Oscar 2022: perché Drive My Car ha battuto Paolo Sorrentino?

Agli Oscar 2022 il giapponese Drive My Car ha battuto È stata la mano di Dio di Sorrentino. Perché? Confrontiamo i due film.

Oscar 2022: perché Drive My Car ha battuto Paolo Sorrentino?
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Un po' ci speravamo, nonostante tutti i pronostici fossero contro di lui. Noi italiani avevamo proprio una gran voglia di vedere Paolo Sorrentino vincere un secondo Oscar e fare il bis sul palco del Dolby Theatre dopo la vittoria nel 2014 con La Grande Bellezza. È stata la mano di Dio è un bel film, anzi un gran bel film (potete leggere la nostra opinione a riguardo nella recensione di È stata la mano di Dio); merita tutti gli elogi ricevuti lungo il cammino che dal Festival di Venezia, dove è stato presentato in anteprima, l'hanno portato a Los Angeles a contendersi il prestigioso premio. Da otto anni, proprio dalla sua statuetta, l'Italia non entrava nella cinquina finale dell'Oscar al Miglior Film Internazionale. C'hanno provato Claudio Caligari e Matteo Garrone, ma entrambi non sono arrivati alla short-list. Quest'anno Paolo Sorrentino avrebbe meritato la vittoria, almeno sulla carta, eppure ha dovuto arrendersi di fronte a Drive My Car (potete leggere qui la recensione di Drive My Car) che sembrava essere predestinato alla vittoria sin dall'inizio della stagione dei premi.

La statuetta dorata, infatti, è stata solo la ciliegina sulla torta per Ryusuke Hamaguchi e la chiusa perfetta di un anno a dir poco stellare. Prima l'Orso d'Argento a Berlino con Il gioco del destino e della fantasia (fatevi un'idea su questo film leggendo la nostra recensione de Il gioco del destino e della fantasia) e poi un'inarrestabile ondata di riconoscimenti per Drive My Car, a partire dal Festival di Cannes fino ad arrivare a Hollywood. Entrambi, per motivi diversi, erano seri candidati alla vittoria, ma alla fine ha prevalso la pellicola nipponica. Perché Paolo Sorrentino non ce l'ha fatta?

L'universalità di Drive My Car e l'autobiografia di Sorrentino

Ryusuke Hamaguchi trae ispirazione da uno dei maestri della letteratura giapponese contemporanea, Haruki Murakami, adattando per il grande schermo il racconto omonimo contenuto nella raccolta Uomini senza donne. Protagonista del lungometraggio è un regista e attore teatrale, Yusuke Kafuku, sposato con una sceneggiatrice di nome Oto.

Il loro è un rapporto decisamente singolare, si percepisce un silenzioso dolore dalle radici lontane che ha incrinato in modo irreparabile l'amore tra i due. Abbracci e baci sono freddi e vuoti e il sesso è diventato un mezzo per raggiungere l'illuminazione e scrivere nuove storie. L'uomo scopre i tradimenti della moglie, ma non ha il coraggio di affrontarla così da uscire da una situazione di stasi entro cui si è volontariamente rinchiuso. Il confronto non avverrà mai, perché Oto morirà improvvisamente. Yusuke dovrà fare i conti negli anni successivi con una lacerante sensazione di rimpianto e un passato che bussa continuamente alla porta, mentre si avvicina il debutto della rappresentazione di Zio Vanja da lui diretto e la conoscenza della giovane Misaki lo porterà a confrontarsi e aprirsi al mondo. Drive My Car è un film di parole e silenzi di pari valore. Nel momento in cui vi si approccia bisogna avere la consapevolezza d'essere di fronte ad un titolo dal ritmo particolare e denso di contenuti che sbroglia pazientemente lungo una durata indubbiamente importante di tre ore.

Questo, però, non deve essere d'intralcio, perché la ricchezza emotiva e le riflessioni a cui induce hanno pochi eguali nel cinema contemporaneo. Ha pochi eguali anche l'operazione condotta da Paolo Sorrentino che con È stata la mano di Dio si è raccontato senza paura, dimostrando un coraggio su cui pochi avrebbero scommesso. L'ultimo film del regista napoletano si discosta decisamente dai suoi ultimi lavori pregni di un'estetica estremizzata e un intellettualismo esagerato che portavano facilmente a pensare che fosse ormai fin troppo pieno di sé. Mai pregiudizio fu più sbagliato, perché Sorrentino dimostra di avere un'incredibile maturità nel mettersi a nudo e narrare con un certo distacco la sua vita decisamente non facile.

Predilige la sensibilità, la delicatezza e l'intimità della sua storia familiare che forse prima non era pronto a raccontare. Il titolo, però, resta un'autobiografia e per quanto ci si possa immedesimare nella vita di un singolo e nelle vicissitudini che l'hanno portato ad essere quello che è oggi, è un'opera decisamente "chiusa" e limitata dall'avere un respiro internazionale. Molti, nel mondo, lo hanno giustamente elogiato, ma il principale motivo delle critiche e recensioni positive vertono più sulla capacità del regista di essere riuscito a discostarsi da se stesso che sul film in sé.

L'onda verde del cinema asiatico e l'affanno del cinema italiano

Che il successo di Parasite di Bong Joon-ho agli Oscar 2020 abbia contributo alla vittoria di Drive My Car? Difficile, ma non impossibile. Il lungometraggio coreano è stato un vero e proprio case study e protagonista di un'ascesa simile a quella del film di Hamaguchi, che l'ha portato a vincere ben quattro Premi Oscar tra cui Miglior Film, fino ad allora mai assegnato ad un'opera non in lingua inglese.

Bong Joon-ho ha spalancato le porte di Hollywood al cinema asiatico non limitandolo alla statuetta come Miglior Film Internazionale. La pellicola di Hamaguchi, infatti, ha ricevuto quattro nomination agli Oscar 2022: Miglior Film, Miglior Film Internazionale, Miglior Regista e Miglior Sceneggiatura Non Originale. Questo è un chiaro segnale che gli Oscar stanno finalmente aprendosi ad un modo di fare cinema molto diverso da quello americano, riconoscendogli il valore che in fondo ha sempre avuto. Gli Academy Awards, lo sappiamo, raramente mettono d'accordo sui vincitori e spesso vengono bistrattati come premi un po' di parte, eppure conservano ancora una certa importanza nell'industria cinematografica. Questo è probabilmente il motivo per cui, dopo la premiazione, Parasite ha continuato il suo successo tramite passaparola e permesso nel nostro paese la distribuzione di Memories of Murder e Madre, opere del regista antecedenti a Parasite.

Il film giapponese ha un po' avuto la fortuna d'aver cavalcato la scia lasciata dal cineasta coreano, ma ciò non toglie che abbia meritato la vittoria come non intacca naturalmente il suo intrinseco valore. E Sorrentino? Lui non ha avuto un cammino da proseguire se non quello battuto da se stesso nel 2014 con La Grande Bellezza. Paolo conquistò l'Academy con la sua visione trasfigurata e felliniana di Roma, tanto da far pensare che il titolo fosse una versione moderna de La Dolce Vita. Gli americani amano Fellini e l'idea che Sorrentino potesse essere un suo erede ha sicuramente fatto breccia nei loro cuori.

Dopodiché il nulla, per otto anni nessun film italiano è riuscito ad arrivare nella cinquina finale. Perché? Il nostro cinema soffre di provincialismo e fatica ad uscir fuori da se stesso così da essere appetibile per il mondo intero. È successo con Claudio Caligari e Non essere cattivo, ma anche con Matteo Garrone e il suo Dogman. Due registi assolutamente validi e vanto nostrano, così come le due opere citate sono tra le migliori della produzione italiana degli ultimi vent'anni. Bellissimi, per motivi diversi, ma in ottica americana fin troppo italiani. Su di noi hanno avuto fascino, perché li sentiamo vicini a livello storico-culturale, ma oltreoceano non avrebbero mai potuto essere recepiti allo stesso modo. Il cinema nostrano ha bisogno di lungimiranza per poter sfondare e ciò non significa accattivarsi l'Academy imitando i grandi, ma raccontare storie che vadano al di là dei nostri confini e che si rendano portavoce di emozioni e sentimenti universali.

Perché il cinema asiatico affascina così tanto?

Drive My Car ha nuovamente sollevato una questione forse non ancora indagata a dovere. Perché il cinema asiatico piace così tanto a noi che siamo così distanti dalla loro cultura? Qual è il vero motivo per cui ci affascina? La risposta è molto semplice, perché non è il cosa viene raccontato, ma il come che seduce.

Nell'immaginario occidentale il silenzio è una componente tutt'al più imbarazzante del discorso, qualcosa che subentra nel momento in cui non si sa più cosa dire. Hamaguchi invece lo ha reso espressione portante dei sentimenti dei suoi personaggi tanto quanto le parole. I silenzi sono commoventi e riflessivi in egual misura e mostrano l'interiorità dei protagonisti in modo spontaneo e decisamente raro. L'industria asiatica è capace di dare valore aggiunto alle cose più scontate della vita come una macchina di proprietà. La Saab Turbo 900 rossa del protagonista non è solo un mezzo con cui spostarsi, ma luogo di confessione, di dialogo e confronto e, metaforicamente parlando, un palcoscenico in cui mettersi a nudo al pari di quello che ospiterà l'adattamento di Zio Vanja. In questo senso Drive My Car è un road movie, ma non nell'accezione americana del termine, perché di questi viaggi in macchina compiuti da Yusuke e Misaki resta l'essenza del loro cambiamento e l'accettazione di sé.

Il cinema asiatico ha un punto di vista diverso su molte cose rispetto a noi occidentali e un'estetica del racconto delicata, poetica e per certi versi lirica, anche di temi austeri come la morte. Che siano live-action o film d'animazione, si rimane decisamente colpiti dalla loro visione della vita. Paolo Sorrentino nulla ha potuto contro questo cambiamento epocale del grande pubblico, perché la produzione orientale ha sempre avuto una sua vitalità nei festival di tutto il mondo e tra i cinefili più incalliti, ma non era mai arrivata così vicino alla massa come negli ultimi anni. Il successo di Drive My Car è sintomo di una tendenza in continuo divenire.

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