Peninsula, quando lo zombie movie coreano incontra Mad Max

Yeon Sang-ho torna al cinema con un sequel-espansione del suo Train to Busan, questa volta addentrandosi nel collasso della società.

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Oggi non si fa altro - purtroppo - che parlare di virus, data la Pandemia in corso e la conseguente emergenza sanitaria. Un contagio per ora costante che sta mietendo migliaia di vittime e frenando l'economia globale. Risulta allora più d'impatto ora che quattro anni fa l'ottimo Train to Busan di Yeon Sang-ho, che alla base della storia vede proprio il dilagare di un virus di origine sconosciuta partito dalle zone della Sud Corea.
L'elemento immaginifico lo trasforma poi in un virus zombie e l'autore intrappola i suoi protagonisti in un treno, costringendoli a una sopravvivenza forzata da un vagone all'altro, mentre tutto introno viene giù. Di stazione in stazione, infatti, i passeggeri osservano dai finestrini il propagarsi dell'epidemia e interi stuoli di persone mutare in mostri affamati di carne umana, dovendo per giunta affrontare all'interno del mezzo centinaia di viaggiatori ormai zombificati.

Rispetto a tanti altri prodotti o sotto-prodotti dedicati ai non-morti di stampo romeriano, Train to Busan riprendeva le caratteristiche di critica sociale innestate dall'autore nei suoi storici film, trasmutandone però tematica e contenuto e parlando di umanità, mutuo-aiuto e classismo, che come abbiamo anche visto in Parasite è uno dei più grandi mali del paese.
Visto il successo del film e le possibilità connesse al titolo, Yeon Sang-ho ha deciso di tornare a quel mondo di treni e zombie ampliando molto di più gli orizzonti narrativi con Peninsula, sequel-espansione tramite cui estendere anche le proprie ambizioni.

Wasteland del moderno oriente

Molti di voi ne saranno all'oscuro, ma non è la prima volta che l'autore coreano riprende in mano il progetto, visto che già nel 2016 era uscito Seoul Station, film d'animazione prequel di Train to Busan che i possessori della copia fisica del blu-ray italiano conosceranno sicuramente.
Questo significa che il mondo ideato da Yeon Sang-ho è cresciuto nella testa del regista con un chiaro intento procedurale, tradottosi in termini cinematografici in una messa in scena apocalittica della caduta della società moderna, in particolar modo quella di carattere orientale.

Un processo per altro molto intelligente che ha tenuto conto di quelle reali e pericolose condizioni di contagio che soprattutto oggi conosciamo ormai tutti, facendo partire la sua storia da un ambiente molto frequentato e di forte assembramento sociale come una stazione ferroviaria di una grande metropoli (e relativi treni).
Insieme a lui, in tempi più o meno recenti, a rispettare la matematica e la fisica della virologia ci sono riusciti L'alba del pianeta delle scimmie e Contagion, ma Train to Busan e Seoul Station hanno il merito di avere plasmato efficacemente la diffusione di un virus in un universo orrorifico che in Peninsula sembra infine rompere la crisalide evolutiva e raggiungere lo stadio concettuale del post-apocalittico. E il primo trailer ufficiale mette davvero in chiaro ogni cosa.
Sang-ho continua con l'idea di un franchise antologico in cui ogni tassello è correlato ma composto da parti differenti, in cui non coincidono né stile né protagonisti. È un mutare al mutare dei cambiamenti sociali e concettuali dei film, e in Peninsula ci troviamo direttamente immersi in un mondo ormai al collasso dove a soli quattro anni di distanza dagli eventi di Train to Busan tutto è precipitato in un nuovo medioevo.

A parte l'oscurità dominante degli ambienti esterni, dipinti da una fotografia bluastra, come a raccontare già da sola l'impossibilità di salvezza, quello che vediamo è il restauro di metodi darwiniani e brutali in cui a sopravvivere è solo il più forte o il più furbo, senza speranza di collaborazione.
Al crollo delle infrastrutture civili corrisponde quello delle infrastrutture etiche - come accade spesso -, e in Peninsula avvertiamo già dal primo filmato dei richiami a titoli post-apocalittici come The Road, Land of the Dead o Mad Max: Fury Road decisamente insistenti, tanto che lo stesso regista li ha citati come dirette ispirazioni - aggiungendoci persino Akira.

Quello a cui si avvicina di più (con tutte le dovute e necessarie differenze) è però il capolavoro di George Miller, specie per un utilizzo degli autoveicoli che sembra addirittura centrale in Peninsula e che nel trailer occupa l'intera seconda parte, quella dal montaggio più serrato.
L'uso della CGI è in determinate scene prominente e visibile (ma il film è ancora in post-produzione) e non avrà quasi certamente lo stesso clangore cinematografico di Fury Road, ma nella filmografia dell'autore e nelle sue specifiche intenzioni stilistiche, Peninsula sembra già essere una piccola pietra preziosa in un genere spesso maldestramente abusato.

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