Parliamo del finale del Joker di Todd Phillips: oltre la verità

Addentriamoci nel finale del secondo film evento dell'anno, un vero e proprio inno alla libertà con due piani di lettura intersecabili.

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A due giorni dall'uscita nelle sale italiane del Joker di Todd Phillips, torniamo ancora una volta a parlare di uno dei film evento dell'anno, certamente il più discusso. Forse né il regista né Joaquin Phoenix pensavano a monte di sollevare tutto questo polverone mediatico, eppure il loro cinecomic ha avuto un impatto deciso in territorio americano, dove oltre a non aver ricevuto il caldo abbraccio della critica (e in merito la questione è fumosa a causa del comportamento della Warner Bros.), sta anche vivendo il buio della sala tra poliziotti sotto copertura e controlli a tappeto precauzionali.

Per forza di cose, oltreoceano la qualità del film sta venendo surclassata dalla tematica sociale invadente, dato che Joker è un titolo d'autore che, ispirandosi all'omonimo personaggio, vuole riflettere sulla decadenza dei costumi occidentali, sull'assenza di empatia, sull'alienazione sociale e l'isolamento, arrivando infine a soffermarsi sulle eventuali cause di un rivoluzione civile. Un caso studio che ci guida nell'inarrestabile discesa agli inferi di Arthur Fleck: una trasformazione psicologica catartica e contorta che non lascia spazio a fraintendimenti ma apre nel finale a due piani di lettura ben distinti, di cui andremo adesso a parlare.
[ATTENZIONE SPOILER A SEGUIRE]

That's Life

Il Murray Franklin di Robert De Niro chiude sempre il suo Night Show citando l'immortale brano di Frank Sinistra: "Ricordate gente: così è la vita!". Lo fa anche quando manda in onda - deridendolo - il penoso spettacolo di Arthur Fleck allo stand-up comedy club, distruggendo inconsciamente il sogno del protagonista ed esponendo il suo disturbo (la risata compulsiva) davanti agli occhi dell'America tutta, senza coordinate precise, semplicemente ridendo di lui. Che poi Arthur sia troppo disturbato per fare il comico è evidente sin dai primi minuti del film, eppure finché c'è speranza c'è vita, la stessa che vediamo scivolare via in un torrente di follia scena dopo scena, con il protagonista che subisce angherie e cattiverie fino a diventare egli stesso carnefice e artefice del suo destino.
Non c'è critica, nel modus operandi di Phillips, che vuole riflettere invece con spirito post-ideologico sul prodotto dell'ambiente che ci circonda, senza giustificarne le azioni ma mostrando il mutamento psicologico e intimo di un solitario e problematico abitante della metropoli, a cui basta una brutta giornata per diventare un mostro.

Oppure un simbolo, come suggerisce proprio Franklin ad Arthur, che si dice disinteressato alla questione ma visibilmente compiaciuto, e questo perché comprende di esistere non in quanto Fleck ma in quanto Joker, come maschera della violenza e della rivolta degli ultimi, dei Clown.

Una volta ospite dello show non soffre neanche più del suo disturbo perché la catarsi oscura di Arthur è ormai completamente avvenuta: si è liberato dei suoi pensieri negativi (essere felice, far ridere la gente) e si è calato totalmente nel suo vero Io (omicida, psicopatico), tanto che la sola risata che si avverte dopo l'uccisione della madre è quella forzata, più acuta, strutturata. Ed è quella che fa in onda, ospite di Murray, prima di inoltrarsi nel suo messaggio dalla logica inquietante e di accusare Franklin di "essere una persona orribile": "Sai cosa succede mettendo insieme un malato mentale e una società che se ne frega?", dice Joker: "Che ti becchi quel ca**o che ti meriti".

Some people get their kicks

La pistola portata in studio per dare senso alla sua vita attraverso la morte (come poi si augura nel diario personale) cambia obiettivo e punta a quello che Arthur considera uno dei maggiori responsabili dei suoi mali, senza discernere tra personaggio televisivo e persona, tra spettacolo e vita reale. Una volta ucciso Franklin, Joker viene catturato dalla polizia e trasportato in Centrale. Le vie di Gotham sono un vero inferno: il movimento è diventato una ribellione urbana tra negozi saccheggiati, cassonetti dati alle fiamme e maschere da clown a ogni angolo. Ed è proprio una di queste, indossata da uno sconosciuto "ispirato" dal Joker, a dare "ciò che merita" a Thomas Wayne, che aveva definito pagliacci tutte quelle persone che cercano di giustificare il proprio malessere e lo status sociale incolpando "i benestanti" che sono arrivati in alto dopo innumerevoli sacrifici. Da qui si intuisce come Phillips non voglia dare credito alle ragioni di Arthur per confrontarsi al contrario con la lotta di classe contemporanea, un altro dei possibili moventi di una sommossa metropolitana.

Si può dunque affermare che Joker e Batman sono prodotti della stessa società, che a ogni male cerca di equilibrare un bene, lasciando fiorire questi boccioli nella brutalità cementificata nei meandri della civiltà occidentale. Se poi Bruce Wayne accoglie anzitempo la sua crociata contro il crimine in un vicolo della città, a essere innalzato a eroe è proprio Arthur, che applaudito e inneggiato danza sanguinante sopra una macchina della polizia, che è anche un po' il simbolo dell'ordine e della tutela, elementi ora in frantumi a causa di un messaggio corrotto dalla malattia che ha però colpito la pancia della stanca popolazione di Gotham.

Poteva allora chiudersi così, Joker: con l'ascesa effettiva del villain davanti agli occhi del mondo, eppure Phillips preferisce andare oltre e insinuare il dubbio nella mente dello spettatore, mostrandoci una sequenza finale molto interessante. Vediamo infatti Arthur in manette in un centro psichiatrico durante un incontro di valutazione con uno dei medici della struttura. Sta fumando una sigaretta e ride in modo calmo.

Il primo pensiero è che, dopo la risoluzione della rivolta, il protagonista sia stato catturato e rinchiuso, eppure il regista non ci dà coordinate e mostra anzi Joaquin Phoenix con un look differente: i capelli sono più corti, non ha graffi o ferite in volto come dovrebbe invece averne e soprattutto dice di ridere "perché sta pensando a una battuta". Il montaggio stacca allora su Bruce Wayne che si erge vivo sui corpi dei genitori morti e torna infine su Arthur, che continua a ridere.

Emerge allora una riflessione: e se tutto quello che abbiamo visto fosse il frutto della contorta mente del protagonista? In fondo proprio all'inizio Phillips ce lo mostra per appena un secondo in un ospedale psichiatrico, sottolineando come "ci fosse già stato". E se non fosse mai uscito? Chiuso tra quelle luminose pareti bianche, Arthur potrebbe aver sviluppato tutti quei pensieri, costruendoci intorno una storia. La sua storia. Dopotutto, ha fatto lo stesso con Sophie Dumond nel corso del film, il che rivela il suo disturbo allucinatorio, la sua alienazione mentale. La visione di Bruce è il sintomo della suo essere ormai senza più speranze e del più grande paradosso del suo pensiero: "E se fossi io, in realtà, l'artefice dei miei problemi?".
La psichiatra chiede allora a Joker di rivelargli questa battuta che lo fa tanto ridere, ricevendo per tutta risposta un "sarebbe inutile" da parte di Arthur. Ed è vero: non ammetterebbe mai di essere lui il solo responsabile della sua vita e delle proprie scelte. Il fatto che sia ammanettato dovrebbe indicare comunque la sua pericolosità, la sua metamorfosi criminale ormai avvenuta, ma Phillips preferisce non inoltrarsi troppo nel dare spiegazioni e indicazioni precise, si mantiene su toni eterei, anche prima di lanciare il The End su schermo, quando, inquadrandolo in primo piano, fa cantare a Phoenix la strofa più significativa della canzone di Sinatra: "That's life and as funny as it may seem, some people get their kicks stompin' on a dream".

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