Ong-Bak: i tre film della saga a confronto

La saga di Ong-Bak, composta da tre film, ha visto molti alti ma anche qualche basso. Analizziamola insieme nel dettaglio.

Ong-Bak: i tre film della saga a confronto
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Talvolta snobbati da un certo tipo di critica cinematografica, i film incentrati sulle arti marziali spesso sono in grado d'intrattenere gli spettatori in maniera soddisfacente, non per forza con trame particolarmente elaborate o colpi di scena degni di nota, ma per tutta una serie di elementi legati al mondo dell'azione dura e pura.
Si punta al massimo tanto sulle performance degli artisti marziali in campo (non solo attori ma anche stuntman e campioni di varie discipline) quanto su una messa in scena dell'azione chiara e appagante, in grado di mostrare e soprattutto far capire perfettamente a chi guarda cosa succede. Un dettaglio in realtà spesso messo in secondo piano anche dalle prestigiose produzioni hollywoodiane, che in quanto a combattimenti corpo a corpo sono riuscite solo recentemente (con la saga di John Wick) a ritrovare la via di casa.
Il primo Ong-Bak ha segnato una piccola grande rivoluzione nel cinema di combattimento moderno, riportando all'attenzione dell'occidente (dopo il boom dei film dell'immortale Bruce Lee e in seguito, seppur in maniera completamente diversa, con la saga di Karate Kid) un modo di intendere l'azione che solo pochi altri artisti marziali hanno saputo portare avanti a testa alta, come Jean-Claude Van Damme, Jackie Chan, Scott Adkins, Iko Uwais e Jet Li, per citarne solo alcuni.
Eppure, dopo l'esplosiva e spettacolare prima pellicola, la stessa saga di Ong-Bak ha purtroppo mostrato il fianco in più di un momento, soprattutto con il terzo capitolo. Scopriamo perché.

Nato per combattere

Possiamo tranquillamente definire Ong-Bak come uno showreel a tutto tondo delle abilità di Tony Jaa che, proprio grazie a questa pellicola (dopo aver svolto il ruolo di stuntman nel Mortal Kombat del 1995) è arrivato al successo internazionale venendo di fatto venduto al pubblico occidentale con il roboante titolo di erede di Bruce Lee.
Nonostante la pochezza in termini produttivi della pellicola, il primo Ong-Bak è un vero e proprio concentrato di momenti al cardiopalma in cui il protagonista è portato a dare il massimo in ogni situazione, visto che per recuperare la statua del buddha del suo villaggio parte all'inseguimento di alcuni criminali in un susseguirsi non stop di scene action altamente spettacolari.
Tony Jaa farà sfoggio della sua incredibile agilità nell'inseguimento al mercato, impegnato in un combattimento dinamico a base di salti e schivate al limite in grado fin dall'inizio di settare molto bene le enormi doti atletiche del marzialista.
Oltre a questo, non mancheranno ovviamente un elevatissimo numero di combattimenti corpo a corpo - in cui il protagonista Ting farà sfoggio della sua straordinaria conoscenza del Muay Thai - contro avversari sempre più forti e spietati.

Di grande impatto scenico, ad esempio, la sequenza in cui lo vedremo impegnato in una serie di combattimenti clandestini dove tutta la fisicità degli impatti verrà fuori a ogni colpo, grazie a una regia se vogliamo grezza ma perfettamente in grado di valorizzare al meglio le elaborate coreografie di lotta.
Gli stuntman protagonisti hanno anche indossato numerosi copricapi e protezioni varie per resistere maggiormente agli impatti, particolare in grado di fornire a ogni singolo scontro un grado di realtà ancora più elevato di quanto già non fosse in origine.
Il primo Ong-Bak si configura così come un riuscito film d'arti marziali altamente spettacolare e dal ritmo indiavolato, capace anche di far leva su una morale (per quanto elementare) legata all'onore delle tradizioni e del rispetto del proprio avversario, connotando in maniera profondamente negativa chiunque faccia della slealtà la sua ragione di vita.

Rinascite e cadute

Seppur in realtà il sequel spirituale di Ong-Bak possa considerarsi The Protector (film uscito nel 2005 per la regia di Prachya Pinkaew), in cui un nuovo protagonista, tale Kham, si ritrova a vivere una situazione simile a quanto visto in precedenza (questa volta però il centro della contesa è un elefante rapito da alcuni bracconieri), la saga iniziata nel 2003 ha avuto due seguiti diretti, sotto forma di prequel.

In Ong Bak 2 e 3, che possono in realtà considerarsi come un unico film, Tony Jaa esordisce alla regia insieme a Panna Rittikrai, trasportando lo spettatore all'interno della cornice della Thailandia del 1400, in cui un giovane bambino di nobili origini viene venduto ad alcuni mercanti di schiavi, per poi essere liberato da banditi che gli offrono la possibilità di iniziare una nuova vita.
Jaa sfrutta così la cornice storica del passato per fare un focus su una moltitudine di stili marziali, dal Muay Thai al Kung Fu al Krabi Krabong, senza disdegnare l'uso delle armi bianche, tra cui bastoni, spade e pugnali.

Ong-Bak 2, seppur con qualche criticità (numerosi sono i personaggi chiave appena abbozzati) risulta soddisfacente grazie ad alcune sequenze di lotta viscerali e appaganti, in cui lo stesso Jaa - che appare con un look selvaggio e a tratti irriconoscibile - è riuscito sapientemente a sporcare tutti i suoi movimenti per dare vita a colpi devastanti e fuori da ogni logica legata alla compostezza stilistica, avvicinandosi molto più a una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

Seppur rispetto al primo Ong-Bak si avverta una minor varietà di situazioni, non mancheranno anche in questa pellicola devastanti scontri corpo a corpo, con addirittura degli stunt eseguiti usando gli elefanti come punto d'appoggio da cui sferrare attacchi.
Davvero esplosiva la lunga sequenza finale che chiude il film, attraverso un lungo combattimento in più fasi che riuscirà a soddisfare anche i fan più accaniti dell'artista marziale.
Purtroppo però, con Ong-Bak 3 la saga ha subito un brusco passo indietro soprattutto per via di un ritmo non all'altezza delle pellicole precedenti.
Seppur l'idea di far continuare la storia direttamente dalla fine del capitolo precedente non era in realtà da buttare (soprattutto visto il brusco epilogo del secondo film), purtroppo durante lo svolgimento di Ong-Bak 3 si è deciso di puntare troppo poco sull'azione, spostando il focus verso la rinascita sia fisica che spirituale del protagonista.

Oltretutto, la stessa dimensione sovrannaturale è diventata fin troppo presente, dando vita a un terzo capitolo incapace di stupire sotto qualsiasi aspetto, con sequenze di combattimento per niente innovative o spettacolari, fortemente improntate su un senso di già visto.
L'intera saga, dopo due prodotti riusciti, si è ritrovata così a chiudersi di certo non nel migliore dei modi, con lo stesso Tony Jaa che ha dovuto prendersi un breve periodo di pausa.
Fortunatamente, l'attore è poi riuscito a tornare ai fasti di un tempo arrivando anche a partecipare a film hollywoodiani (come nel caso di Fast and Furious 7) risultando ancora oggi uno degli artisti marziali più apprezzati del cinema moderno.

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