Noi, Jordan Peele e l'estremizzazione del doppelgänger

Il nuovo film di Jordan Peele si impone come chiosa definitiva della narrativa del doppelgänger, che negli ultimi anni ha dominato la cultura pop.

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Le vie del cinema sono infinite e quelle della distribuzione lo sono ancora di più: può così capitare che un film dell'orrore che parli di dualità e dell'affrontare la peggiore versione di noi stessi arrivi nelle sale a braccetto con un cinecomic per più giovani, incentrato sulla scoperta della migliore versione di noi stessi.
Stiamo parlando ovviamente di Noi e Shazam!, i rispettivi nuovi lavori di Jordan Peele e David F. Sandberg (uno che è nato dalla comicità per poi passare all'horror, l'altro che dall'horror è passato alla comicità), che in Italia sono stati distribuiti a meno di 24 ore di distanza, come a voler contribuire ad accumulare le inquietanti coincidenze che gravano sullo stato psicologico della protagonista di Noi Adelaide Wilson (una Lupita Nyong'o da Oscar).

Se in Shazam!, attraverso il dualismo fra eroe e villain (due facce della stessa medaglia), Sandberg ci dice che possiamo (e dobbiamo) imparare ad essere migliori, Peele in Noi ci racconta l'esatto opposto, ovvero che a volte essere peggiori è giustificato e giustificabile.
Nell'esporre la sua tesi, il regista di Scappa - Get Out estremizza una figura che negli ultimi anni ha fatto prepotentemente irruzione nella cultura pop: quella del doppelgänger.


"Il Suo Fratello Gemello Identico"

Ci aveva già pensato nel 2013 Denis Villenevue in Enemy con Jake Gyllenhaal - ma a dire la verità il tema del doppio fa parte di tutte le forme della narrativa praticamente da quando è stata inventata - eppure è solo nell'ultimo paio di anni che quella che potremmo definire una vera e propria doppelgänger-mania è letteralmente esplosa abbracciando la gran parte dell'offerta audiovisiva, sia cinematografica che televisiva.

Forse anche grazie all'evolversi delle tecniche di montaggio e della CGI, praticamente qualunque cineasta e/o showrunner ha iniziato a interrogarsi sulla natura ambivalente dell'essere umano affidando allo stesso attore due parti identiche, ma opposte: pensate a ciò che ha fatto Ridley Scott con Michael Fassbender in Alien: Covenant, Damon Lindelof con Justin Theroux in The Leftovers, George Clooney con Julianne Moore in Suburbicon, Noah Hawley con Ewan McGregor in Fargo, James Mangold con Hugh Jackman in Logan, David Simon con James Franco in The Deuce e (ovviamente) David Lynch con Kyle MacLachlan in Twin Peaks 3.

Negli ultimi mesi questa tendenza si è ripetuta così tante volte da arrivare a sembrare premeditata, anziché puramente casuale (cosa che presumibilmente in realtà è), e con Noi Jordan Peele (per approfondire ecco la nostra recensione di Noi) l'ha portata alla sua estrema conseguenza. In modi diversi, i film e le serie sopracitati ci hanno suggerito che trovarsi faccia a faccia con il proprio doppio è il passo più importante sulla via della consapevolezza, dell'illuminazione, di una qualsiasi forma di risoluzione emotiva e personale, o comunque un modo per arrivare alla comprensione dei misteri più indecifrabili della propria esistenza.
Nella sua sadica e spietata messa in scena del classismo statunitense, che riecheggia neanche troppo velatamente le atmosfere e soprattutto la filosofia del sofisticato cinema horror di George Romero, Peele va in una direzione completamente opposta rispetto ai colleghi che hanno recentemente affrontato il tema del doppio, ribaltando il punto di vista nella dialettica del lato chiaro e del lato oscuro: nasciamo tutti uguali, tutti identici, ma è il contesto sociale che ci alleva e decreta l'evoluzione della nostra natura.

Di Logge Nere e Logge Bianche

In Twin Peaks è la dimensione extraterrestre nota come Loggia Nera e in The Leftovers è una sorta di "stato onirico/aldilà/realtà psicotica" in cui approda il protagonista Kevin Garvey, ma in Noi la creazione del doppelgänger avviene in un luogo geografico ben preciso, il sottosuolo, aspetto questo che contribuisce a stabilire una sorta di linea gerarchica sociale che divide i cittadini di classe A dai cittadini di classe B.

Nelle due serie televisive la presenza del doppio indica uno stato diverso di coscienza, qualunque esso sia, ma nell'horror di Jordan Peele testimonia una disparità di possibilità (economiche, politiche, culturali) che dà vita a una ribellione. Che la figura del doppelgänger in Noi venga estesa alla totalità di una nazione, e non riservata a uno specifico personaggio della storia, conferisce alla tematica un'universalità inedita, che Peele sfrutta per evidenziare la relazione simbiotica tra bene e male.

Lo scambio fra Adelaide e la sua copia Red enfatizza il messaggio sociale dell'opera, ribalta l'importanza del contesto culturale rispetto alla natura comportamentale dell'essere umano: non c'è una Loggia Nera che crea il male e una Loggia Bianca che crea il bene, in Noi, ma una sola identica società che divide, che crea disparità, che offre tanto a pochi e poco a tanti.
È un messaggio politico molto più affascinante e avvincente di quello razziale che invece costituiva le fondamenta di Get Out, perché è rivolto a tutti e coinvolge chiunque, colpendo senza freni sulla lingua o distinzioni, guardando molto più al di là del colore della pelle di quanto non facesse l'opera del 2017. La lezione romeriana di presa di coscienza e rivolta di classe prende nuovamente vita (si legga anche: risorge) grazie al cinema sontuoso di Peele, che si conferma straordinariamente focalizzato e attuale.
Ci troviamo poi nel periodo in cui sta sbarcando in televisione The Twilight Zone, di cui sono stati diramati online i primi spot pubblicitari, e non vediamo l'ora di scoprire come si evolverà la sua poetica nei prossimi anni.

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