Ode alla Trilogia del Cornetto di Edgar Wright

L'alba dei morti dementi, Hot Fuzz e La fine del mondo: un trittico di generi citazionista e sofisticato ancora oggi imitato e amatissimo.

speciale Ode alla Trilogia del Cornetto di Edgar Wright
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Il gelato come elemento allegorico. La base della Trilogia del Cornetto di Edgar Wright si trova tutta qui: nell'allegoria del variegato, in più gusti che vanno a compenetrarsi per solleticare il palato con sapori freschi, genuini e al contempo conosciuti, che esplodono in un piacere unico.
Pensate al talentuoso regista britannico come al vostro gelataio di fiducia. Un artista nel suo campo poliedrico, che ama la sperimentazione, il virtuosismo. Una giovane promessa del mestiere, che guarda al futuro senza ignorare il passato e che sfrutta ogni elemento a sua disposizione con l'amore e la cautela tipiche dei geni.
Gli inizi della carriera non sono ovviamente facili, perché dall'anonimato il buon Wright ha dovuto sbracciare non poco per raggiungere i più grandi maitre del mestiere, ma il suo talento è puro, il suo amore per il cinema è sincero, la sua preparazione superlativa. Il successo, se meritato, arriva poi forte e inaspettato, esattamente com'è stato per L'Alba dei morti dementi, il film che ha lanciato a livello internazionale il nome di Wright e ha fatto scoprire al mondo le incommensurabili doti stilistiche e creative di uno dei registi più capaci, colti e sofisticati della sua generazione. E la Trilogia del Cornetto iniziata proprio dal film horror del 2004 è ancora oggi una produzione inarrivabile e imitata, che fa del genere e del british humor le sue più grandi qualità, citando e autocitandosi continuamente, in un flusso di coscienza artistica che omaggia i grandi e contemporaneamente appare ironicamente e sagacemente autoriferito.

Un vita al pub

A dire la verità, Wright non ha mai scritto in solitaria i tre film della Trilogia del Cornetto, perché al suo fianco c'è sempre stato nelle vesti di co-sceneggiatore -oltre che attore protagonista- anche il grande Simon Pegg, conosciuto dal regista durante le riprese del film Asylum per la Paramount Comedy. Un'intesa perfetta e solidale, la loro, che ha infatti dato vita a film positivamente bulimici, capaci di ingurgitare le lezioni di registi quali George A. Romero, Wes Craven o Kathryn Bigelow e farle proprie, senza per questo abusarne e arrivare a una fastidiosa autofagia espressiva. La prima collaborazione dei due prende forma in Spaced, una particolare sitcom sviluppata per Channel 4 che però spaziava oltre gli elementi tipici della situation comedy, introducendo movimenti di macchina e particolari vicini invece alla fantascienza e all'horror, poi i generi più amati da Pegg e Wirght -insieme al poliziesco, ma ci torneremo.
Proprio da un episodio della serie, Art, i due cominciano a sviluppare la sceneggiatura di un lungometraggio horror con forti richiami alla commedia, invertendo sostanzialmente le fondamenta di Spaced. Il film è Shaun of the Dead, dove quel Shaun sta per il nome del protagonista interpretato da Pegg, titolo in italiano intraducibile e infatti cambiato in L'alba dei morti dementi, dove viene mantenuto comunque il richiamo al capolavoro di Romero. Il progetto appare subito come grande valvola di sfogo cinefilo dei due autori, con particolare riferimento a Wright, che nella regia sfrutta con intelligenza e abilità i richiami a Zombie e sviluppa riprese e montaggio tra piani sequenza e scene d'azione a ritmo dei Queen, scegliendo e curando ogni particolare fin nei minimi dettagli.
Pegg e Wright riescono però anche nel miracolo di riproporre in chiave commediata la forte critica sociale mossa da Romero quarant'anni fa, che nel tempo si è persa nel marasma di produzioni a tema zombie o che semplicemente ha solo perso di efficacia, ma non nel film del nostro duo. Shaun è infatti un ometto di periferia che passa la sua vita al pub e convive con il migliore amico Ed, interpretato da Nick Frost, altra importante variabile costante (ossimoro voluto) della Trilogia del Cornetto. Ha una ragazza, ma è troppo impegnato a non essere impegnato per tentare di comprenderla o ascoltarla, mentre la sua vita procede lenta e monotona. Si sveglia tutte le mattine con un solo obiettivo: arrivare alla fine della giornata, chiudersi al pub e poi tornare a casa a giocare ai videogiochi. Shaun è già uno zombie, solo senza fame per la carne umana. Per questo ci mette molto tempo prima di accorgersi che intorno a lui qualcosa sta cambiando.

Edgar Wright, nel mostrarci il cambiamento, comincia così a sfruttare i primi espedienti visivi, sorprendendo. Se allora nel piano sequenza iniziale vediamo Shaun uscire di casa e dirigersi meccanicamente allo shop per comprarsi da bere, osservando nella camminata vicini di casa raccogliere il giornale e bambini giocare a palla, una volta scoppiata l'epidemia il regista ci mostra il protagonista muoversi allo stesso modo e compiere le stesse identiche azioni, ma con un background completamente differente e ostile, del quale però Shaun non si rende minimamente conto. La resa è stupefacente, ironica e inquietante, e da lì in poi il personaggio comincia paradossalmente a maturare mentre il mondo va in rovina.
Sempre citando Romero, poi, la zona sicura non è un centro commerciale ma il Pub, tipico punto di ritrovo inglese e soprattutto luogo di amicizie e controversie all'interno dell'economia del film, che tra l'altro Edgar Wright e Simon Pegg sfrutteranno molto anche nei successivi due film della Trilogia del Cornetto, Hot Fuzz e La fine del mondo, cominciando quel lavoro autocitazionista di cui parlavamo.

Un Angelo in campagna

"In media stat virtus", direbbe il saggio, e infatti Hot Fuzz, secondo titolo della Trilogia, è il film probabilmente più completo e riuscito dei tre, e questo grazie a esplicite e ricercate citazioni miste a un'elaborata autoreferenzialità, che fa del capovolgimento di situazioni e personaggi de L'alba dei morti dementi la sua più vivida chiave di lettura. Hot Fuzz (traducibile in "sbirri violenti") viene infatti sviluppato da Wright e Pegg con l'intenzione di andare a omaggiare i classici del cinema action o buddy cop movie degli anni '80 e '90, da Point Break della Bigelow a Bad Boys di Michael Bay fino ad Arma Letale di Richard Donner, ma dentro c'è anche tanto thriller, con richiami forti soprattutto al francese I Fiumi di Porpora di Mathieu Kassovitz, specie in riferimento al serial killer. In qualche modo il film richiama alla mente anche le grandi trovate narrative della regina del giallo, Agatha Cristhie, soprattutto nella risoluzione dell'enigma, dove comunque viene totalmente azzerata la drammaticità in virtù di linee commediate preponderanti, nonostante poi fino alla fine si fatichi a comprendere chi sia l'assassino, altro grande pregio del film.
Andando però oltre gli omaggi e le citazioni, Hot Fuzz funziona anche perché ribalta completamente le basi de L'alba dei morti dementi. Simon Pegg così non interpreta più un protagonista fallito, un perdente, ma un uomo tutto d'un pezzo, un poliziotto stacanovista e preparato, rispettoso della legge, combattivo e determinato. Il ribaltamento è totale e voluto, e Nicholas Angel rappresenta infatti l'esatta antitesi di Shaun, proprio come deve essere l'eroe protagonista di un action movie: in due parole, una mina vagante. Come il Martin Riggs di Mel Gibson. Come il Mike Lowrey di Will Smith. Eppure Nicholas Angel contiene in sé anche aspetti più ragionati che mitigano il suo essere così esuberante, avvicinandolo ai compagni "pacati" dei personaggi appena citati, quindi al Marcus Burnett di Martin Lawrence e al Roger Murtaugh di Danny Glover. Se Shaun è insomma un perdente assuefatto e imbavagliato dal sistema, Nicholas è un vincente sconfitto dal sistema, che lo ritiene addirittura troppo perfetto per la città e lo spedisce in campagna, raccontando a modo suo la disfatta di una giusta meritocrazia e la vittoria del pressappochismo e delle apparenze.
Nick Frost viene invece instupidito ancora di più rispetto al film precedente, ma questo solo inizialmente, perché si vuole puntare a rendere il suo Danny Butterman un personaggio aperto a maturare in contrapposizione a Ed, co-protagonista de L'alba dei morti dementi con una chiusura totale al cambiamento, dall'inizio alla fine. Da qui Hot Fuzz continua poi a muoversi in modo affascinante, divertente e divertito verso uno sviluppo della storia appassionante e coinvolgente, guardandosi anche indietro e capovolgendo nel mentre della narrazione anche sequenze come il "salto della staccionata" (Shaun non ci riesce, Nicholas ne salta quattro in modo atletico) e l'amore per il pub, con Angel che inizialmente non beve neanche birra ma Succo di Mirtillo e caccia via dal locale, in una delle scene più esilaranti del film, gli "avventori minorenni".

Edgar Wright in Hot Fuzz evolve inoltre la sua regia, esasperando in positivo un montaggio serratissimo in qualsiasi situazione, affondando la sua conoscenza nella tecnica tipica del genere action, che deve avere sequenze ritmate e veloci, con stacchi repentini, il più possibile ipercinetici. Lo fa cogliendo i particolari, confezionando una regia frenetica e accattivante, che sfrutta dei remake appositamente più cheap dei film che cita, come l'inseguimento di Point Break o lo schianto in macchina sulla città in miniatura, palese e volontariamente idiota omaggio a Bad Boys 2. Ma tutto è un mordersi la coda ironico in Hot Fuzz, come l'utilizzo interno degli stereotipi di periferia britannica, la gag di Aaron A. Aaronson introdotta all'inizio e ripresa proprio sul finale e tutto il contorno della pacifica cittadina di campagna, dove la perfezione deve essere obbligatoriamente di casa.
Una delle vittorie più importanti di Simon Pegg ed Edgar Wright è però quella di aver ideato, scritto e sviluppato una storia dove il buddy cop movie e il thriller si miscelano alla perfezione in una storia con premesse e risvolti concreti e interessanti, dove persino le motivazioni pensate da Nicholas Angel sono valide e reali, tutto solo per renderle inutili e trasformare Hot Fuzz in una grande parodia del genere, forse la più grande di sempre. E stando a una recente intervista di Simon Pegg, proprio Hot Fuzz sarebbe l'unico film della Trilogia del Cornetto ad avere ottime possibilità di ricevere un sequel.

Il ritorno del Re

Edgar Wright e Simon Pegg sono ormai richiestissimi, e questo li separa -lavorativamente parlando- per circa quattro anni. Pegg è infatti impegnato soprattutto come attore in Mission: Impossible - Protocollo Fantasma e nei due Star Trek, mentre Wright è dietro la macchina da presa per la stupefacente trasposizione cinematografica del fumetto Scott Pilgrim vs. The World. La Trilogia del Cornetto va però completata e il nuovo genere di riferimento è adesso lo sci-fi, la fantascienza, ma rivista sotto la lente d'ingrandimento dei due sceneggiatori, che riescono infatti in due anni a farla propria e costruirci intorno una storia di amicizia, tormento e periferia in linea con i due titoli precedenti, che però si spinge oltre per assurdità e situazioni. Il titolo del film è La fine del mondo, che nasconde due significati.

Il primo è quello più scontato e fa letteralmente riferimento alla fine del mondo, anche se non c'è niente di biblico al suo interno, e invece si conferma sul finale l'affermazione di un nuovo medioevo, senza tecnologia, che è poi forse il vero plus valore evolutivo della storia contemporanea. Il secondo, quello più importante, è invece riferito al nome dell'ultimo pub visitabile lungo Il Miglio Dorato, e qui urge fare una piccola spiegazione.
Che cos'è il Miglio Dorato? Molto semplicemente, un tour di ben 12 pub nella ridente cittadina di Newton Haven, dove sono cresciuti i protagonisti del film, al plurale. Una delle più grandi differenze rispetto a L'Alba dei morti dementi e Hot Fuzz è infatti che La fine del mondo si presenta fin da subito come un titolo corale, dove certamente il Gary King di Simon Pegg ha un ruolo centrale, ma dove anche i comprimari come Martin Freeman, Eddie Marson e soprattutto Nick Frost hanno una parte altrettanto significativa e importante. E tra tutti e tre i film della Trilogia del Cornetto, proprio questo è quello che tenta di fare meno affidamento sulle citazioni esterne e cerca invece di costruire un background solido dal quale attingere in continuazione, arrivando ad autocitarsi, prendersi in giro e capovolgendosi in continuazione, praticamente senza soluzione di continuità, dal primo all'ultimo minuto, dal prologo all'epilogo. Gli eventi e le sequenze da citare vengono introdotte nei primi minuti, quando Wright e Pegg ci raccontano l'adolescenza dei protagonisti e il fallimento del primo Miglio Dorato, mai portato a termine.

Una volta cresciuti, così, i personaggi hanno costruito carriere solide, chi da avvocato chi da architetto, tutti tranne Gary King, che invece è caduto in una spirale alcolica, convinto che il fatto di non aver concluso il Miglior Dorato abbia condannato la sua vita. È letteralmente inchiodato agli anni '90, quelli della sua adolescenza, del liceo, delle sveltine in bagno e delle prime sbronze, tanto da essere entrato in un circolo vizioso dal quale non riesce a uscire. Decide così di riunire il vecchio gruppo, ormai scioltosi da tempo, per una "rimpatriata a Newton Haven", anche se in realtà vuole solo ed esclusivamente concludere la missione alcolica iniziata venti anni prima e mai conclusasi. E marcando il territorio del mistero in chiave fantascientifica, rovesciando in questo caso l'elemento "straniante" visto in Hot Fuzz, Wright e Pegg ci conducono all'interno di una cittadina dove la gente si comporta in modo curioso. Il film ci trascina allora piano piano all'interno di una spirale di follie sci-fi che prende come esempi massimi Visitors e Ultimatum alla Terra, senza però citarli direttamente e invece revisionandoli con personalità e ironia, impalcando una storia dal fascino curioso e straniante, dalla quale veniamo inghiottiti sempre di più insieme ai protagonisti, sempre più sbronzi, un pub dopo l'altro, e con i freni inibitori sempre meno tirati.
La bellezza massima de La fine del mondo è però incomprensibile senza aver visto il film almeno un paio di volte, e questo per tutti quei piccoli autoriferimenti introdotti in modo maniacale da Wright e Pegg nella narrazione. Anche per Hot Fuzz e L'alba dei morti dementi potrebbe valere certamente lo stesso discorso, ma i primi due titoli della Trilogia del Cornetto funzionano immediatamente al primo impatto, già alla loro massima potenza, mentre per leggere, analizzare e interpretare La fine del mondo c'è bisogno di più tempo, di visitare più e più volte Newton Haven e di osservare attentamente ogni passaggio del film.
Difficile cogliere infatti con una prima o addirittura con una seconda visione il fatto che Gary e il resto del gruppo visitino esattamente ogni posto nel quale sono stati durante il primo Miglior Dorato, comportandosi generalmente in modo completamente opposto rispetto ai loro Io adolescenti. Tutti, salvo Gary, che invece tenta di ripercorrere pedissequamente ogni piccola svolta già provata in passato, così da rivivere i più bei momenti della sua vita.

In questo senso, il prologo funziona come cartina tornasole o come legenda dell'intero film, che si dimostra nella sua completezza il più stratificato, esagerato e singolare dei tre, ma anche il più sfumato e originale. Non il migliore, però, perché il terzo atto del film -pur riuscito- perde un po' di appeal e smorza l'entusiasmo. Questo perché, prima del fantastico monologo di Gary agli alieni, c'è una fisiologica fase di stanca che arriva dopo un'ora e mezza di crescendo action semplicemente pazzesco, con Edgar Wright che dirige alcune delle miglior sequenze da lui mai partorite, come lo scontro nei bagni del The Cross Hands, oppure l'incontro con le Gemelle Vuote al The Two-Headed Dog (notare la perfetta scelta dei nomi) e la scazzottata mozzafiato contro i Vuoti, con il focus sul boccale di birra di Gary.
E alla fine, il messaggio che vuole trasmettere La fine del mondo è anche il meno sobrio e allo stesso tempo più interessante dei tre: "Siamo umani: vogliamo divertirci, vogliamo sbronzarci, vogliamo vivere".

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