Pinocchio, il burattino dalle mille facce: da Disney a Garrone

Dal 1911 al 2019: Pinocchio al cinema ha avuto tantissime declinazioni, ma le più famose restano quelle di Disney, Cenci, Benigni e ora Garrone.

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«Sono un burattino di nome Pinocchio, mi stanco perfino a chiudere un occhio. Tutto mi è dovuto, nulla devo dare, mi piace mangiare, dormire e ancor di più giocare.» Renato Rascel nel 1971 canta la colonna sonora di Un burattino di nome Pinocchio, il primo film d'animazione in Italia con protagonista il famoso personaggio nato dal romanzo di Carlo Collodi. A firmarlo è Giuliano Cenci, il Walt Disney italiano, per capacità innovativa nella tecnica cinematografica e per comprensione del medium dell'animazione: il regista toscano mette in scena un intricato e difficile lungometraggio animato che meglio si avvicina alla storia originale scritta da Collodi, diversamente da quanto fatto da Walt Disney quasi trent'anni prima. Tra le due versioni quella più famosa resta sicuramente l'opera realizzata in California, il secondo Classico, ma in più di cento anni Pinocchio è arrivato al cinema e in TV innumerevoli volte, facendoci quasi credere che la sua storia fosse oramai satura e che non avesse più niente da dire. Eppure dopo Disney, Cenci, Yoshida e Benigni siamo pronti ancora una volta a tuffarci nel regno dei balocchi insieme al Gatto e alla Volpe, per rivivere la storia di Pinocchio raccontata da Matteo Garrone.

Una finta favola per bambini

L'edulcorazione di Pinocchio in questi cento anni di proposte cinematografiche e televisive ha reso la favola di Collodi una storiella per bambini, ma in realtà le intenzioni dell'autore, che pubblicò il primo episodio delle "sventure di un burattino" sul quotidiano Il Fanfulla, nel 1881, erano ben altre. Pinocchio ha rappresentato uno dei momenti più alti della letteratura gotica ottocentesca italiana, con uno stile solenne, che voleva quasi proporre delle allegorie con la figura di Gesù: dopo esser stato incalzato dagli assassini, che provano a rubargli i quattro zecchini d'oro ricevuti da Mangiafuoco, dopo il raggiro del Gatto e dalla Volpe, Collodi racconta dell'impiccagione alla quercia grande, con Pinocchio che come ultime parole invoca il padre, proprio come Gesù fece sulla croce, quando non ebbe fiato per dire altro.

Si chiudeva così la prima versione della storia di Collodi, che voleva inviare un monito ai bambini, voleva raccontare loro qualcosa di realmente oscuro: all'autore poi venne chiesto di correggere il tiro e dare a quel burattino una nuova linfa vitale. Intervenne quindi la Fata materna e animali pronti a supportare la vita di Pinocchio quasi in stile Cenerentola, quella di Perrault. Collodi però raccontava quella violenza atavica che faceva parte della tradizione dell'ottocento, di quelle storie contadine che spesso vengono raccontate anche nelle canzoni più ricercate dell'epoca moderna (il Sergio di Francesco Bianconi, picchiato e rinchiuso nella casa del maiale perché in preda alle crisi epilettiche, un male ignoto sin dai tempi di Cesare): non esistono fiabe non cruente, d'altronde, come lo stesso Kafka spesso sottolineava, e l'angoscia accompagna sempre la morale, fino alla trasformazione, alla catarsi. Al diventare un bambino vero.

L'Oscar per Pinocchio

Il re di questa edulcorazione non poteva che essere Walter Elias Disney. Il più importante cineasta della storia dell'animazione per anni ha accostato la propria immagine alla riproposizione delle storie gotiche in versione fanciullesca, puerile, naif: pensate anche a La Bella Addormentata nel Bosco, che nella storia originale di Basile veniva violentata durante il proprio sonno eterno e dava alla luce due gemelli, uno dei quali le avrebbe poi succhiato dal dito il veleno che la teneva in coma. Disney raccontava a modo suo ciò che leggeva, rendeva più fruibili i messaggi contenuti nelle nefandezze che i nostri cantastorie raccontavano con naturalezza e con tradizione. E così fece con Pinocchio, il suo secondo Classico dopo Biancaneve.
Lo realizzò mentre era nel pieno del proprio estro creativo, mentre era pronto a lanciare sul mercato cinematografico un capolavoro chiamato Fantasia che nel 1940 fu un totale insuccesso: a Pinocchio toccò la medesima sorte, anche a causa della seconda guerra mondiale che imperversava e diventava protagonista nella cultura americana.

Negli anni, però, oltre a esser stato il primo cartone animato a trionfare agli Oscar in una categoria di prim'ordine, il Classico venne riconosciuto come un'opera dall'inestimabile valore. Il Pinocchio di Disney era caratterizzato da forme affusolate, accompagnato da Figaro e Cleo, il gatto e il pesce rosso di compagnia di Geppetto, un falegname che intarsiava qualsiasi cosa nella propria abitazione, sprezzante della povertà che in realtà caratterizzava il pover'uomo della campagna toscana di Collodi.
Per anni gli americani sono stati convinti che l'opera di Disney fosse quella originale, l'unica reale, prendendo a esempio quella balena che finiva per inghiottire tutti e dalla quale si usciva soltanto con uno stratagemma facendo starnutire il cetaceo. Il Pinocchio di Disney resta sicuramente l'esperimento di animazione più puerile e gradevole per un piccolo giovane, che racconta con il suo stile musicale e ovattato una vicenda che ha ben poco di spaventoso, se non forse il temibile Mangiafuoco.

L'animazione italiana

Chi invece decise di avvicinarsi tanto alla storia di Collodi, realizzando un'opera fedele a quanto scritto dall'autore toscano, fu il già citato Giuliano Cenci. L'animatore nel 1971 realizzò un capolavoro per la tecnica cinematografica dell'epoca e riuscì a trasmettere tutti i sentimenti che appartenevano all'opera originale: dall'uccisione del Grillo Parlante con un martello nelle prime scene fino alle poco felici scelte di Pinocchio, che tradiva malamente il babbo per il proprio tornaconto, costretto a svendere i propri vestiti pur di poterlo mandare a scuola. Ovviamente anche Cenci operò delle modifiche, mettendoci già dinanzi alla nascita di Pinocchio ed eliminando completamente il personaggio di Mastro Ciliegia, l'uomo che regala il pezzo di legno a Geppetto. Era assente Medoro, il cane cocchiere della Fata, che invece è sempre stata una presenza fissa nelle produzioni post-Disney, così come venne deciso di evitare di far vedere al pubblico la scena in cui il burattino, una volta divenuto asino, viene gettato in mare dopo essersi azzoppato.

Un modo per mantenere comunque edulcorata la fiaba, che non mancò però di trasmettere tutti gli aspetti macabri e gotici che erano propri della scrittura di Collodi: lodevole, invece, fu il lavoro di Cenci nel riproporre i dialoghi così come l'autore li aveva scritti cent'anni prima, rispettando quelle frasi solenni del Grillo e quelle dinamiche tra figlio e padre che perfettamente andavano a corredare il rapporto tra Pinocchio e Geppetto. Con 500.000 disegni all'attivo, Cenci spese 470 milioni di lire per realizzare il suo Pinocchio, che a oggi resta una pietra miliare per l'animazione italiana, oltre che un riferimento per tutti gli animatori e per la storia di Pinocchio stesso.

Un burattino vero

Pinocchio nell'animazione internazionale si è presentato anche in una versione giapponese, realizzata da Tatsuo Yoshida, l'autore di Yattaman: intitolata "Le nuove avventure di Pinocchio", fece da prequel al ben più famoso "Bambino Pinocchio", che in Italia venne trasmesso su Canale 5 con la colonna sonora cantata da Cristina D'Avena nel 1982 con 52 episodi da 22 minuti l'uno. Per la D'Avena fu la primissima sigla cantata, realizzata mentre era ancora una studentessa liceale. Al di là di queste curiosità, però, la storia di Collodi ebbe molte più iterazioni e successo in interpretazioni con attori veri, alternati tra vestiti da burattini o meno. Dopo tanti anni di film interpretati da attori adulti, per poter vedere il primo burattino bambino bisogna attendere il 1947, con Alessandro Tommei che si lascia dirigere da Giannetto Guardone in Le avventure di Pinocchio.

Il pesante make-up comportò non poche problematiche all'attore, il che spinse Luigi Comencini a rivedere il modo di realizzare il personaggio di Pinocchio. È d'altronde del regista bresciano l'opera ritenuta più importante tra le interpretazioni di Pinocchio in live action: il burattino è a tutti gli effetti un umano, un bambino vero, interpretato da Andrea Balestri, che diventa burattino a seconda delle cattive azioni compiute. Lo sceneggiato, che venne trasmesso sulla Rai in più puntate, ebbe un enorme successo e nonostante alcune differenze dal romanzo, come le libertà narrative del ricondurre la fata al fantasma della defunta moglie di Geppetto o anche il mandare in galera il falegname per un motivo diverso dalle presunte violenze che avrebbe potuto compiere su Pinocchio, per anni è stato identificato come il film per antonomasia.

Il lecca-lecca al mandarino

Nel 2002 è il momento di Roberto Benigni. Con 45 milioni di spesa, il suo Pinocchio è stato il più costoso film del cinema italiano, arrivando a essere candidato anche come miglior film straniero in rappresentanza dell'Italia agli Oscar, salvo non riuscire ad arrivare nella cinquina finale. Anche in questo caso la sceneggiatura di Vincenzo Cerami si concedeva qualche modifica al libro, perpetrando quella necessità di edulcorare alcuni passaggi o semplicemente di reinventarli, per favorire alcuni rapporti umani: tra questi la decisione di aumentare il respiro del personaggio di Lucignolo, nei confronti del quale Benigni è stato sicuramente il più benevolo. Celebre, negli anni, è diventata la scena del lecca-lecca al mandarino, la fine del mondo, che l'attore toscano, nei panni del burattino, porgeva al suo amico di sventure una volta ritrovatolo in sembianze di asino malconcio.

In questi dettagli il Pinocchio di Benigni riuscì a essere più profondo e toccante, nonostante la critica tacciò di scarsa interpretazione alcuni componenti del cast, a partire da Nicoletta Braschi, l'inseparabile moglie del regista che non poteva che vestire i panni della Fata dai capelli turchini, accompagnata dal fedele Medoro. Fu un tonfo nella carriera di Benigni che, complice anche un doppiaggio inadatto, portò il film a essere pesantemente criticato anche negli Stati Uniti, dove nemmeno l'inserimento del nome del regista accanto al titolo del film servì ad aumentare gli incassi, che si fermarono ad appena 3 milioni e mezzo di dollari. A oggi, però, il Lucignolo di Kim Rossi Stuart resta la miglior interpretazione possibile per il compagno di sventure di Pinocchio, sempre troppo bistrattato.

La favola più fedele

Dopo numerosi tentativi di proporre in un modo diverso la storia di Pinocchio, tra cui una riproposizione sci-fi con Pinocchio 3000 o altri film d'animazione di Orlando Corradi ed Enzo D'Alò, pubblicati tra il 2007 e il 2012, si arriva finalmente al film di Matteo Garrone. Il regista di Gomorra e di Dogman torna là dove si era fermato con Tale of Tales, pubblicato nel 2015 e appartenente a quel filone di fiabe al cinema al quale il regista è sempre stato affezionato: cercando di mantenersi il più fedele possibile alla storia di Collodi, Garrone ripropone gli stessi dialoghi che già Cenci e Comencini avevano avuto l'accortezza di riprodurre fedelmente. Con uno stile, però, molto grottesco e condizionato anche dalla volontà di rendere antropomorfo qualsiasi animale, dal Grillo Parlante al Tonno, dalla Lumaca ai Corvi, il Pinocchio di Garrone assume delle sfaccettature molto macabre, che difficilmente potranno essere proposte a un pubblico giovane, al quale però sembra essere indirizzato il lungometraggio, con una comicità molto puerile e delle scene naif.

Se però Benigni decise di dare maggior risalto alla figura di Lucignolo, Garrone qui si prende l'incarico di mettere i riflettori puntati su Geppetto: lui, falegname povero in cerca di una soddisfazione sentimentale e di un lavoro, è l'artefice di tutta la storia, di tutta la vicenda. E a vestirne i panni è un Benigni fantastico, che si alterna tra uno sceneggiato à la Chaplin a delle strazianti espressioni di abbandono e di solitudine, quando capisce di aver perso il suo unico figlio. Mantenendo quello spirito che era della favola di Collodi, Garrone realizza un'opera fedele e pedissequa, con poche interpretazioni e tanto sottotesto per gli interpreti che girano intorno a Geppetto, da Mastro Ciliegia al maestro della scuola, dando maggior umanità all'ambientazione e portando Pinocchio a prendere vita in un ecosistema tangibile, che esalta il lavoro svolto sui costumi e sul trucco.

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