Pinocchio: storia e segreti del capolavoro animato Disney

Nel 1940 Walt Disney realizzò il suo secondo Classico dopo Biancaneve. Fu la prima trasposizione per il cinema del romanzo di Carlo Collodi

Pinocchio: storia e segreti del capolavoro animato Disney
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Walt Disney non era ancora nato quando per la prima volta la storia di Pinocchio arrivò negli Stati Uniti. Era il 1892, Carlo Collodi era morto da appena due anni e il suo più famoso romanzo era stato concluso nel 1883, dopo due anni di pubblicazione episodica. Negli anni si sarebbero susseguite tante interpretazioni, tante traduzioni, fino a quando nel 1936 in Italia non si provò a realizzare un lungometraggio d'animazione che potesse portare sul grande schermo la storia di Pinocchio (riscoprite qui i 5 migliori film su Pinocchio). Da qui parte la nostra storia, che dal Bel Paese culmina nell'opera di Walter Elias Disney, fino a quella di Robert Zemeckis (trovate tutta la verità sull'ultima fatica del regista nella nostra recensione di Pinocchio). Riscopriamo quindi la storia e i segreti del Classico animato Disney.

Il codice Rocco contro Disney

Messo in produzione dalla CAIR, l'idea di realizzare un lungometraggio su Pinocchio nacque da Alfredo Rocco, nome noto ai giuristi per esser stato colui che ha varato il Codice penale e il codice di procedura penale.

Rocco, che fu ministro di giustizia sotto la presidenza di Benito Mussolini, sentì la necessità di provare a contrastare quello strapotere che, oltreoceano, stava nascendo in seno a Walt Disney e avviò la produzione animata della neonata CAIR. Acquistò i diritti dalla casa editrice Bemporad (nel 1974 diventata la Giunti) e fece avviare la produzione, che però ebbe dei costi proibitivi: il budget a disposizione era di un milione di lire, ma le disponibilità economiche si esaurirono in fretta. Il regista Raoul Verdini, già collaboratore di Gianni Rodari, provò a completare l'opera da solo, ma alzò bandiera bianca alla fine del 1936, dichiarando come fallito il progetto. In quello stesso anno, convinto da Joseph-Marie Lo Duca, incontrato durante un viaggio in Europa, Disney acquistò i diritti di più di una versione di Pinocchio, finendo per chiedere a Bianca Majolie di tradurre a sua volta l'opera dall'italiano all'inglese.

La produzione di Pinocchio, a Burbank, iniziò nel settembre 1937, quando Biancaneve era oramai in procinto di essere mostrato per la prima volta al Carthay Circle Theatre, il 21 dicembre di quello stesso anno. Senza nemmeno attendere i risultati della sua "Follia", Disney decise di lanciarsi in questa avventura chiamata Pinocchio, mettendo in secondo piano, all'improvviso, la storia di Bambi. Erano anni dettati dall'entusiasmo per il cineasta di Chicago, perché sarà proprio la storia del burattino di legno a essere messa, poco dopo, quasi in secondo piano per favorire Fantasia, che uscì nel 1940 come terzo Classico, a pochi mesi di distanza da Pinocchio.

Il teatro ispirò Disney

La lavorazione vera e propria iniziò nel marzo 1938, dopo che Disney aveva chiesto a tutta la sua squadra di animatori di andare a vedere lo spettacolo teatrale firmato da Yasha Frank, che a Los Angeles aveva messo in scena la prima rappresentazione teatrale della storia di Pinocchio nel giugno del 1937.

L'adattamento mostrava un Pinocchio molto più naif di quello che era stato raccontato da Collodi, molto ingenuo e vittima degli eventi: un personaggio vicino a quello che poi decise di raccontare Disney, che a più riprese spinse Ollie Johnston a rivedere la struttura del suo protagonista. Lontano dall'essere una marionetta come l'aveva descritta Collodi, a Burbank volevano che il personaggio fosse più umano, più ingenuo: quest'ultimo aspetto venne affidato, dal punto di vista della realizzazione, a Fred Moore, che lo rese il più simile possibile a Topolino. In quegli anni, a quest'ultimo, avrebbe aggiunto le pupille per la prima volta, umanizzandolo ancora di più. (Avete trovato tutti gli easter egg presenti nel live-action Pinocchio?)

A questi elementi venne aggiunta da Milt Kahl una mobilità più bambinesca, così da rendere Pinocchio un vero e proprio bambino, munito di una piuma sul cappello in segno dell'americanismo. Quel burattino era pronto, dopo una serie di rilavorazioni che in sede di animazione crearono ancora più problemi a Ollie Johnston: nel momento in cui, infatti, arrivò il momento di realizzare la scena in cui Pinocchio balla per Mangiafuoco, divenne necessario animare una marionetta come un ragazzo vero, ma allo stesso tempo una marionetta come un essere umano. Il risultato fu incredibile e permise a Johnston di raggiungere un livello di animazione di altissima qualità, impensabile per il 1940.

Per far sì che l'intera produzione potesse sembrare sempre più votata alla leggiadria, Disney ordinò diverse rilavorazioni anche di Jiminy Cricket, il Grillo Parlante, un personaggio che per Collodi non era stato fondamentale tanto quanto lo fu per il Classico. Dell'insetto finì per avere nulla, proprio per volontà di Disney, che inseguì con persistenza e costanza il desiderio di avere accanto al burattino una spalla quasi comica e scherzosa, ma che potesse essere anche il suo deus ex machina, pronto a salvarlo nel momento del bisogno.

La stella cadente di Harline

Tra gli aspetti ultimi che maggiormente meritano di essere segnalati nella produzione di Pinocchio c'è il lavoro che venne fatto da Leigh Harline. Il compositore venne a sapere, proprio negli anni in cui la produzione del secondo Classico era stata avviata, che non si sarebbe occupato né de L'Apprendista Stregone, né di quello che sarebbe diventato Fantasia. La notizia non condizionò Harline, che era talmente preso da Pinocchio che quasi accettò di buon grado la notizia, andando di lì a poco a realizzare, sulle parole di Ned Washington, When You Wish Upon a Star. Disney, ascoltandola, decise che sarebbe stata la traccia d'apertura del film, ripetuta nel corso della pellicola in versione strumentale.

La canzone divenne, negli anni successivi, un simbolo della Walt Disney Company. Negli anni '50 e '60, Disney la usò in tutte le sequenze d'apertura di tutte le elezioni delle serie antologiche televisive, ma anche come accompagnamento del logo della Walt Disney Pictures. Fu la prima canzone realizzata in casa Disney a vincere un Oscar per la miglior canzone originale, nel 1941 . Un successo universale, che spinse Harline a lasciare Disney in quello stesso anno per ampliare i propri orizzonti, e che Robert Zemeckis sembra essersi completamente dimenticato, relegando la canzone a una sparuta apparizione nel suo live-action, quasi del tutto nulla.

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