Pablo Escobar: la storia del terribile criminale, al cinema con Loving Pablo

Attualmente al cinema con il volto di Javier Bardem in Loving Pablo, vi raccontiamo la vera storia del più grande narcos della storia, Pablo Escobar.

Pablo Escobar: la storia del terribile criminale, al cinema con Loving Pablo
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Pablo Escobar è un uomo che non ha bisogno di presentazioni. Senza ombra di dubbio si tratta di uno dei criminali più rappresentati della storia, entrato di diritto nell'immaginario collettivo di tutti noi. Un criminale incallito, per molti il più grande narcotrafficante della storia, certamente il più famoso e discusso al mondo. Personaggio controverso, naturalmente criticato ma spesso glorificato e, purtroppo, avvolto da quell'aura di mito che spesso circonda i criminali, la loro vita e le loro azioni. Escobar è stato interpretato negli anni da grandi attori, che ce lo hanno mostrato tante volte in molte delle sue sfaccettature, ultima quella uscita il 19 aprile, con Javier Bardem che lo interpreterà in Escobar - Il Fascino del male. Ma al di là di tutte le diverse rappresentazioni qual è la vera storia di questo incallito trafficante di droga?

Un personaggio controverso

"Neanche Quentin Tarantino avrebbe potuto immaginare la violenza che la mia famiglia e il nostro Paese hanno dovuto subire a causa di mio padre". Bastano queste parole, pronunciate da suo figlio in un'intervista di qualche tempo fa per capire la portata dell'impero criminale di Pablo Emilio Escobar Gaviria. Un impero cresciuto dal nulla, partito dai crimini più comuni per trasformarsi piano piano in una vera e propria multinazionale, capace di sollevare quantità di denaro indicibili e di lasciare dietro di se una scia di morte e devastazione mai vista prima nella storia. Eppure Escobar è sempre stato circondato da un alone quasi magico, che per molto tempo lo ha reso immune alle sue stesse malefatte. Per molto tempo i suoi concittadini lo hanno difeso, amato, protetto, tanti lo hanno considerato, e alcuni lo fanno tutt'ora, come uno dei buoni, sempre attento agli umili, ai bisognosi e alle esigenze della gente, un uomo del popolo, capace di capirlo molto più dello stato e delle istituzioni.

Le origini del male

Sua madre e suo padre erano di umilissime origini: uno era un agricoltore e l'altra un'insegnante di scuola elementare. Nato a Rionegro, Escobar è cresciuto nella periferia di Medellin, città alla quale rimase legato per sempre. Visse per lungo tempo in povertà e, in un certo senso, non dimenticò mai le sue origini povero: il suo modo di pensare e di vestire e la sua vicinanza alla gente comune lo hanno sempre fatto sentire come un uomo del popolo, anche quando la sua organizzazione riusciva a macinare milioni di dollari al giorno. La sua carriera criminale iniziò con banali furti e piccole truffe che lo portarono ad un primo arresto nel 1974, a soli 25 anni. Iniziò subito dopo ad occuparsi di contrabbando, attività che lo avvicinò al mondo della droga e della cocaina, fonte inesauribile di guadagni e mercato all'epoca in incredibile espansione. Fiutata la portata dell'affare Escobar vide crescere a vista d'occhio la sua organizzazione, che divenne in poco tempo la più influente del Sudamerica e la più importante anche a livello internazionale.

Plata o Plomo

Il suo "modello di business" si rivelò un successo clamoroso, trasformando il suo impero in una vera e propria multinazionale. In poco tempo Escobar e la sua organizzazione, poi nota come il Cartello di Medellin, diventarono quasi più potenti dello stato colombiano, con l'obiettivo di sostituirsi con la forza all'autorità precostituita. La cocaina di Escobar divenne la più importante al mondo, trasportata in grandi quantità e nei modi più disparati. Il volume di affari continuò per lunghi anni a crescere in modo esponenziale: merito di una strategia di lavoro ben precisa, che alimentava se stessa e non lasciava spazio a nessuno rivale, quella del "plata o plomo", traducibile semplicemente come soldi o piombo.
Chiunque si trovasse sulla strada di Escobar e della sua organizzazione aveva due possibilità, collaborare, farsi corrompere e diventarne parte, oppure rifiutare e farsi uccidere. Gli oppositori venivano così annientati senza pietà mentre tutto il resto veniva corrotto e diventava marcio. Intorno ad Escobar e ai suoi si creò una fitta rete di collaboratori e "amici" che per lungo tempo rese immune lo stesso criminale, capace di dettar legge anche sulle persone che avrebbero dovuto tentare di fermarlo.

El Patron

Escobar divenne quasi ossessionato dalla sua stessa figura e dal modo in cui la gente lo considerava. Preoccupato del giudizio altrui navigò sempre nella totale ambivalenza della sua posizione; voleva essere temuto da tutti, ma anche amato da tutti, voleva ergersi al di sopra di tutto, essere considerato quasi alla stregua di un padrone, buono e gentile ma pur sempre solo al comando, unico a prendere le decisioni. Per questo, oltre che lasciare dietro di se una scia di morti impressionante, investiva spesso il denaro accumulato in opere di bene, costruendo case, scuole, ospedali, mense per poveri, luoghi ricreativi, stadi e campi da calcio. Veniva spesso considerato come una sorta di Robin Hood, capace di togliere soldi ai ricchi per darli ai poveri, nonostante fossero ben note le origini poco cristalline di quel denaro. All'apice della sua vita e del suo impero economico Escobar divenne il settimo uomo più ricco al mondo, capace di controllare l'80% del mercato mondiale di cocaina e il 20% di quello delle armi. Il cartello fu capace di generare introiti per oltre 60 milioni di dollari al mese, quasi 30 miliardi l'anno.

Dalle droga alla politica

La sua forza era rappresentata dall'incredibile sfarzo della sua enorme villa, la Hacienda Napoles, un complesso da 3000 ettari che comprendeva uno zoo con specie rarissime, la più grande presenza di ippopotami al di fuori del continente africano, una serie infinita di piscine, uno stadio, 12 laghi, un ospedale, piste per aerei ed elicotteri, garage pieni di auto. L'amore delle persone che lo circondavano, disposte ad aiutarlo in ogni modo, anche andando contro la legge, spinsero Escobar a scendere addirittura in politica. La sua idea di sostituirsi all'autorità e di essere sopra a qualsiasi legge e a qualsiasi vincolo, lo portarono ad entrare nel movimento "Alternativa Liberal" e a candidarsi alle elezioni del 1982. A portarlo agli onori delle cronache non furono solo le giuste controversie di una campagna elettorale dai toni piuttosto accesi, ma anche un progetto che gli portò ancora una volta grande popolarità tra la gente comune, quello di costruire 500 nuovi appartamenti per la gente più povera di Medellin. Fu così che Escobar venne eletto alla Camera dei Rappresentati. Era il 14 marzo 1982.

Dalle stelle alle stalle

L'esperienza politica di Escobar durò però pochissimo. Oltre al rifiuto della maggior parte dei politici dell'epoca di considerarlo uno di loro, il criminale si ritrovò ad affrontare il fuoco di fila dei media: quando venne fuori la notizia del suo arresto di anni prima per possesso di cocaina, perse la sua immunità parlamentare e fu di fatto estromesso dalla Camera e costretto a dare le dimissioni nel gennaio del 1984. L'odio della classe politica e dei media deluse parecchio il criminale, e lo fece sprofondare in un periodo di profonda crisi e terribile rabbia.
Escobar teneva troppo al suo aspetto pubblico e alla sua immagine agli occhi della gente per poter far passare tutto sotto silenzio: puntava tutto sulla sua esperienza politica per poter ergersi a signore incontrastato e - finalmente - istituzionalizzato e riconosciuto della Colombia. Il fallimento della sua strategia lo trasformò così in una furia. Per lungo tempo la sua organizzazione criminale si scagliò con tutte quelle persone ritenute responsabili della fine prematura del suo percorso politico. Direttori di giornali, magistrati e uomini politici iniziarono ad essere uccisi in una pioggia di sangue che portò la Colombia nel periodo più buio della sua storia.

Scia di sangue

Escobar gettò a ferro e fuoco la sua patria: per sconfiggere i suoi oppositori si dimostrò disposto a tutto. Non solo ad assassini per mano dei suoi sicari, ma anche a veri e propri attentati che uccisero tante altre persone. A fare parecchio clamore, tra gli altri, fu il disastro aereo dell'Avianca 203, un volo di linea da Bogotà a Cali che fu fatto esplodere in volo a cinque minuti dal decollo. A perdere la vita furono tutti i 107 passeggeri più altre tre persone colpite dai detriti che caddero al suolo. L'obiettivo di Escobar era quello di uccidere Cesar Gaviria, esponente politico del partito liberale che si era dimostrato un suo più che fiero oppositore: l'uomo per un caso fortuito non si trovava a bordo al momento dell'esplosione, ma Escobar non si fece scrupoli a uccidere tutti gli altri pur di raggiungere il suo scopo. La fine degli anni 80' portò anche ad una sempre più forte tensione tra il Cartello di Medellin e quello di Cali, da sempre rivale di Escobar nel controllo del traffico di droga. Il conflitto tra le due organizzazioni fu sanguinoso e terribile, il tutto mentre si faceva sempre più stretta la morsa della legge nei confronti dello stesso Escobar.
Il pericolo di estradizione negli Stati Uniti, dove Escobar avrebbe avuto molto meno potere, si fece sempre più forte e l'uomo fu costretto a scendere a patti con il governo colombiano per evitare problemi. Ottenne così di passare cinque anni in carcere in cambio della possibilità di restare in Colombia. L'accordo fu tutto a suo vantaggio e lo stato fu spinto con la forza a permettere ad Escobar di "affrontare" la sua reclusione in una prigione privata appositamente costruita per l'occasione. Per costringere il governo e far filare lisce le trattative furono rapiti alcuni dei più importanti giornalisti colombiani.

La cattedrale del male

Quella che doveva essere una prigione si rivelò un luogo appositamente costruito dagli uomini di Escobar per essere il più lussuoso e confortevole possibile. La Catedral, così veniva chiamato il complesso, non era altro che un lussuoso agglomerato che comprendeva bagni con idromassaggio, camera con letto circolare e roteante, discoteca, bar, vari campi da calcio e una vera e propria casa gigante per bambole fatta costruire dallo stesso criminale per sua figlia. La struttura era dotata di tutti i comfort e al suo interno era possibile utilizzare telefoni cellulari, radio e fax, in modo che Escobar, seppur formalmente in prigione, potesse continuare con tranquillità a portare avanti i suoi affari. Non solo, durante il carcere, furono numerose le testimonianze che parlavano di un Escobar visto più volte fuori della mura della sua cattedrale o per fare shopping in centro o per guardare partite di calcio o per partecipare a eventi mondani in luoghi pubblici. Al suo interno si svolse anche una storica partita di calcio che vide scontrarsi i "prigionieri". Le due squadre erano capitanate dal portiere della Nazionale colombiana Rene Higuita e da Diego Armando Maradona. Pare inoltre che molti omicidi di rivali ed ex soci furono compiuti all'interno delle mura di questa fantomatica prigione.

Soggiorno breve

Quelli che dovevano essere cinque anni si rivelarono invece molto più brevi. Il governo decise infatti di trasportare il criminale in una prigione più convenzionale e privarlo dei troppi lussi che gli aveva concesso. Scoperte queste intenzioni grazie ai suoi informatori, Escobar riuscì ad evadere in tempo. Era il 22 luglio 1992. Iniziò così una lunga latitanza e un dispiegamento di forze incredibile per catturare il narcotrafficante in fuga. Tutto questo mentre si faceva sempre più tragica la situazione in Colombia. La latitanza di Escobar portò al proliferare di una guerra tra narcotrafficanti senza precedenti.
Mentre autorità statunitensi e colombiane, tra corpi di polizia e militari e servizi segreti, creavano un dispiegamento di forze mai visto prima, iniziò per tutto il Paese a farsi sempre più forte l'ingerenza del gruppo paramilitare dei Los Pepes, un agglomerato di nemici ed ex complici di Escobar pronto a tutto pur di uccidere lui e la sua organizzazione. Quella che si scatenò fu una scia di sangue in cui tutti gli uomini legati a Escobar venivano catturati, trucidati, torturati e infine uccisi, in una rabbia vendicativa che portò ad un vero e proprio sterminio. Il tutto avvenne alla luce del sole, con una collaborazione e uno scambio di informazioni tra l'organizzazione e le autorità colombiane e statunitensi, ormai disposte a tutto pur di catturare Escobar.

La fine

Mentre il suo impero si disgregava e i suoi alleati lo abbandonavano, Escobar continuò a nascondersi per parecchio tempo. Furono 16 i mesi in cui riuscì a sparire dai radar ed evitare la cattura. La sua fine arrivò il 2 dicembre 1993, quando una squadra colombiana di sorveglianza elettronica riuscì a individuare il narcotrafficante in un quartiere di Medellin grazie ai mezzi della polizia statunitense. Le autorità si diressero sul luogo della segnalazione: ne scaturì un vero e proprio inseguimento con tanto di scontro a fuoco sui tetti delle case del quartiere che portò alla morte di Escobar e della sua guardia del corpo. Qui nascono due versioni differenti sull'epilogo della vicenda. Secondo la polizia Escobar fu ucciso dalla polizia colombiana dopo vari colpi subiti, i primi alla gamba e al busto e l'ultimo, mortale, all'altezza dell'orecchio; secondo suo figlio e tanti altri, invece, Escobar si sarebbe ucciso con un colpo all'orecchio per evitare di farsi catturare vivo dalle forze dell'ordine.
Quale che sia la verità, quello che rimarrà di Pablo Escobar è una scia di morte e soldi mai vista prima, nonché un'impronta indelebile che continua a marchiare ancora oggi la Colombia e la città di Medellin. É l'eredità terribile di un criminale potente e sanguinoso, che come tutti i fuori legge continua ad avere intorno un'aura di fascino che non è altro se non il riflesso distorto di un male impossibile da cancellare e dimenticare.

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