frequenze melodrammatiche e d’azione su cui si sintonizzano le storie. Stiamo parlando di Giovani aquile con James Franco e War Horse di Steven Spielberg, film a loro modo degni d’interesse ma incapaci di spiccare. Il film di Spielberg, in particolare, è impoverito da una retorica melodrammatica e da una storia quasi favolistica che giocano a sfavore, senza considerare l’ingente durata del film (oltre due ore e venti, un’epopea non facilmente digeribile data la ridondanza del racconto). Due sono invece i film che devono assolutamente essere visti: il primo è Joyeux Noël - Una verità dimenticata dalla storia di Christian Carion, passato in sordina ma dotato di una forza dirompente. Appartiene, insieme a molti film citati finora (da Niente di nuovo sul fronte occidentale a Orizzonti di gloria), a un sottofilone di film bellico ”sofisticato”, che gioca con le sfumature per sottolineare i paradossi della guerra, le contraddizioni e le assurdità. Il film di Carion sceglie come soggetto la Tregua di Natale del 1914, attuata fra trincee francesi, britanniche e tedesche per la Vigilia di Natale. In un’ideale rassegna in sala, il film di Carion sarebbe forse la nostra prima scelta per la programmazione. Infine, l’ultima fatica di Ermanno Olmi, che a ottantatrè anni riesce instancabilmente a girare il suo memoriale alla Grande Guerra in condizioni di ripresa ostili, su gelide vette innevate, componendo un film che assume i contorni della poesia e della pièce teatrale piuttosto che di una lineare narrazione in tre atti cinematografica. Il film è torneranno i prati, per le sue scelte può non piacere a tutti, ma dovrebbe almeno essere visto. Sconta una recitazione ingessata, ma è rinvigorito da una forza atroce nella rappresentazione della trincea italiana (che trema sotto i colpi di un nemico invisibile, potremmo pensare inesistente: non viene mai nominato) e dalla meravigliosa fotografia del figlio Fabio Olmi, che crea un bianco e nero formato dall'unione di tutti i colori (non dalla loro sottrazione), ottenendo un b/w vibrante ed evocativo.
Ma i film selezionati sono troppo pochi per rendere giustizia alle grandi opere tributate da autori di tutto il mondo ad una guerra che ha sconvolto il genere umano e segnato a sangue la travagliata storia del XX secolo. Per differenza di narrazione e di soggetto, di prospettiva e di punto di vista, i titoli selezionati possono essere un compendio sintetizzato attorno ai temi bellici ed umani della Grande Guerra. In questi mesi si parlerà sempre più del centenario ed è bene trovare tempi e modi per dedicarci alla commemorazione: sia perché ricordare è la prima lezione fondamentale, sia perché il milite ignoto cui sono dedicati tanti memoriali nelle città di tutto il mondo possa tornare ad occupare i nostri pensieri.

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