Oceania, Aladdin e gli altri: il lato oscuro Disney

In occasione dell'uscita di Oceania, rivisitiamo il rapporto non sempre roseo tra la Disney e la rappresentazione delle altre culture.

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Quest'anno si è parlato molto del multiculturalismo nelle produzioni Disney, in particolare per quanto concerne Rogue One: A Star Wars Story, il cui cast principale maschile è quasi interamente non-bianco, e Oceania, il nuovo lungometraggio d'animazione che trae ispirazione dalle leggende della Polinesia e vanta, in inglese, doppiatori provenienti da quella regione (fa eccezione Alan Tudyk, il quale però presta la voce ad un gallo). Anche quest'ultimo film, purtroppo, non è stato immune a critiche per quanto concerne la rappresentazione di certe culture nel canone animato della Disney, a causa del fisico non proprio longilineo del protagonista maschile Maui e l'uso dello stesso come costume di Halloween (successivamente rimosso dal mercato). Il "caso" Oceania rappresenta unoccasione ghiotta per ricordare una parte non esattamente positiva, ma comunque degna di nota, del passato (anche recente) di uno dei colossi del cinema americano.

Controversie di colore

Vedendolo in italiano si fa fatica a notarlo, ma in patria Dumbo creò qualche problema a causa del contenuto parzialmente razzista. Per l'esattezza, a creare un polverone fu la presenza dei corvi nella parte finale del film. In originale parlano in modo stereotipato e incarnano vari pregiudizi dell'epoca sugli afroamericani. Questo di per sé non è un'aggravante maggiore, poiché l'uso di situazioni e personaggi stereotipati e/o politicamente scorretti accomunava praticamente tutte le major in quel periodo, ma è decisamente meno giustificabile un elemento che non può essere considerato una coincidenza: il leader dei corvi si chiama Jim, allusione non tanto velata a Jim Crow, espressione dispregiativa associata alle leggi che promuovevano la segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti. Quasi trent'anni dopo anche Il libro della giungla è stato preso di mira per le presunte connotazioni razziste della caratterizzazione delle scimmie, la cui parlata è meno elegante rispetto agli accenti inglesi degli altri personaggi (in questo caso però la Disney eliminò a monte un potenziale problema, evitando di scritturare il cantante Louis Armstrong per interpretare Re Luigi). Ma il caso più eclatante rimane quello de I racconti dello zio Tom, un film che il pubblico europeo probabilmente conosce, ma che in America è oggi un'entità sconosciuta: a causa del contenuto palesemente datato e già all'epoca fortemente contestato (il protagonista è un ex-schiavo che parla in termini molto positivi per suoi padroni), il lungometraggio intero è legalmente irreperibile negli USA, e solo alcuni segmenti animati e le canzoni sono disponibili come contenuti speciali in determinate edizioni home video di altri film. In Italia è uscito in VHS nel 1991, ma non è prevista per ora un'edizione DVD o Blu-ray, sebbene la Disney stia pensando da anni a come rendere il film disponibile nel modo giusto (vedi le raccolte di vecchi cortometraggi, talvolta preceduti da un'introduzione sul contenuto potenzialmente inappropriato).

Indiani e siamesi

Chi segue il canale YouTube degli Screen Junkies, e in particolare la serie degli Honest Trailers, avrà forse visto il video dedicato a Peter Pan, dove viene sottolineato quanto le produzioni Disney fossero politicamente scorrette decenni fa. Nel caso specifico dell'adattamento del testo di Barrie, continua a suscitare perplessità l'uso degli indiani d'America, rappresentati in modo a dir poco caricaturale ed offensivo, al punto che uno degli animatori del film ha successivamente dichiarato che al giorno d'oggi quei personaggi apparirebbero in modo diverso, ammesso che venissero usati (infatti nel sequel, uscito nel 2002, sono assenti). E se in questo caso la Disney potesse giustificarsi dicendo di essere semplicemente rimasta fedele all'originale (ebbene sì, in principio ci fu Barrie), è meno perdonabile Lilli e il vagabondo, che contiene la famigerata sequenza dei gatti siamesi (che in originale parlano con accenti pseudo-orientali), ridotti ad un cameo nel seguito. Infine, sempre per quanto concerne l'Asia, c'è il gatto cinese ne Gli Aristogatti, il cui contributo alla canzone principale del film fu rimosso dalla versione commercializzata della colonna sonora (ma rimane nel lungometraggio stesso).

Notti d'oriente e principesse moderne

In generale, la Disney si è notevolmente migliorata per quanto concerne le altre culture nei suoi film, ma ogni tanto qualche scivolone minore ci scappa ancora. Nella versione cinematografica inglese di Aladdin, per esempio, destò scalpore una parte del testo della canzone d'apertura, con una frase offensiva nei confronti della cultura islamica che fu ridoppiata per le edizioni VHS e DVD. Pocahontas invece fu preso di mira per le eccessive licenze poetiche nei confronti della realtà storica (ma uno dei doppiatori, Russell Means, difese il film dicendo che era molto più rispettoso nei confronti degli indigeni di quanto lo fossero altri prodotti del medesimo periodo). E poi, nel 2009, è uscito La principessa e il ranocchio , sottoposto a qualche modifica in pre-produzione per evitare controversie (il nome originale della protagonista richiamava un nomignolo razzista d'altri tempi), ma non del tutto immune a critiche dopo il debutto nelle sale. Detto ciò, praticamente il nulla rispetto a decenni fa. E non osiamo immaginare cosa sarebbe successo se Oceania fosse uscito nelle nostre sale con il titolo inglese: Moana.

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