Parasite: perché il film di Bong Joon-ho ha vinto l'Oscar come miglior film

Lo straordinario affresco socio-culturale di Bong Joon-ho è il primo film in lingua non americana a vincere l'Academy Award come Miglior Film.

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Quando Jane Fonda apre la busta del vincitore, forse Sam Mendes e i produttori di 1917 sono già pronti ad alzarsi in piedi. Destino beffardo è però quello di chi ha troppe certezze. Lui come gli altri otto film nominati agli Academy Award e in lingua inglese. "And the Oscar goes to... Parasite". E la sorpresa è servita. Giubilo e giustizia.
Il Miglior Film a Parasite arriva alla fine di una serata davvero straordinaria per il cinema sud coreano. Il thriller dramma di stampo sociale di Bong Joon-ho conquista infatti, sempre con merito ma inaspettatamente, la statuetta alla Miglior Sceneggiatura Originale e anche alla Miglior Regia, battendo nomi talmente altisonanti e validi che lo stesso autore del film, con l'Oscar in mano, abbandona il palco dicendo che "andrà a bere fino al mattino".

Comprensibile. E forse - si scherza - ha già ingoiato diversi shot di chissà quale superalcolico quando si presenta al tavolo delle incisioni. Quattro Oscar davanti a lui e ai ragazzi incaricati di incidere i nomi dei vincitori sulle targhette dei premi. Joon-ho li guarda: "Scusatemi per il duro lavoro, so che sono troppi". Tutti sacrosanti, Bong.
Premi importanti e giusti per un film storico e impareggiabile che ha vinto perché si è guadagnato con impegno e fatica un risultato tanto importante, praticamente da record. E oggi siamo qui per capire il perché di questa vittoria entusiasmante.

Il sud coreano che insegnò a perdere agli americani

Quando a dicembre inserivamo Parasite tra i film più belli e importanti del decennio, non pensavamo minimamente che il titolo potesse raggiungere un risultato tanto memorabile all'interno di una manifestazione che ha sempre - o quasi - premiato l'home made cinema, almeno nella categoria più importante. Più che fatto in casa, parlato in casa, in inglese. Nel tempo non sono mai stati troppi, comunque, i lungometraggi in lingua straniera che hanno occupato uno slot tra i Migliori Film, anche se è interessante constatare come già lo scorso anno Roma di Alfonso Cuaron abbia sfiorato paurosamente un simile risultato.
A raggiungerlo è stato però finora solo Parasite, primo film in lingua straniera a conquistare l'ambito e prestigioso riconoscimento consegnato dall'Academy of Motion Pictures americana, un'associazione talmente fedele a dei saldi principi culturali patriottici e fiera del proprio cinema da cui tutto ci saremmo aspettati tranne una scelta simile.
Si vede che Bong Joon-ho e il suo film hanno fatto davvero breccia nella coscienza meritocratica dei tanti membri dell'associazione, che nulla hanno potuto davanti all'estrema e dirompente potenza tematica, concettuale, visiva e narrativa di Parasite.

Ci si è arresi all'evidenza dai fatti: un film sud coreano e più in generale orientale ha finalmente surclassato le produzioni (comunque eccellenti) britanniche o statunitensi, imponendosi con energia, intelligenza ed eleganza sull'eccezionale artificiosità di 1917, sulla Hollywood del '69 di Quentin Tarantino, sulla quadra scorsesiana attorno al genere dei gangster movie, sull'innovazione autoriale in ambito cinecomic di Joker e anche sul delicato indie di Taika Waititi.

L'oriente universale

Parasite ha vinto perché è un film figlio dei nostri tempi, che partendo da una sceneggiatura evidentemente costruita su di un piano di lettura tipicamente nazionale, basato sul divario sociale che dal degrado passa direttamente ai benestanti, racconta in buona sostanza l'assenza (e quindi l'importanza) della middle class, dunque di strutture intermedie - di barriere - che impediscono disparità civili tanto gravi ed evidenti.
Non è solo lotta di classe ma è la chiara e ragionata dimostrazione di come in basso o in alto che ci si ritrovi, si resti sempre il parassita di qualcun altro, si covi sempre nella propria coscienza un senso di assenza o inadeguatezza che ci spinge a migliorare o risanare drammi e situazioni, a prescindere dal come. È un film che parla di opportunità, di famiglia, di disonestà e di esigenze, abbattendo tante sovrastrutture virtuosistiche per abbandonarsi ai protagonisti e a una regia candida ed elegante che mai trascura gesti, incontri e sguardi tra i vari personaggi, sempre al centro del racconto e mai messi da parte per abili giochi stilistici fini a sé stessi.

Non c'è maniera, in Parasite, ma un modo universale, brillante e a suo modo ermetico di leggere il cinema contemporaneo, che da oriente a occidente incontra oggi - nei paesi sviluppati - le stesse identiche criticità in cui più o meno tutti possiamo riconoscerci.
Dalle solide ed espressioniste interpretazioni del cast principale fino alla cura maniacale del dettaglio di Bong Joon-ho, che sfrutta insieme al direttore della fotografia Hong Kyung-pyo una struttura luci e di ripresa assolutamente funzionale ad ogni aspetto estetico e tematico della storia, Parasite è quel film che si insinua nella coscienza cinematografica del pubblico nell'immediato, senza bisogno di sforzi biblici pur restando un lungometraggio di titanica raffinatezza e concezione.

È un titolo che gioca anche con lo spettatore, mutando davanti agli occhi dell'audience e addentrandosi quando in venature fortemente thriller, tese e ansiogene, quando in delicati passaggi familiari dove è forte il senso focolare di nucleo, che viene rotto magari improvvisamente da un evento inatteso che spezza come un fulmine a ciel sereno la tranquillità difficilmente raggiunta.

Ma sa anche essere scabroso ed eccessivo e alla fine emozionante, rispettando una sceneggiatura praticamente liturgica e arrivando a una conclusione che parla di sogni e speranze nel difficile mondo odierno, dove tutto viene puntualmente disatteso e il pericolo è quello di rimanere intrappolati nei propri desideri e nell'arroganza di potercela fare, finendo come un Icaro senza ali di cera e lontani dal sole, rinchiusi nel freddo scantinato di una misera esistenza, soli e lontani dai propri affetti. Una sontuosa e magnifica pietra miliare della settima arte.

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