Oscar 2019: Netflix si siede al tavolo dei grandi

Nel tirare le somme della novantunesima edizione degli Academy Awards, volgiamo lo sguardo al futuro e scopriamo cosa è lecito aspettarsi dagli Oscar 2020.

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E così, come ogni anno, anche per il 2019 è arrivato il momento di salutare i film e i protagonisti dei mesi precedenti per prepararsi ad accogliere quelli che arriveranno. Nel bene e nel male, la sensazione di essere di fronte a un crocevia è forte.
La novantunesima edizione della Notte degli Oscar sarà per sempre ricordata come quella delle polemiche, tante (forse, come al solito, troppe), quella delle aspettative e delle non sorprese, ma anche dei record e delle prime volte. È stato l'anno di Netflix, o della prima volta di Netflix, della prima volta del Messico (non aveva mai vinto un premio al miglior film straniero, ma con Roma ce l'ha fatta) e della nuova-prima volta di Alfonso Cuaròn, vincitore nella stessa serata della statuetta per la miglior fotografia e per la miglior regia (dal 1927, non era mai accaduto che il nome premiato nelle due categorie coincidesse). Una tripletta inedita che per pochissimo non ha sfiorato un poker dall'aura leggendaria, col premio finale, il più ambito, quello al miglior film, andato al secondo favorito, Green Book, cosa fino a qualche giorno fa considerata impossibile. Una presa di posizione un po' cerchiobottista quella dell'Academy, che non si è esattamente schierata in toto per quanto riguarda la polemica sala vs streaming, evidentemente destinata ancora a far parlare di se.

Prime volte

È stato poi l'anno di Spike Lee, che dopo una carriera trentennale finalmente, per merito di BlackKklansman (che Laura Dern ha definito il suo capolavoro, forse a ragione), ha potuto rilasciare le sue dichiarazioni socialmente utili davanti all'Academy, agli Stati Uniti e al mondo intero, addobbato come di consueto col suo look bizzarro ed eccentrico che da sempre lo contraddistingue; peccato per il "finale", durante il quale ha espresso il suo dissenso per la vittoria di Green Book (leggi: agli Oscar 1990, quando Lee ottenne la sua prima nomination per la sceneggiatura originale di Fa' La Cosa Giusta, a vincere miglior film fu A Spasso Con Daisy).
E ancora è stato l'anno di Lady Gaga, che prima di chiunque altro ha incassato una doppia candidatura per attrice protagonista (al suo film d'esordio) e miglior canzone, celebrando la scontata vittoria di Shallow insieme al suo regista, sceneggiatore e attore co-protagonista Bradley Cooper in una performance che è già un cult della storia del Dolby Theatre.
Paradossalmente, nel mezzo della guerra fra chi è pro e contro Netflix, è stato anche l'anno della televisione, con attori divenuti noti sul piccolo schermo come Regina King, Olivia Colman, Rami Malek e Mahershala Ali (ormai consacrato con la seconda statuetta su due candidature, e prossimo a fare incetta di premi televisivi per la terza stagione di True Detective), che hanno superato star mondiali ben più celebri e acclamate.
È stato poi l'anno del cinecomic: non solo è stato eletto miglior film d'animazione Spider-Man: Un Nuovo Universo, grazie a Black Panther il genere è uscito davvero rinvigorito dalla cerimonia, con ben tre (bei) premi tecnici fra costumi, scenografie e colonna sonora; tenete a mente ciò che abbiamo ipotizzato a proposito di Avengers: Endgame e gli Oscar 2020, in paragone a quanto accadde nel 2003 col fantasy e Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re, e tempo dodici mesi potremmo ritrovarci a parlare della definitiva consacrazione di questo nuovo e popolare genere cinematografico.

Del resto "popolare" è un po' il tema che ha contraddistinto questa edizione degli Academy Awards, così divisa e divisoria (e per questo affascinante) com'è stata: la decisione di proporre una nuova categoria, il Miglior Film Popolare, poi defunta sul nascere, si è ironicamente (ma inevitabilmente) riversata a cascata nei voti preferenziali dei membri dell'associazione. Alla fine dei giochi sono stati proprio i film che potremmo considerare "popolari" a uscire vincitori dalla mischia, con Bohemian Rhapsody che ha intascato il maggior numero di premi (quattro) e Green Book che ha seguito a ruota (con tre, incluso il più importante).

Il cinema artistico, quello dei Festival, rappresentato da Cold War, da La Favorita, da BlackKklansman (presentato a Cannes lo scorso maggio) ne è uscito un po' a mani vuote, con Roma che ha vinto sì tre premi, tutti molto importanti, che però sommati non sono riusciti a dare come risultato quello che Netflix si auspicava, quello al quale mirava e quello per il quale ha speso milioni e milioni in fase promozionale (arrivando addirittura ad assumere la celebre PR Lisa Taback).
L'eterna polemica sala vs streaming ha impedito al film di Cuaron di venire eletto Miglior Film, con l'Academy che ha voluto riconoscere il valore della produzione della compagnia negandole però il massimo trofeo, quasi a volerle ricordare l'ordine gerarchico di Hollywood. Evidentemente che Netflix si sia unita ufficialmente alla MPAA per molti votanti non è bastato, esattamente come è stato negato a Cuaròn il record di nomination personali (lo hanno spinto solo fino a cinque, "dimenticandosi" quella del montaggio, poi andata non casualmente alla 20th Century Fox), alla compagnia è stato negato il tetto del mondo, nonostante fosse proprio Roma il film con più nomination all'attivo.
La discussione continuerà il prossimo anno e quasi sicuramente gli Oscar 2020 riproporranno una situazione molto simile, con The Irishman di Martin Scorsese che già si candida come nuovo pezzo forte delle proposte Netflix.
Nel 2020, la fetta della torta della Motion Picture Association of America oggi appartenente alla 20th Century Fox andrà a rafforzare quella della Disney, la più grande e potente fra i porta bandiera del lato popolare degli Oscar. Allora si che potrebbe essere davvero l'"Endgame".

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