Pearl Harbor: i 20 anni del film di Michael Bay

Nel 2001 usciva nelle sale il film di Michael Bay, l'ultimo vero kolossal patriottico a stelle strisce, con Ben Affleck e Josh Hartnett.

Pearl Harbor: i 20 anni del film di Michael Bay
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Quando uscì, non fu certamente accolto in modo entusiasta dalla critica, del resto per Michael Bay questa non era una novità. Pearl Harbor però servì al suo scopo: guadagnò 450 milioni di dollari, che per l'epoca erano davvero tantissimi soldi. Ancora di più, consolidò il suo legame con il pubblico mainstream, non solamente americano ma soprattutto statunitense.
Pochi mesi dopo, arrivò un altro attacco dall'aria a scuotere la Storia, stavolta non dal Giappone ma dalla rotonda fusoliera degli aerei che si schiantarono sulle Torri Gemelle. Dopo quel tragico giorno di settembre, il cinema non ha più visto un kolossal melò come Pearl Harbor, a tutti gli effetti possiamo quindi considerarlo un vero e proprio testimone della fine di un certo modo di fare cinema. Cinema di guerra, in particolare.
Già era antiquato per quei tempi: la magniloquenza di Bay, il suo rispolverare l'americanismo in una confezione adrenalinica, patinata e dinamica, erano troppo per resistere. A distanza di vent'anni, cosa rimane di quel film? Cosa rappresenta? Perché è importante parlarne?

Inseguendo il mito di Top Gun

Pearl Harbor era chiaramente connesso a una miriade di film cult e simbolo dell'epica americana. I più acuti colsero immediatamente il legame con quel Top Gun che a suo tempo aveva portato migliaia di ragazzi ad arruolarsi per inseguire il sogno di essere come il Maverick di Tom Cruise: giovani cavalieri dei cieli, donnaioli, forti e vincenti.
Rafe McCawley era sicuramente connesso a quel Maverick, ma in più portava la fisicità possente e charmant di un Ben Affleck che a dispetto del training esibì un bagaglio recitativo tra il penoso e l'involontariamente comico. Fortunatamente da allora è migliorato molto, ma è un dato di fatto che Bay lo avesse scelto per superare anche in gigantismo il film di Tony Scott.
Di Maverick Affleck aveva il carattere ribelle, l'esibizionismo da playboy californiano, il valore e il tipico entusiasmo ottimista a stelle e strisce. Aveva anche una spalla, un miglior amico destinato a diventare rivale in amore per il cuore della bella Evelyn Johnson (Kate Beckinsale, raramente così adorabile): Daniel Walker (Josh Hartnett).

A conti fatti, proprio il Walker di Hartnett fu forse l'unico personaggio interessante e meno "americano" del film, un ragazzo fragile, riflessivo, umanissimo e assolutamente distante dal cliché dello spaccamontagne in salsa anni '80 rappresentato da Affleck. Non un caso che poi proprio lui morisse nel finale, per mano dei crudelissimi giapponesi. Aspettarsi il contrario, sarebbe stato pura incoscienza da parte dell'ultimo, vero, profeta dell'americanismo macho e reaganiano: Michael Bay.
Bay oltre che a Top Gun, prese molto da un capolavoro come Tora! Tora! Tora!, così come da La Battaglia di Midway.
Tuttavia si connetté anche alle tante commedie romantiche in divisa della Hollywood anni '40 e '50, a base di gentiluomini galanti, infermiere eleganti e una guerra che spesso era semplicemente lo sfondo di eroici atti e languidi sguardi.

Tra melò e dimensione videoclip anni '90

Già all'epoca la critica trovò assolutamente tremendo il triangolo amoroso attorno a cui ruotava l'iter del valoroso Rafe, deciso a combattere i cattivi nei cieli prima d'Inghilterra e poi del Pacifico.
Le scene d'amore erano sostanzialmente un'eterna scopiazzatura (o omaggio mal riuscito) a un grande classico della commedia romantica bellica: Da qui all'Eternità di Fred Zinnemann.
Ma il tono da videoclip glam rock, l'eccessivo connettersi a una dimensione diegetica dove non esistevano donne brutte o tramonti deludenti, resero l'insieme tanto patinato quanto irritante, anche a causa di una Beckinsale costretta dentro i limiti di un personaggio incredibilmente "maschilista" nella sua accezione di fragile creatura tutta sorrisi e abiti di alta sartoria.
In diversi frangenti (volutamente) Pearl Harbor strizzò l'occhio al teen movie romantico, con i suoi ragazzoni in divisa intenti a combattere per il cuore delle infermiere, così come al grande classico melò degli anni '90: Titanic.

Tuttavia, furbescamente, Bay ebbe l'accortezza (in un'epoca assai meno inclusiva di oggi) di unire il fantastico al reale, parlarci del punto di vista di quei giapponesi, che per quanto nemici (afflitti a un certo punto dalla stessa "malattia" degli stormtrooper) erano descritti con un tono dove la prevedibilità esotica si accompagnava se non altro all'onesto ritratto di uomini in divisa dediti al dovere.
Forse il vero, unico, elemento di pregio dell'iter narrativo fu ricordare una figura come quella di Doris Miller (un Cuba Gooding Jr. che non sfigura) valoroso eroe isolato in quell'inferno di navi in fiamme, simbolo di un segregazionismo che sopravvisse alla vittoria della "Generazione Gloriosa".

Nonostante tutto, un film di enorme impatto visivo

Eppure, nonostante tutto, nonostante la retorica, i dialoghi terribili, la mancanza di chimica tra i protagonisti, l'estenuante durata di 183 minuti, Pearl Harbor poteva rivendicare tre enormi pregi.
Il primo era una colonna sonora di Hans Zimmer da antologia. Il secondo era la regia di Bay. Che sì, certo, puzza di testosterone e autocompiacimento da un miglio, ma rimane ancora oggi qualcosa di potentissimo.
Il terzo pregio fu quel furioso e terribile attacco, l'impressionante scena di combattimento navale, con la quale Bay infatti ci regalò sequenze mozzafiato, creando una diade con la fotografia di John Schwartzman di rara bellezza.
Ma c'è di più. Quella mezz'ora di Zero che bombardano, navi che esplodono, marinai che affogano, non aveva nulla dell'elegia mortuaria spacciata per condanna di un capolavoro come Salvate il Soldato Ryan.

Pochissimi altri film di guerra sono riusciti a donarci la sensazione di essere vulnerabili, piccoli insetti sotto lo sguardo di Dei meccanici pronti a distruggerci. Le scene di annegamento e morte a bordo dei giganti d'acciaio nella baia della Perla delle Hawaii sono tra le più orribili che si ricordino.
Pearl Harbor alla fine ruota attorno a quell'attacco a sorpresa che svegliò il Gigante ferito, decidendo definitivamente le sorti del conflitto. E di certo, per quanto animato da migliori intenzioni e una scrittura storicamente più accurata, La Battaglia di Midway di Emmerich fa comunque una figura abbastanza misera, di fronte al gigantismo titanico ma coerente di Bay.
Qualcosa che poi avrebbe raggiunto il suo apice tecnico in Transformers , con la vera somma autoriale nel bistrattato ma incredibilmente robusto 13 Hours.
Sono passati vent'anni da Pearl Harbor. L'America a tornare Generazione Gloriosa non ce l'ha fatta, anzi è diventata terra distopica di caos e paura, di razzismo e violenza. La nuova America cominciò con le Torri di settembre, la vecchia finì con quel kolossal, così dimenticabile e così indimenticabile.

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