Pet Sematary: l'originale e il remake a confronto

Quali sono i maggiori punti di forza, così come di debolezza, delle due versioni cinematografiche tratte dall'omonimo romanzo di Stephen King?

Pet Sematary: l'originale e il remake a confronto
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Nel 1989 arriva in sala Pet Sematary (Cimitero Vivente nella versione italiana) per la regia di Mary Lambert, al cui centro delle vicende vediamo una famiglia come tante colpita all'improvviso da una devastante tragedia che porterà tutti i suoi membri a vivere una situazione da incubo, con la tematica legata alla resurrezione dei morti.
L'opera, dopo il sequel sicuramente meno d'impatto degli anni '90, ha trovato nuova linfa vitale con il recente remake, uscito nel 2019 per la regia di Kevin Kolsh e Dennis Widmyer capace di risultare in linea generale godibile, andando però a modificare qualche dettaglio di troppo che non gli ha fatto raggiungere i picchi di tensione toccati dall'originale, dando vita a una, purtroppo, grande occasione sprecata.
Di seguito analizzeremo così le due pellicole mettendone a confronto le principali differenze.

Il Pet Sematary di Mary Lambert e Dale Midkiff

Nel film originale la trama vede il medico Louis Creed trasferirsi con tutta la sua famiglia in un luogo isolato, dove riesce a fare subito amicizia con un abitante locale, l'anziano signore Jud Crandall, che ben presto gli farà scoprire l'inquietante segreto del posto.
Louis e la sua famiglia provano comunque ad ambientarsi il più possibile all'interno della nuova abitazione, seppur sia presente da subito un grande elemento di disturbo, cioè una strada molto vicina alla casa dove sono soliti passare vari camion ad alta velocità.
Il protagonista, insieme a sua moglie e i due figli (un bambino e una bambina piccoli), rimangono in seguito turbati dalla morte accidentale di Church, il loro gatto domestico.

Il padre di famiglia, soprattutto per non dare un dispiacere alla sua figlioletta, decide di tenerle nascosto l'accaduto, salvo poi farsi convincere dal suo vicino a seppellire il gatto in un particolare cimitero lontano dall'abitazione che si dice abbia addirittura il potere di far tornare in vita i morti.
Quando in seguito il gatto torna dall'aldilà, iniziano i veri guai. L'opera punta su un ritmo impostato in crescendo, costruendo sapientemente la tensione e non dando agli spettatori tutte le coordinate per comprendere appieno dove andrà a finire la storia, continuamente in bilico tra racconto dalla forte matrice horror e dramma familiare.
L'escalation di eventi morbosi e inquietanti che colpirà l'intera famiglia porterà proprio Louis a dubitare sempre di più delle sue stesse azioni, fino a superare alcuni limiti invalicabili che lo traghetteranno verso un vero e proprio punto di non ritorno.

La discesa nel baratro del protagonista diviene così l'elemento più interessante dell'intreccio narrativo, a cui si aggiungono comunque numerosi spunti di riflessione legati agli altri personaggi in scena, dal drammatico passato della moglie della protagonista, così come lo stesso Jud, che diventa in sostanza il custode di alcuni terribili segreti della cittadina.
In Pet Sematary ritroviamo così una comunità all'apparenza calma e tranquilla dove tutto sembra andare per il verso giusto, ma che in realtà nasconde indicibili incubi al suo interno, pronti a venire nuovamente fuori a ogni occasione utile.

L'opera punta in maniera preponderante sul tema della ciclicità, lasciandoci intendere che la parabola vissuta dal protagonista non è stata sicuramente l'unica nel corso degli anni.
Il film risulta essere un horror ben concepito, in grado di lasciare da parte i jumpscare cercando di concentrarsi maggiormente su un clima di tensione costante che, soprattutto dalla seconda metà in poi, troverà il suo apice massimo.
Lo stesso finale, intriso di un forte grado di fatalismo, racchiude appieno l'anima tragica e disperata dell'opera, in cui non vi è posto per alcun tipo di speranza o lieto fine.
Peccato invece per il sequel diretto sempre da Mary Lambert, in grado in un primo momento di risultare interessante anche per la messa in scena di alcuni villain d'effetto, su tutti il cane mostruoso, seppur in linea generale non si sia riusciti a ricreare il pathos e il dramma del primo film.

Il Pet Sematary di Kevin Kolsh e Dennis Widmyer

Il remake del 2019, pur non discostandosi così tanto dalla trama originale, decide di puntare su alcune piccole differenze che, unite insieme, non sono riuscite a regalare lo stesso grado di tensione della prima pellicola.
L'elemento che forse ha depotenziato più di tutto questo remake è stato il ricercare, a tratti paradossalmente, una sorta di coerenza narrativa reale legata alle vicende narrate.
L'opera, pur trattando di resurrezioni, morti ed esoterismo, cerca in qualche modo di approcciarsi al tema con un'ottica quasi nolaniana.
Se quindi il primo film riusciva a puntare molto bene sul concetto di sospensione dell'incredulità, nel remake si fa invece paradossalmente più fatica ad accettare ciò che avviene su schermo, proprio perché sono gli stessi personaggi a far continuamente presente che quello che sta accadendo davanti ai loro occhi è virtualmente impossibile.

Basti pensare agli scambi di battute tra il protagonista e Jud, in cui quest'ultimo gli fa presente che anche se una mente razionale come la sua non può accettare che i morti tornino in vita, ci sono forze misteriose in campo che lo permettono.
Così come altre scene dove si cerca in qualche modo di puntare il focus sul contesto sovrannaturale ottenendo l'effetto opposto, cioè depotenziandolo e addirittura svilendolo.

Una sorta di approccio alla realtà che poteva risultare interessante ma che invece si è trasformato in un'arma a doppio taglio capace di far perdere la bussola tanto al film che agli spettatori.
Non molto soddisfacente anche il modo in cui sono stati gestiti altri elementi che potevano dare al remake un tocco nuovo e originale, basti pensare alla congrega di bambini che fin dal trailer sembrava dovesse rivestire una grande importanza, impiegata invece solo a livello scenico per brevi momenti durante la pellicola.
Lo stesso rimando al mondo esoterico e alla figura del Wendigo è un altro elemento che poteva essere sviluppato in maniera più marcata, magari ponendolo come una nuova variabile all'interno del film, cosa che invece non è avvenuta.
Abbastanza singolare anche il modo con cui si è deciso di trattare le scene maggiormente splatter, arrivando a mostrare corpi maciullati senza problemi (basti pensare al ragazzo presente all'inizio), senza però avere lo stesso coraggio più avanti nel film.

Il dubbio principale diviene così legato alla giovane età dei figli del protagonista, e proprio in una particolare scelta narrativa risulta forse la maggiore debolezza della pellicola, quasi come se a ricalcare fedelmente il film del 1989 si sarebbe incorsi forse in alcune problematiche legate alla distribuzione per il tipo di violenza - più che altro concettuale - mostrata.
L'intero blocco finale, anche per via di un cambiamento abbastanza importante, risulta a conti fatti meno inquietante dell'originale, tanto per quanto concerne la messa in scena, che per lo stesso approccio tematico, spoglio di una profonda componente introspettiva riguardante Louis, in grado di depotenziare parecchio la resa complessiva.

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