Oscar 2022: chi sono i favoriti per il Miglior Film?

Cerchiamo di comprendere quali sono i film favoriti per la vittoria del premio più ambito e per quali motivi possono trionfare.

Oscar 2022: chi sono i favoriti per il Miglior Film?
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Manca pochissimo agli Oscar 2022 (scoprite dove vedere gli Oscar 2022 in Italia) e mentre già si parla degli Oscar 2023 grazie a The Batman, sembra il momento più adatto per analizzare la griglia di partenza nella corsa al premio più ambito, quello per il Miglior Film. Già dall'annuncio delle nomination agli Oscar 2022 è stato chiaro il probabile andazzo di questa edizione, tra i tanti snobbati, le numerose sorprese e le prevedibili conferme. Inizia ad essere palese chi abbia iniziato ad investire in una campagna per convincere i più di 8000 votanti e chi, invece, sembra esser già contento di figurare tra quei dieci.

Infatti, spesso è tutta una questione di campagna e di pubblicità che rischiano di valere più della qualità e dello stesso gradimento del votante. Quando si vede un vincitore riconosciuto dai molti come immeritevole o inaspettato, probabilmente il motivo è questo. Quest'anno la gara, che torna ad avere 10 candidati, vede pochi favoriti ma tanti outsiders, un equilibrio tra gli studios (manca Amazon ma entra Apple) e tra gli stessi film in gara. Tutto può succedere, chiunque, o quasi, può potenzialmente trionfare e vi spieghiamo perché.

Il film da battere

Il potere del cane sembra essere per Netflix l'occasione perfetta per mettere finalmente le mani sul premio più importante e per confermarsi una volta per tutte come major di prim'ordine. Dopo esserci andato vicinissimo con Roma di Alfonso Cuarón (che vinse tre statuette ma si dovette infine inchinare a Green Book), il colosso dello streaming può riscattare gli ultimi anni che hanno visto The Irishman, Storia di un matrimonio e Mank raccogliere poco e niente. Il lungometraggio di Jane Campion ha ottenuto 12 nomination: segnale forte che ne certifica lo status di front runner, come largamente anticipato, che probabilmente vincerà tanto. Resta da capire quanto ma soprattutto cosa.

Netflix, come del resto tutti gli studios, conta sulle capacità di uno specialista in promozione: qualcuno che sappia su quali film, attori e registi puntare e a quali categorie mirare, curando poi i rapporti con la stampa e la comunicazione mediatica. Protagonisti silenziosi dietro le quinte che giocano spesso il ruolo principale. Netflix ha dalla sua parte Lisa Taback, forse la migliore nel settore, artefice di successi inaspettati, come lo storico Shakespeare in Love o il recente Moonlight. Un asso nella manica che sa come portare al successo un titolo.

Altra arma de Il potere del cane è il suo spirito americano - lo dimostra il successo più in patria che all'estero - anche perché non ci si deve dimenticare di un aspetto fondamentale e spesso trascurato: sovente si identificano gli Oscar come i premi del cinema tout court, del panorama artistico internazionale. Questa convinzione, pur considerando i moderni cambi di direzione evidenti anche nelle nominations, è un po' ingenua: gli Academy Awards sono da sempre la celebrazione di Hollywood, della cinematografia americana e della sua industria e anche per questo il film di Netflix resta il favorito.

Ciò che non parla a suo vantaggio è la storia: solo tre volte (I pionieri del West nel 1931, Balla coi lupi nel 1990 e Gli spietati nel 1992) un western ha trionfato in questa categoria. Resta viva la possibilità di vedere premiata solo Jane Campion alla regia, spartendo i premi più importanti, ma le ultime due edizioni - con le vittorie in entrambe le categorie di Parasite e Nomadland - indirizzano pesantemente il trend.

Le due mine vaganti

Sono principalmente due i titoli che possono mettere i bastoni fra le ruote a Netflix (principalmente e non esclusivamente), entrambi con molte nomination e con le carte in regola per il colpaccio finale.

Il primo è Belfast, ennesimo prodotto sul passato del proprio autore, Kenneth Branagh, che segue il modello di Roma (con il quale spera di non condividere il destino), che sa convincere lo spettatore: cioè quello dei film che è facile prendere a cuore, commoventi, ambientati fuori dagli Stati Uniti e con protagonisti giovani alle prese con una vita difficile. Le mancate nomination alla fotografia e al montaggio sicuramente alzano più di una bandiera rossa e forse l'opera non gode della popolarità mainstream che ne facilita la diffusione, ma nelle ultime settimane sembra in fortissima risalita, tanto da far vacillare i più sicuri di una vittoria annunciata di Netflix. Il secondo è un remake di un classico che sembra non togliere nulla e non uscire sconfitto dal confronto con l'originale, diretto da una leggenda vivente come Steven Spielberg.

West Side Story può essere il preferito dell'Academy per tanti motivi, in primis perché da sempre l'industria hollywoodiana tende a celebrare di se stessa e i suoi fasti. Gli ostacoli però non sono da poco. Ci si aspettava un successo al botteghino natalizio che ne certificasse la popolarità ma così non è stato e soprattutto manca la nomination alla sceneggiatura. Solo sette titoli - di cui uno, Titanic, negli ultimi cinquant'anni - hanno trionfato senza una nomination per la scrittura. Anche se è stato ben accolto dalla critica (leggete qui la nostra recensione di West Side Story) e la storia conta fino ad un certo punto, questi dati vanno tenuti in considerazione.

La coppia di Warner

Gli altri candidati sembrano, al momento, un passo indietro ma potrebbero guadagnare terreno giorno dopo giorno, specie considerando i premi di categoria (PGA, WGA etc.) e i BAFTA. Basterebbe tenere conto della strordinaria e indimenticabile rimonta nelle preferenze che due anni fa fece Parasite, proprio fino agli ultimi istanti.

Anche nell'edizione del 2022 abbiamo chi riceve tantissime candidature ma che porta a casa solo premi tecnici. Un destino che potrebbe toccare a Dune, kolossal dall'enorme budget e dalla fattura stupefacente che conta dieci nomination, tranne quella scandalosamente negata a Denis Villeneuve per la regia che rischia di compromettere pesantemente la corsa finale (solo cinque film hanno vinto l'Oscar al miglior film senza una nomination alla regia). Certo, votano gli addetti ai lavori e se da una parte ciò può spingere a premiare un lavoro ben fatto potendone riconoscere la qualità, dall'altra l'assenza di nomination per gli attori pesa molto (essi rappresentano il ramo più grande dei votanti dell'Academy).

Restando in tema Warner, Una famiglia vincente - King Richard ha la storia perfetta per il premio: eventi reali, un personaggio molto noto che lotta contro tutti e una vicenda americanissima di riscatto. Il punto è che probabilmente verrà spinto con tutti i mezzi possibili soltanto verso la vittoria di Will Smith: il film sembra pensato e realizzato unicamente per questo motivo e le possibilità di promozione restano ancorate ai propri produttori esecutivi che godono di una visibilità non da poco: lo stesso Smith e le sorelle Williams. Inoltre, non è da sottovalutare l'influenza di una star come Beyonce, che dal suo canto lotterà per la promozione del suo singolo in gara per la miglior canzone originale e legato indissolubilmente al titolo.

Molto più che outsider

Ci sono poi due titoli che negli ultimi mesi hanno raccolto tantissimi consensi, diversi tra di loro ma entrambi con molti punti a favore.Il primo è CODA - I segni del cuore, commovente remake de La famiglia Bélier. Un piccolo titolo indipendente che da tempo ha iniziato a farsi strada tra i giganti di questa edizione, accessibile e di facile fruizione, che proprio in ciò può trovare sia la forza per convincere che il suo più grande limite.

Di chanches ne ha e non poche, considerando non solo la componente emotiva che porta con sé ma soprattutto i successi più recenti: la nomina come miglior film della stagione conferitagli dalla Hollywood Critics Association e, cosa più importanti, i premi vinti ai SAG Awards (e sappiamo quanto conta il parere degli attori votanti agli Oscar). Infine, c'è Paul Thomas Anderson e il magnifico Licorice Pizza. PTA e Hollywood non hanno mai avuto un buon rapporto, probabilmente all'Academy non è mai andato troppo a genio (eloquenti le zero vittorie a fronte di undici nomination) ma quest'anno ha le candidature in tutte le categorie più importanti e sicuramente è uno degli outsider più pericolosi. Sarebbe stato nettamente uno dei più accreditati se solo Alana Haim e Bradley Cooper avessero ottenuto candidature. Ciò che però ostacola profondamente il cammino di Licorice Pizza (e abbiamo specificato quanto conta, parlando de Il potere del cane) è la difficoltà del suo autore nel fare attività stampa e promozione.

Chi parte dietro

Quasi sicuro di portare a casa il premio per il Miglior Film Internazionale, lo splendido Drive My Car sa di avere poche chances di vincere ma è anche consapevole di essere il film giapponese più celebrato agli Oscar (4 candidature, tutte importantissime) e di aver convinto buona parte della critica. Era impensabile solo pochi mesi fa pensare ad un apprezzamento simile per un film di 3 ore, di produzione nipponica e recitato in più lingue. Va certamente tenuta in considerazione la stima della critica, che può aver giocato un ruolo fondamentale per la candidatura ma che probabilmente poco potrà inficiare sulla vittoria finale, anche se il caso Parasite insegna che fino all'ultimo l'underdog di turno può avere possibilità di brillare.

Netflix, poi, non si ferma al western di Jane Campion. Don't Look Up sembra partire parecchio dietro rispetto a molti altri. Candidato "solo" a quattro statuette, gode della nomination per la Miglior sceneggiatura originale che può dare prestigio al film. L'opera di Adam McKay parla direttamente al suo pubblico con una tematica scottante ed è stata accolta benissimo, come dimostra la nostra recensione di Don't Look Up), ma nell'ultimo periodo sembra aver mollato l'acceleratore e le mancate nomination alla regia e agli attori possono far tramontare il sogno. Inoltre, Netflix ha già in mente su che film puntare e non si sgolerà per uno dei meno accreditati.

Chi sembra un pesce fuor d'acqua è La fiera delle illusioni, candidato a sorpresa a discapito di nomi che alla vigilia delle nominations sembravano più forti (i vari Macbeth, Being the Ricardos o tick... tick... BOOM!). Il flop clamoroso al botteghino è la conferma che pochi l'hanno visto, forse neanche i votanti, e il motivo della sua candidatura sta tutto nel nome del suo autore Guillermo del Toro, che poco potrà nella fase finale del voto. Inoltre, la storia lo condanna miseramente: gli unici due film ad aver trionfato senza candidature per la regia, la scrittura e la recitazione sono Ali (1927) e Grand Hotel (1932). Non proprio ieri.

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