Oscar 2018: Guillermo del Toro conquista Hollywood, tutti i premiati

Il resoconto della novantesima edizione degli Academy Awards, fra il trionfo di del Toro e la mancanza di vere sorprese.

speciale Oscar 2018: Guillermo del Toro conquista Hollywood, tutti i premiati
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Si è conclusa anche quest'anno la lunga Notte degli Oscar, l'appuntamento mainstream più atteso dai cinefili di tutto il mondo. Per il secondo anno consecutivo a presentare il tutto è stato Jimmy Kimmel, a tornare però sono stati anche Faye Dunaway e Warren Beatty dopo il disastro dell'89esima edizione - con La La Land chiamato vincitore al posto di Moonlight. Le due star, come in una sorta di utopistico rewind per rimettere a posto le cose, sono tornate di nuovo sul palco per l'atto finale, stavolta senza complicazioni di sorta e annunciando l'Oscar al miglior film. Oscar andato alla fine all'ultima fatica di Guillermo del Toro, che ha così potuto coronare un percorso che dal Leone d'Oro a Venezia fino al red carpet di L.A. Con 13 nomination (anche qui un po' a sorpresa) l'incantevole fiaba dark La forma dell'acqua - The Shape of Water, forte anche dei risultati delle battute finali nell'Awards Season, si presentava come front-runner all'ultimo scatto che dal tappeto rosso conduce al palcoscenico del Dolby. Quest'edizione è stata caratterizzata, tuttavia, da una discreta frammentazione dei premi, con lo stesso film di Guillermo del Toro che non ha accumulato un bottino particolarmente sostanzioso, tenendo conto del numero di candidature dal quale partiva. Le vittorie si sono consumate poi nelle categorie più affini a La forma dell'acqua, rendendo la cerimonia in qualche modo meno sorprendente.
Oltre al miglior film, il lavoro di del Toro si è visto assegnare anche l'Oscar alla miglior regia, alla miglior scenografia e alla miglior colonna sonora per Alexandre Desplat, al suo secondo Oscar in carriera dopo quello del 2016 per Grand Budapest Hotel di Wes Anderson.

Sul filo di lana, Guillermo stacca Christopher

Gli exit poll di questa tornata cinematografica, in una maratona che molti spettatori italiani hanno abbinato a quella elettorale, hanno confermato quasi tutti i pronostici della vigilia. Il premio che probabilmente farà più discutere, insieme a quello per la miglior sceneggiatura originale con il quale Jordan Peele ha scalzato Martin McDonagh, lasciando dietro di sé una scia di perplessità piuttosto nutrita, riguarda l'assegnazione dell'Oscar alla miglior regia. Si è molto chiacchierato dell'impressionante lavoro in sede di regia, e non solo, di Christopher Nolan con il suo dramma bellico Dunkirk, con i fan del cineasta inglese hanno storto un po' il naso quando sul palco è stato annunciato il nome di un commosso Guillermo del Toro , che nel discorso ha sottolineato le sue origini, in un mondo che sembra sempre più rimarcare le barriere per dividere i popoli: "Il nostro settore sa cancellare le linee di confine, quando il resto del mondo vorrebbe renderle più profonde" ha dichiarato, visibilmente emozionato, un regista che ha fatto della semplicità dello sguardo e dei sentimenti - oltre che dell'affascinante e oscura estetica - il marchio di fabbrica del suo cinema. Forse grazie anche a queste caratteristiche, Guillermo del Toro è riuscito a battere la concorrenza di colleghi altrettanto, se non in misura superiore, meritevoli di poter vincere l'Oscar alla miglior regia, in particolare proprio Christopher Nolan e Paul Thomas Anderson per Il filo nascosto. Un'edizione, quella numero 90 dei premi Oscar, che non si è certamente distinta per dei colpi di scena incredibili o per annunci bizzarri e situazioni inaspettate. Molti premi sembrano lì, al posto giusto, com'è giusto che debba essere. Tra questi certamente quello ai migliori costumi per Il filo nascosto, magnifico ritratto su grande schermo di Paul Thomas Anderson, che dai costumi e dalle pieghe della stoffa prende forma per raccontare - con un'intensità che lascia senza parole - il rapporto tra lo stilista Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) e la giovane cameriera Alma (Vicky Krieps). Difficile immaginare altre statuette per Il filo nascosto in un quadro che ha visto proprio il film di Christopher Nolan portare a casa Oscar abbastanza prevedibili, come quelli al miglior montaggio, al miglior sonoro e al miglior montaggio sonoro, confermandosi come seconda forza dell'anno agli Academy Awards.

Tre manifesti, due effetti visivi e un'icona

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri era probabilmente il titolo che vantava l'intensità maggiore di tifo per quanto concerne le preferenze realistiche del pubblico cinefilo riguardo ai premi. I risultati sono in chiaroscuro perché, se da un lato la statuetta alla miglior attrice protagonista è stata indiscutibilmente assegnata a Frances McDormand - seconda in carriera dopo quella del 1997 per Fargo dei Coen -, dall'altro lato la doccia gelata è arrivata dalla mancata assegnazione del premio alla miglior sceneggiatura originale. Alla sferzante e cinica scrittura di Martin McDonagh è stata preferita quella dell'esordiente Jordan Peele, per un lavoro ormai diventato cult in questi mesi: Scappa - Get Out. Con un consenso pressoché unanime è stato accolto invece il premio alla miglior sceneggiatura non originale, assegnato a un'icona del grande schermo come James Ivory, candidato più anziano di quest'edizione con i suoi 89 anni e autore dello script, insieme ai nostri Luca Guadagnino e Walter Fasano, di Chiamami col tuo nome, emozionante storia d'amore tra un adolescente (Timothèe Chalamet) e un giovane studente americano (Armie Hammer).
Nessuna sorpresa per quanto concerne l'Oscar al miglior attore, che premia soprattutto una carriera inspiegabilmente avara di Academy Awards per un interprete del calibro di Gary Oldman, al quale è stato assegnato il riconoscimento per L'ora più buia - che ha vinto anche per il miglior trucco - grazie all'interpretazione di Winston Churchill nel film di Joe Wright, con Allison Janney straordinaria nelle vesti della severa e crudele madre di Tonya Harding (Margot Robbie) nel film di Craig Gillespie, I, Tonya, premiata meritatamente con la statuetta alla miglior attrice non protagonista.
Il comparto tecnico era il campionato nel quale poteva giocare Blade Runner 2049 e il film di Denis Villeneuve è infatti riuscito a strappare due vittorie su cinque candidature. Quella alla miglior fotografia è la più sentita, perché premia finalmente il lavoro di uno straordinario direttore della fotografia come Roger Deakins, che insieme ai Coen non è mai riuscito ad aggiudicarsi il premio e che nel sequel del capolavoro di Ridley Scott confeziona delle immagini di rara bellezza. Per il film di Villeneuve si segnala anche l'Oscar ai migliori effetti visivi. E se una delle sorprese maggiori di quest'anno arriva dalla categoria dei migliori film in lingua straniera, dove Una donna fantastica di Sebastián Lelio ha scalzato quello che sembrava il favorito principale, Loveless di Andrej Zvjagincev, l'America Latina si conferma mattatrice di quest'edizione. Oltre al trionfo di Guillermo del Toro, che va ad aggiungersi agli amici e connazionali Alejandro González Iñárritu e Alfonso Cuarón, nella lista dei cineasti messicani in grado negli ultimi anni di ottenere l'Oscar alla miglior regia, ha trovato due vittorie alquanto annunciate anche il nuovo film d'animazione della Disney/Pixar Coco, che ha portato a casa il premio per il miglior film d'animazione e quello alla miglior canzone originale, Remember Me.
E se Icarus di Bryan Fogel si è aggiudicato l'Oscar per il miglior documentario, lasciando purtroppo a bocca asciutta Agnès Varda (premiata comunque con l'Oscar alla carriera), la curiosità di quest'anno è la statuetta a un asso... del basket. Da oggi potremo chiamare premio Oscar Kobe Bryant, fuoriclasse dell'NBA, vittorioso insieme a Glen Keane con il corto d'animazione Dear Basketball.

Delusioni e novità

Nella lista dei delusi, contestualmente avara in questo caso, possiamo inserire certamente Lady Bird, acclamato esordio alla regia per l'attrice e sceneggiatrice Greta Gerwig, rimasta all'asciutto nonostante cinque candidature. Meno scalpore per lo zero nel tabellino di Star Wars: Gli Ultimi Jedi e Baby Driver: il genio della fuga, penalizzati da una concorrenza che quest'anno, dal punto di vista tecnico, era davvero agguerrita. Pochi sussulti, come dicevamo, per quanto riguarda la cerimonia, mai come quest'anno decisamente blanda e priva di grandi picchi da ricordare.
Abbastanza anonima invece la conduzione di Jimmy Kimmel, anche nel monologo d'apertura, concentrato principalmente sulla gaffe della busta dello scorso anno e sulle vicende degli scandali sessuali nell'industria cinematografica. Time's Up e la battaglia delle star femminili di Hollywood si è diversificata attraverso video e presentazioni sul palco affidate a volti che hanno rappresentato la svolta da questo punto di vista, come, su tutte, Ashley Judd e Annabella Sciorra, o la stessa Frances McDormand che ha voluto sul palco, accanto a sé, le candidate come migliori attrici in corsa con lei. Al netto dei discorsi di ringraziamento, più o meno sentiti, qualche problema si è riscontrato anche nelle esibizioni canore, dove un emozionato Gael Garcia Bernal non ha offerto la sua miglior performance. Decisamente più apprezzati Mary J. Blige e soprattutto Sufjan Stevens con la meravigliosa Mystery of Love, capace di farci sognare e commuovere. Perfettamente in linea con questa novantesima edizione, dove amore e semplicità hanno segnato il trionfo di Guillermo del Toro.