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Pinocchio di Guillermo del Toro, l'adattamento che sfiderà Disney

Mentre Disney lavora al suo adattamento in live action del Classico del 1940, Guillermo del Toro presenta la sua versione di Pinocchio in stop motion.

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Come possiamo dire di essere saturi della favola di Pinocchio se ancora oggi c'è chi riesce a riproporla in chiave diversa, unica? Poche settimane fa abbiamo criticato la chiave di lettura di Robert Zemeckis (recupera qui il nostro speciale sul Pinocchio di Zemeckis) per il trailer del suo Pinocchio, che dalle prime apparizioni non sembra altro che una copia carbone di quanto elaborato da Walter Elias Disney nel 1940, nella sua visione edulcorata della favola del burattino. Oggi non possiamo che restare estasiati dinanzi a quanto proposto da Guillermo del Toro, che pur annunciando l'arrivo del suo Pinocchio su Netflix a dicembre, tre mesi dopo quello di Zemeckis che sarà su Disney+, ha confermato che non è il cosa, ma il come a trionfare.

Una storia direttamente dal Grillario

Ewan McGregor prende parola e ci racconta, nei panni di Sebastian il Grillo, la storia che ha avuto modo di vedere con i suoi stessi occhi da insetto girovago.

Un grillo che non ha bisogno di vestire i panni surreali che Matteo Garrone aveva voluto donare a Davide Marotta, un grillo che resiste per l'intera narrazione, avendo la possibilità di tramandarla a noi, e che non finisce ucciso dallo stesso Pinocchio da una scarpata, come raccontato da Collodi nella favola originale. Un incrocio anche con quel Jiminy Cricket di Disney, senziente e desideroso di fare la sua parte in questa storia unica. Non solo, perché del Toro vuole raccontarci il suo Geppetto, la sua origin story, che ci conduce all'incontro con un "padre imperfetto" e un "figlio imperfetto". L'uomo è lì, carponi dinanzi a una piccola tomba, dopo aver guardato con malinconia la fotografia di un bambino che si presuppone possa essere suo figlio. Da lì, probabilmente, nasce il desiderio di poter avere qualcun altro da accudire, quel burattino che deciderà di costruire. Non sappiamo se, come nella storia originale di Collodi, si tratti solo di un pover'uomo senza mestiere o se si possa palesare come falegname, come accaduto nella ricostruzione operata da Wall Disney, ma ci è chiaro che dinanzi a noi c'è un uomo dilaniato dal dolore.

La versione di del Toro

Il clou della narrazione del Grillo Parlante si dipana nella dichiarazione di voler raccontare una storia che crediamo di conoscere, ma che non è così, sintomo del fatto che del Toro insegue l'intenzione di mettere in scena la sua versione dei fatti, la sua lettura della storia di Pinocchio. Perché nella mano anziana di Geppetto che scosta il panno a copertura del carretto di Mangiafuoco, c'è il volto del suo burattino, divenuto una star, non sottomesso alle angherie di uomo burbero e malvagio, perché la fata turchina, stavolta, non è umana, bensì uno spirito.

Lo stesso Sebastian lo chiarisce, dicendo di volerci raccontare di spiriti che non si sono mai intromessi nelle vicende umane, portando la storia di Pinocchio a un altro livello: da quella che per Collodi era un'allegoria della vicenda biblica, che culminava nell'episodio dell'impiccagione al campo dei miracoli, passiamo a qualcosa di sovrannaturale, a un'anima in prestito, che permette non tanto a Pinocchio di redimersi, ma a Geppetto di avere una seconda occasione come padre. Per questo la Fata finisce per dare un compito al burattino, arriva a dirgli di dover riempire di luce le giornate del suo creatore. Questo ci fa credere che per la prima volta, più di quanto abbia potuto fare Garrone nel mettere uno straordinario Benigni in condizione di darci qualche spiraglio in più sulla vita di Geppetto, avremo modo di concentrarci di più sulla figura che tutto crea nella storia di Pinocchio. Quell'uomo che sognava di diventare un burattinaio per poter mettere fine alla sua vita disastrata e malandata, nella sua casetta che faceva da sottoscala a un'altra, con l'unica compagnia del suo gatto, e che diede vita al più grande dei miracoli del suo tempo.

L'epopea del passo uno

Il trailer si interrompe senza farci sapere se avremo modo di percorrere l'intero viaggio fino alla bocca del Pescecane o se del Toro ha in serbo per noi altre sorprese; di sicuro la figura della Volpe, mostrata in maniera più agiata rispetto a quella di uno sfaccendato truffatore, lascia presagire una variazione sul tema che potrebbe non condurre al campo dei miracoli e alla sepoltura dei denari, così come il fatto che non sia accreditato, per il momento, il Gatto potrebbe portare a una riduzione della coppia.

Ciò che maggiormente colpisce, però, è la tecnica stop motion voluta da Del Toro: nonostante inizialmente fosse stato il primo grande problema della produzione, dato l'ingente budget richiesto per mettere in piedi una tecnica passo uno di questo livello, dopo quattordici anni di attesa dal primo annuncio risalente al 2008 possiamo finalmente mettere gli occhi su un lavoro di grande fino, dalle movenze delicate e che ci permetteranno di dire, ancora una volta, che della storia di Pinocchio non ne abbiamo mai abbastanza. Con buona pace di chi, per necessità di contratti e di accordi, ha dovuto sacrificare il proprio essere visionario per realizzare un compito che temiamo sarà solo che sufficiente. Sarà un finale di 2022 all'insegna, ancora una volta, della più bella e completa favola di sempre.

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