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Oltre lo specchio, i segreti di Black Mirror: Bandersnatch

Il film originale Netflix è una ghiotta occasione per autocitare e rinvigorire la mitologia della serie, tra easter egg e libri-game.

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L'ossessione mediatica che sta attanagliando l'interesse del mondo dell'intrattenimento, in questi giorni, ha un nome ben preciso: Bandersnatch. Parliamo del film originale targato Netflix ambientato nello stesso universo concettuale della serie Black Mirror di Charlie Brooker, forte però dell'elemento interattivo, che si concretizza in scelte binarie che vanno a intaccare il tessuto narrativo della storia.
Non tutte le scelte risultano critiche, perché i produttori-sviluppatori di Bandersnatch hanno voluto inserire anche decisioni fini a loro stesse, senza conseguenze, così da far abituare lo spettatore all'interattività e dare ancora di più l'illusione del libero arbitrio. Una libertà che in realtà non esiste, né per noi che "comandiamo" né per Stefan Butler (Fionn Whitehead), protagonista del racconto.
Al netto dei cinque finali disponibili e del trilione di combinazioni possibili, infatti, in Bandersnatch non c'è in alcun modo il pericolo di perdersi in loop narrativi a seconda degli sbagli. Non è un costrutto che segue percorsi realmente liberi, perché la storia dello sviluppo del videogioco e della crisi psicotica di Stefan è messa sempre e comunque al centro del progetto.
Siamo soltanto liberi di adoperarci per dieci secondi in una scelta aut aut, tra due opzioni; un'azione semplice e composta. Ci trovassimo in un titolo videoludico, parleremmo di un percorso scriptato, impostato per seguire sempre determinati binari a prescindere dalle decisioni prese. Nessun missing link tra cinema e videogame, quindi, ma soltanto un'impercettibile quanto funzionale stretta alla forbice tra i due media, che ha però il virtuoso pregio di partire per una delle rarissime volte dal cinema.

Metatestualità e auto-citazionismo

Detto questo, Black Mirror: Bandersnatch ha dalla sua un approfondimento metatestuale non indifferente, che rende estremamente interessante l'esperienza regalataci da Netflix. In primis, è uno strumento narrativo attraverso cui porre lo spettatore e il protagonista sullo stesso piano percettivo. Esattamente come Stefan comprende un bivio dopo l'altro - o un errore dopo l'altro - di essere controllato, anche noi cominciamo ad avvertire una mancanza generale di libero arbitrio, sentendoci spesso costretti a prendere la strada più ovvia per un finale non ancora visionato. A prescindere poi dalle combinazioni, una volta raggiunte tutte le conclusioni disponibili, la forte sensazione che persiste non è quella di aver vissuto un'esperienza interattiva valida, quanto quella di essere stati guidati attraverso un tessuto narrativo sfilacciato ma con una struttura ben specifica. Non ci si può perdere, in Bandersnatch; non ci si può allontanare dalla storia, provare percorsi realmente diversi. La centralità del racconto ci riporta sempre sui giusti binari, che saranno anche molteplici, ma comunque cristallizzati, proprio come per Stefan, che ricordandosi come in deja vu l'esperienza passata e il muro incontrato, cambia strada, spesso senza neanche darci possibilità di scelta, perché tanto sappiamo tutti come andrà a finire l'aut già provato.
Se l'illusione del libero arbitrio grava allora sulla maglia tematica di Bandersnatch, dal lato della cultura pop il film scritto da Brooker è un contenitore intrigante di curiosità.
Volendo comunque approfondire gli easter egg e il citazionismo del film, l'elemento "realtà parallele" introdotto da Colin Ritman (Will Poulter), il film pone soprattutto l'accento sull'Universo di Black Mirror. Le citazioni alla serie vera e propria sono infatti molteplici. Quella più evidente è ovviamente a Metal Head, episodio della quarta stagione diretto tra l'altro da David Slade, regista di Bandersnatch. Nel film interattivo, l'episodio in bianco e nero diventa un videogioco sparatutto sviluppato da Ritman, col nome cambiato il Metl Hedd.

Lo stesso trattamento viene inoltre riservato a Nosedive, primo episodio della terza stagione della serie, quello con protagonista Bryce Dallas Howard. La "caduta libera" a cui si rifà il titolo (nell'episodio riferito alla perdita di popolarità) assume qui un connotato più letterale e legato sempre a un videogioco, questa volta arcade, conosciuto come Nhozdyve.
Quest'ultimo titolo, a dire il vero, può essere giocato anche nella realtà "accedendo" al sesto e segretissimo finale di Bandersnatch, raggiungibile soltanto con l'esplorazione di molteplici linee narrative, anche se non ci sono combinazioni esatte per sbloccarlo.
In questo particolare easter egg troviamo Stefan sull'autobus, a gioco ormai completato e uscito, scegliere di ascoltare una cassetta col nome di Bandersnatch, che riproduce suoni apparentemente a caso. Non è ovviamente così. Quei suoni possono essere letti da un computer ZX Spectrum - lo stesso dove il protagonista sviluppa il videogioco - o da un suo emulatore, che li riprodurrà emettendo un QR Code con al centro il glifo di Bandersnatch.

Scansionando il codice, si potrà poi accedere al sito ufficiale della Tuckersoft, dove scaricare Nhozdyve, ma per giocarlo sarà necessario un emulatore ZX Spectrum. Un po' complesso, a dire il vero, ma in fondo, nell'economia del film, è il segreto dei segreti.
Anche San Junipero fa il suo ingresso in Bandersnatch, esattamente come nome dell'ospedale dove esercita la psichiatra di Stefan, così come il simbolo della prigione White Bear, anche titolo del secondo episodio della stagione 2 di Black Mirror, forse uno dei più amati. Nel caso di White Bear, proprio il particolare simbolo viene ripensato per rappresentare più nello specifico l'essenza binaria della realtà, composta di bivi e scelte, messo proprio al centro del racconto come glifo di Bandersnatch, persino in copertina del libro avventura scritto da Jerome F. Davies.

Attraverso lo specchio

Lasciandoci alle spalle Black Mirror, partendo proprio da Davies, passiamo alle citazioni esterne e agli easter egg. Perché da Davies? Perché a vestire i panni dell'eccentrico e folle sviluppatore di Bandersnatch c'è Jeff Minter, nella realtà programmatore e autore di videogiochi britannico, conosciuto soprattutto per aver fondato la software house Llamasoft e per il suo amore per colori acidi e animali come i lama o gli yak, presenti quasi sempre nei suoi progetti.
Lo stesso titolo del film interattivo, Bandersnatch, è un diretto riferimento ad Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Carroll. Si riferisce a una delle creature immaginarie inventate dallo scrittore per il suo Paese delle Meraviglie, conosciuta proprio come Bandersnatch, una sorta di uccello dal collo lungo con una mascella importante, descritto come veloce e molto feroce.

Carroll lo introduce nel poema The Hunting of the Snark, dove spiega - e qui è il contatto con l'opera - che la creatura può essere trovata "soltanto attraversando lo specchio". Non dovrebbe essere un caso che in uno dei finali, forse quello più catartico di tutti, Stefan attraversa lo specchio e sistema una linea temporale differente, trovando il suo Bandersnatch, la sua creatura nascosta (il coniglietto di peluche). Allo stesso tempo, sempre il titolo e il richiamo a Carroll vogliono evidenziare l'esistenza di mondi alternativi, di realtà parallele che possono essere raggiunte o aperte con uno sforzo mentale in più, letto al contempo come pazzia e fede nel potere dell'immaginazione, che rende vero l'impossibile.
Essendo il film esso stesso un libro-game a scelte binarie, non c'era forte necessità di citare direttamente avventure simili uscite nel corso della storia videoludica, eppure velatamente almeno un grande esponente del genere viene tirato in ballo. Parliamo di sua maestà Lupo Solitario, forse la serie di libri-gioco più famosa e amata di sempre, creata dal compianto Joe Daver.
Non c'è nessun capitolo della saga ad apparire in bella vista su un comodino o su una scrivania, ma soltanto una frase di Ritman pronunciata per descrivere il carattere di Stefan al suo rifiuto di lavorare alla Tuckersoft: "He's a Lone Wolf", "è un lupo solitario". E no, non è una frase scelta a caso, esattamente come tutto il resto di Black Mirror: Bandersnatch.

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