Paul Thomas Anderson: i 5 migliori film del regista americano

In occasione del suo cinquantesimo compleanno, la classifica dei migliori 5 film diretti dal bravissimo Paul Thomas Anderson.

speciale Paul Thomas Anderson: i 5 migliori film del regista americano
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Difficile trovare nel panorama odierno un regista che sia riuscito a ridare una centralità ai personaggi e al loro sviluppo più di Paul Thomas Anderson, classe 1970, maestro nel creare iter narrativi popolati da personaggi di grande fascino, ambasciatore di un cinema che abbia nell'autorialità il suo tratto distintivo.
Figlio d'arte (il padre era attore e doppiatore), talento precoce che è sempre stato punto di riferimento per la critica, Anderson si è fatto le ossa con cortometraggi fin dalla fine degli anni '90, e ancora oggi il corto è una forma espressiva che ama particolarmente, così come il videoclip musicale. Ma in sole nove pellicole, Anderson è stato capace di lasciare un segno profondissimo nel cinema degli ultimi vent'anni.
E in occasione del suo cinquantesimo compleanno, il 26 giugno, noi di Everyeye ci siamo presi l'onere di decidere quali siano stati i cinque titoli simbolo di questo grande cineasta, capace di essere riconoscibile e allo stesso tempo di stupire e sperimentare.

Il petroliere

Tratto dal romanzo Il petrolio di Upton Sinclair, Il petroliere è senza ombra di dubbio il film che più si è fissato nell'immaginario collettivo tra quelli diretti da Anderson.
La parola capolavoro è sovente abusata nei giudizi odierni, tuttavia in questo caso non è fuori luogo tirarla in ballo, visto che il dramma sceneggiato da Anderson è una sontuosa e terrificante fiaba nera, dominata da un Daniel Day-Lewis in stato di grazia.
Il suo Daniel Plainview si muove con fare rapace, spietato e crudele, simbolo di quello spirito indomito, incivile e ingordo con cui gli Stati Uniti distrussero i nativi e le foreste.
Senza mai trasformarlo in un mostro, quanto piuttosto in un essere umano contorto e dannato, Anderson con Il petroliere opera un'interessante e maestosa epopea del denaro, del potere e dell'avidità tutta americana di quell'olio nero che trasforma gli uomini e li fa diventare demoni.

Anderson tuttavia va oltre una semplice disamina del bene e del male, distrugge il concetto di American Dream (operazione a lui molto cara), abbatte i pilastri della società statunitense, i falsi totem della religione, della famiglia, della libertà, ce ne mostra il volto mostruoso e nascosto: quello del denaro.
Il denaro è tutto, può tutto, perdona tutto e in suo nome (l'unico vero Dio presente in quel deserto torrido e brutale), Plainview commette ogni crimine, accetta dolori e rimorsi.
Il petroliere è straordinario nella recitazione, abbellito da una fotografia che esalta la natura, che si lega agli interni cupi e senza luce come l'anima del protagonista.
Ed è incredibile quanto il modello culturale che egli qui condanna sia in realtà il perfetto totem a cui aspira ancora oggi una parte considerevole di quella società che Plainview rappresenta in modo così tormentato, fedele ed entusiasta nel sacrificare tutto e tutti per la corona.
Otto nomination agli Oscar, statuetta a Elswit per la fotografia e naturalmente a Daniel Day-Lewis.

Il filo nascosto

Da un opposto all'altro. Se ne Il petroliere il regista statunitense aveva esaltato la parte più sopra le righe, seduttiva e mefistofelica di Daniel Day-Lewis, qui invece, ne Il filo nascosto, l'attore britannico (ritiratosi dopo questo film) è stato chiamato a interpretare un personaggio molto più sotto le righe, suadente, ma non meno inquietante e malsano.
La sceneggiatura di Anderson porta lo spettatore nell'Inghilterra degli anni '50, alle prese con l'alta moda di cui Reynolds Woodcock (Lewis) è uno degli assoluti protagonisti e artefici più apprezzati.
L'alta società fa la fila per le sue creazioni, e lui alterna gli abiti come alterna le donne, a accezione della sorella Cyril (Lesley Manville) sorta di completamento della sua personalità.

Il filo nascosto ci parla di un rapporto malsano tra Woodcock e la bella e ingenua Alma (Vicky Crieps), estatica e algida cameriera irretita dal fascino di un uomo che Anderson ci rende depositario di un talento straordinario e di una mancanza di empatia semplicemente sconvolgente.
Più che un film d'amore, è in realtà un film sul controllo, sul potere (ancora una volta), sulla differenza tra artista e uomo, sull'incapacità di amare andando al di là del proprio egoismo personale da parte di un uomo tanto geniale quanto tossico.
Bellissimo nei costumi di Mark Bridges e nelle scenografie di Mark Tidesley, Il filo nascosto dal punto di vista estetico è una delle opere più riuscite di Anderson.
Feroce, eloquente nel mostrare il classismo che tutt'ora pervade a distanza di 70 anni la società britannica, Il filo nascosto è anche un viaggio dentro il mondo maniacale dell'alta moda.
E Woodcock, che veste donne per renderle più simili a dee, è in realtà un uomo che le ama come creature del sogno, della sua immaginazione autoriferita, incapace di generare una qualsivoglia relazione sana in quanto paritaria.
In tutto e per tutto uno sferzante omaggio all'artista, a ciò che è, suo malgrado. Sei nomination agli Oscar, statuetta per i costumi.

Magnolia

Due anni dopo Boogie Nights, Paul Thomas Anderson con Magnolia crea un film corale tra i più belli degli anni '90, nove storie separate ma in realtà connesse da una profonda disamina dei concetti di perdono, peccato, colpa e dolore.
Il tutto in un iter dove religiosità, metafore e sogno sono connesse a una visione della vita e dell'universo come mistero inspiegabile, ma anche come azione e reazione, in cui la logica e il sentimento sono una il prolungamento dell'altra.
Il cast è anche in questo caso ricco e interessante, e comprende oltre ad attori-feticcio di Anderson come Julianne Moore, William H. Macy, John C. Reilly e Philip Seymour Hoffman, anche un divo del calibro di Tom Cruise e caratteristi di gran caratura come Jason Robards, Michael Murphy e Alfred Molina.
Assieme si muovono dentro una struttura narrativa che è in grado di donare ogni possibile emozione allo spettatore.
Umorismo, dramma, pena, speranza, pessimismo, dolore, sono tutti fusi assieme in Magnolia, nel mostrarci il dramma della solitudine dell'uomo nel mondo moderno, dell'incapacità di aprirsi verso gli altri e fare i conti con il proprio passato.

Magnolia è un elogio e assieme una critica (malinconica) all'imperfezione dell'animo umano, ma anche alla sua capacità di riscattarsi, di andare oltre senza mai scadere nel retorico, mostrandoci un universo dove la verità ultima non esiste.
Solo le buone intenzioni e la solidarietà come ancora di salvezza.
Con un Tom Cruise in stato di grazia (nominato all'Oscar e vincitore del Golden Globe), Magnolia è stato sicuramente uno dei film più creativi, intensi e importanti di fine XX secolo, e la conferma del grande talento narrativo di Paul Thomas Anderson.

Boogie Nights - L'altra Hollywood

Film terrificante, adrenalinico e sferzante, Boogie Nights è una sorta di odissea nel mondo del successo e dell'ipocrita ed esagerata società statunitense degli anni '70 e '80, che da hippie diventava yuppie, sempre più affamata di soldi, successo e carne.
Carne come quella del giovane Eddie Adams (Mark Wahlberg), lavapiatti 17enne che decide di cercare fama e successo nel mondo del porno, seguendo il veterano Jack Horner (Burt Reynolds) e la sua crew di attori, tecnici e produttori.
Sarà l'inizio di un'ascesa (e poi di un declino) del giovane protagonista, a cui Wahlberg dona un'energia arrogante e ingenua, contrapposta al carisma di un grande Reynolds e all'instabilità di un mondo che Anderson ci descrive come metafora dell'America di quegli anni, dell'industria dello spettacolo in generale.

Il sesso diventa mezzo di conquista sociale, arma in un mondo animale fatto di ricerca del lusso, in cui la lealtà non esiste, dove l'approvazione e l'attenzione degli altri è tutto.
La regia di Anderson è semplicemente perfetta nel guidarci dentro un iter in cui i personaggi a poco a poco diventano sempre più ridicoli, più vanagloriosi, mentre la Los Angeles del glam rock, della disco e della cocaina perde ogni fascino, diventa palude di un circo umano kitsch, esagerato e inquietante.
Fantastico nello script (nominato all'Oscar) che si esaurisce in un finale malinconico e patetico, Boogie Nights è sicuramente una delle opere più complesse degli anni '90.
Oltre alla sceneggiatura, nomination agli Oscar anche per Reynolds e una bravissima Julianne Moore.

The Master

Sicuramente uno dei più complessi, sfaccettati e originali di Anderson, quello che più ha fatto discutere per il suo essere collegato simultaneamente a un numero incredibile di elementi del cinema, della società e anche della natura umana.
Freddie Quell (un grandissimo Joaquin Phoenix) è un reduce della Seconda Guerra Mondiale affetto da diversi problemi al sistema nervoso, preda di tick e disturbi comportamentali profondi, soprattutto di natura sessuale.
Vista l'inefficacia delle cure dategli dall'esercito, Freddie comincia un'esistenza dedita all'alcool per soffocare dolore e problemi, fino a quando in modo del tutto casuale non fa la conoscenza del carismatico e misterioso Lancaster Dodd (un Philip Seymour Hoffman in stato di grazia), capo di una sorta di setta o congregazione che egli ha denominato "La Causa".
In breve tra i due si instaurerà un rapporto complesso, altalenante, in cui Freddie troverà conforto e riparo, ma che infine si rivelerà una trappola torbida e manipolatoria, e che lo lascerà di nuovo in balia dei propri demoni.
Film inquietante e disturbante, The Master a molti è sembrata una sorta di analisi di Scientology, ma molto più probabilmente è in realtà un iter su un amore omosessuale represso e più in generale sulla società americana.

Di riflesso, anche grazie all'ambientazione esaltata dalla fotografia di Mihai Malaimare Jr., vi era anche un omaggio alla generazione attoriale del secondo dopoguerra, quella dei Dean, dei Brando e Montgomery Clift, portatori di un disagio giovanile che si contrapponeva a ciò che la Golden Age hollywoodiana degli anni '30 e '40 aveva proposto al mondo.
Ma più di tutto, a rendere The Master uno dei film più interessanti di Anderson è anche l'aver saputo mostrarci come nella società americana il sesso e la necessità di una guida siano incessanti, una delle anime nere di un mondo che non accetta la diversità, cercando di renderci parte di un gregge che risponda a un capo.
Tre nomination agli Oscar per Hoffman, Phoenix e per una Amy Adams che fa della sua Peggy Dodd un personaggio manipolatore e autoritario come pochi altri.

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