Oscar e inclusione a tutti i costi: può diventare una restrizione?

Le nuove regole per candidarsi agli Oscar dal 2022 sono un inno alla trasversalità o tarpano le ali all'arte cinematografica?

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La notizia è arrivata da poco, ma dovremo attendere le cerimonie degli Oscar del 2022 e del 2023 prima che questo importante e ormai imprescindibile traguardo venga raggiunto. Parliamo della nuova iniziativa, parecchio discussa, che diventerà un requisito fondamentale da rispettare nella novantaquattresima e novantacinquesima edizione della consegna delle statuette più ambite del cinema: i film in concorso agli Oscar dovranno essere in grado di rappresentare e riflettere le diversità che compongono il mondo. Siamo più specifici: la pluralità di cui si parla è, ancora una volta, legata alla questione di rappresentazione di identità di genere, ma non solo.
Il regolamento di ammissibilità in gara delle opere precisa che i personaggi che calcheranno le scene e arriveranno sui nostri schermi non dovranno solo portare alta la bandiera del mondo femminile in maniera evidente, ma anche quella in rappresentanza di tutto l'ampio universo ancora scarsamente esplorato della comunità LGBTQ+, etnie differenti da quella caucasica e persone con disabilità di vario genere, per fare alcuni esempi.

La rivoluzione "accademica"

La rivoluzione era dietro l'angolo: sono passati cinque anni dalla bagarre insorta al grido di #OscarSoWhite, che ha denunciato la predominanza di attori bianchi nelle pellicole, un fenomeno in seno alle insurrezioni legate anche al cosiddetto whitewashing in parecchie pellicole, anche targate Disney.
Dunque l'Academy non poteva che premunirsi all'occorrenza, prendendo decisioni in merito a ulteriori aperture e promozioni a titolo inclusivo per evitare polemiche.
Ma davvero potevamo aspettarci che ciò potesse passare senza polemica e con il benestare di tutti? Chiaramente no, come peraltro è giusto che sia; se è bene esternare le proprie opinioni, è altrettanto vero che debba essere un atto dovuto quello di giustificare e chiarire le motivazioni delle posizioni prese.

Intolleranze e riflessioni

Non sono mancate infatti le dichiarazioni a sfavore di questa novità, a partire dall'attrice Kirstie Alley, nota al pubblico italiano in particolare per aver recitato nei diversi film della serie Senti chi parla.
La polemica non parte però da un'artista qualsiasi, bensì da un membro dell'Academy stessa da ben 40 anni, e avrebbe giudicato questa decisione in un suo tweet, il primo di una serie, come "una disgrazia per gli artisti di tutto il mondo". La dichiarazione è stata poi cancellata, giustificando così il gesto:

La questione così posta dall'attrice mostra già risvolti diversi sulla faccenda, e la domanda è lecita: ha senso "obbligare" la presenza di rappresentanti di particolari categorie e comunità all'interno di un film?
Così facendo verrebbe davvero a mancare quella che si presuppone sia l'ispirazione artistica, e dunque spontanea, genuina, originale, alla base di un racconto?
Il problema effettivamente non è da sottovalutare, soprattutto osservando queste nuove "imposizioni" come delle regole stringenti da seguire, e non facoltative.

Se da un lato l'attuale presidente dell'Academy David Rubin e l'amministratore delegato Dawn Hudson hanno dichiarato che questa apertura avviene in ottica di riflesso della pluralità della popolazione globale attuale, dall'altro è osservabile come l'inclusione di cui tanto si parla rimane ancora un concetto piuttosto utopistico e che non trova particolare realizzazione in potenza. Almeno finora.

Quanta strada c'è da fare

Hollywood è ancora lontana dal rispecchiare il pubblico contemporaneo, a partire da quello americano, stando soprattutto a recenti studi condotti dalla Inclusion Initiative presso la USC Annenberg School for Communication and Journalism.
Stacy L. Smith, direttore di questa iniziativa, ha dichiarato che quanto viene ancora oggi rappresentato nell'industria delle colline losangeline "riflette mancanza di serietà, una certa ambivalenza e apatia da parte della comunità creativa e l'incapacità delle diverse aziende di mettere realmente in atto politiche e procedure che cambierebbero lo status quo".
Insomma, dati alla mano, il cinema è rimasto lo stesso, forse meno "white" rispetto a diversi anni fa, ma non ancora così inclusivo.
Negli ultimi tredici anni, i ricercatori della USC (accanto a critica e pubblico) hanno seguito i progressi di Hollywood, analizzando come venisse affrontato il discorso dell'equità dei ruoli sullo schermo e dietro le quinte.
Vero è che nel tempo ci sono stati alcuni notevoli miglioramenti, tra direzioni affidate a nomi femminili e ruoli principali in rosa, ma ci si ferma qui.

Dove sono i personaggi di lingua ispanica? Protagonisti (o comprimari) disabili, con orientamenti sessuali che non siano etero oppure omosessuali?
E per fortuna che sono stati presi in considerazione i cosiddetti inclusion riders. Clausole di inclusione o di equità, una disposizione del contratto di un attore, o un regista, che prevedono un certo livello di diversità nel cast e nello staff di addetti ai lavori di un titolo.
Un'idea introdotta dallo stesso Smith e che ha raggiunto un brevissimo attimo di celebrità durante gli Academy Awards del 2018, quando l'attrice Frances McDormand disse in chiusura del suo discorso di ringraziamento per il premio di migliore attrice: "I have two words to leave with you tonight, ladies and gentlemen: inclusion rider!".

Stereotipi e sperimentazioni

Le stesse disposizioni che, nel 2018, il CEO di Netflix, Reed Hastings, ha rifiutato di adottare per le produzioni del colosso mondiale dello streaming.
E paghiamo ancora oggi le conseguenze di questa scelta. Siamo onesti: quando apriamo il catalogo di Netflix (e non solo), quante volte abbiamo sotto gli occhi titoli dalle trame e rappresentazioni che sottostanno sempre e comunque alle stesse regole al limite della stereotipia, e quanti invece riescono a distinguersi?
Unorthodox è uno dei migliori esempi del 2020, per citarne uno, ma quanti altri riescono a fare la differenza?
È il caso di ampliare le proprie vedute, e non è detto che questa apertura possa diventare paradossalmente una ineluttabile restrizione.

Siamo di fronte a un mondo sempre più dinamico, complesso, stratificato e questa identità socioculturale non può passare inosservata nel settore dell'entertainment, a maggior ragione in quello hollywoodiano.
Non basta indignarsi gridando #blacklivesmatter, censurare Via col vento e apporre scritte a film del passato, catalogandoli come "rappresentazioni culturali obsolete".
È tempo di sperimentare, con rispetto, e se la decisione dell'Academy può sembrare una forzatura, si sa che dalla notte dei tempi sono le regole che fanno crescere. E questa potrebbe essere una di quelle fondamentali.

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