Noi, la doppia e straordinaria interpretazione di Lupita Nyong'o

Una performance che lascia impietriti ed esterrefatti, che eleva finalmente a protagonista assoluta un'attrice finora promettente, adesso incredibile.

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A volte per impressionare serve essere guidati dal talento giusto. In termini interpretativi, serve essere manipolati dal regista adatto, quello capace di trasmettere la propria visione e le personali ambizioni dalla mente alla carta fino al cinema e all'attore stesso, manovrandolo e plasmandolo come preferisce. Deve inondare la figura dell'interprete di ogni possibile tratto psicologico, gestuale ed espressivo del personaggio, lasciandolo scorrere attraverso un involucro che di volta in volta deve tornare vuoto per riempirsi di nuovo. Un po' il concetto dell'Anfora di Seneca ma in relazione al ruolo dell'attore, estensione diretta delle proiezioni artistiche del regista, che se perfettamente spiegate, recepite e interiorizzate, danno allora modo al personaggio di prendere vita, sostituirsi al performer, che si annulla davanti alla cinepresa per trasformarsi in altro.

Una parte esasperata, quella dell'attore, perché costantemente in bilico tra passività e attività: sempre in ricezione e pronto al contempo a cambiare e mutare per volere soprattutto dell'autore, che conosce il destino di un personaggio, ogni aspetto del suo carattere, ogni lacrima versata, sorriso o dolore vissuto. È questo che permette a chi crea, edifica e distrugge la propria storia di avere un controllo migliore sull'evoluzione del racconto e dei protagonisti: la conoscenza dei particolari e dei dettagli, di ogni aspetto lineare o secondario dell'opera, anche se in termini casistici non è poi sempre vero, nonostante accada spesso.
Parlando però di Jordan Peele, ci troviamo esattamente nel caso preso in esame, più nello specifico in relazione alla sontuosa doppia interpretazione di Lupita Nyong'o nel suo straordinario Noi, in sala già da qualche giorno e pronto a stupire.
[ATTENZIONE, SPOILER A SEGUIRE]

Un diamante lasciato al buio

Una statuetta dell'Academy vinta per 12 anni Schiavo e poi una militanza non proprio esaltante tra qualche film a medio o alto budget di Hollywood: questa la carriera della Nyong'o in breve dal 2013 ad oggi, dall'esordio all'attualità. Scelta da Steve McQueen per la sua impressionante espressività in termini drammatici, l'attrice latino-keniota-americana ha raggiunto il successo internazionale in un ruolo sicuramente rimarchevole ma fin troppo statico, chiuso all'interno di un totalizzante vittimismo pensato per dare senso e profondità al personaggio di Patsey, alla sua tragedia da schiava e donna sessualmente abusata. Ha sì un'evoluzione, ma non si tratta di un personaggio sfaccettato e dinamico, mutevole o difficile, ma "semplicemente" di una parte a cui avvicinarsi con grazia e dolore, incanalando queste emozioni per poi rigettarle davanti alla telecamera.
Questo non significa che sia stato facile, si intuisce quanto la Nyong'o abbia intrapreso un percorso di introiezione psicologica per calarsi nei panni della vittima, probabilmente con metodo, non lasciando quindi mai andare via quelle emozioni che definiscono il personaggio.

Le ha vestite e le ha mostrata al grande pubblico, svoltando la sua carriera con merito per poi adagiarsi sugli allori, o forse perché mai scelta (ingiustamente) da registi di un certo calibro per dei ruoli riservati ad altre attrici, a interpreti più amate.
Dopo l'exploit iniziale, quindi, tutta una serie di ruoli minori o non così pregnanti: un piccolo ruolo in una commedia d'azione, un totale mascheramento in Motion Capture per Star Wars e poi la parte di Nakia in Black Panther, interessante ma ancora incapace di tirare fuori il meglio della Nyong'o; almeno non al cinema, perché l'interprete ha anche debuttato a Broadway nel 2015, in Eclipsed, venendo nominata a un Tony Award.

Mai protagonista, mai sfruttata a dovere, mai considerata per qualcosa di più importante: una verità davanti agli occhi di tutti ma che fino all'arrivo di Noi forse nessuno voleva vedere. Ci voleva Peele per far brillare a dovere questo splendido diamante ebano, valorizzandone i tratti interpretativi e regalandogli il ruolo da mattatrice assoluta in un thriller dai molteplici piani di lettura, critico, formalmente e concettualmente impeccabile.
Perché sì, quella dell'interprete è una performance impressionante, sofisticata e magistrale, spezzata in due masse caratteriali ben distinte che condividono lo stesso corpo e si spartiscono la stessa anima.

Pas de Deux

Il tema del doppio è stato ampiamente trattato nel mondo del cinema e della tv, più recentemente da Denis Villeneuve nel suo Enemy o in Twin Peaks - Il Ritorno di David Lynch, ma il regista di Scappa - Get Out ne ha dato una brillante visione di genere, non del tutto originale ma ottimamente derivativa, capace di non esaurire lo stupore in pochi minuti. E se la scrittura e la messa in scena dell'autore giocano un ruolo fondamentale nella riuscita generale dell'opera, la prova di Lupita Nyong'o è il magnete positivo che attira ogni polo negativo.
Un lavoro di estrapolazione psicologica complesso che ha giocato tanto con l'espressività quanto con la plasticità del corpo, traducendo nei movimenti la vita delle due opposte protagoniste, Adelaide e Red. Da una parte una donna che ha tentato a lungo di lasciarsi alle spalle un forte trauma infantile, ora pronto a riemergere e prendere letteralmente vita; dall'altra il doppleganger che ha invece atteso a lungo di guardarsi nuovamente in faccia per recidere un legame che l'ha costretta nell'ombra a imitare la vita, mentre Adelaide esisteva in superficie, bagnata dalla luce del sole.

Identiche nel corpo ma opposte, ugualmente burattine e burattinaie: due personaggi con i quali l'attrice si è confrontata in modo brillante, sfruttando una dinamicità corporale ed emotiva davvero ricercata, anche nella vocalità.
Adelaide è una donna pronta a esplodere, nevrotica, visibilmente spaventata, ma non abbassa mai la guardia e non perde mai il controllo, per il suo bene e per il bene della famiglia. Almeno inizialmente, prima che la sua vera "Io" emerga completamente, a dimostrarsi combattiva e intenzionata ad affrontare direttamente il problema posto in essere, che è poi lei stessa, la sua ombra, la sua parte oscura pronta a prendere il sopravvento.
La Nyong'o è in questo caso prima controllata e poi una furia, sempre con gli occhi ricolmi di lacrime per la rabbia o la paura, costantemente repressa o agitata, volontariamente squilibrata. Trasmette tensione e carica ancora di più un'atmosfera già ansiogena, risultando ben più snervante (in senso più che positivo) della sua doppia, Red.

Esattamente come per altri doppleganger, qui c'è un grande contributo del trucco a diversificare le parti, ma è soprattutto il lavoro di mimica e incisività espressiva dell'attrice a fare tutta la differenza del mondo. Se Adelaide è infatti libera ma intrappolata nelle sue paure, Red è incastrata nel suo "ruolo" ma è comunque decisa ad agire per liberarsi. I suoi movimenti sono precisi ma ingessati, come se sperimentasse di volta in volta il piacere della scoperta senza però esagerare.

La sua parlata è continuamente spezzata da rantoli inquietanti e strani singulti, come se combattesse costantemente contro il divieto di parola, a dimostrazione che lei ha una voce e che combatte con decisione per esprimersi. L'interprete è stata qui visibilmente guidata dalla visione e dal talento di Peele, che le ha dato ogni possibile indicazione e ogni piccolo dettaglio sul personaggio per renderla umana ma agghiacciante, legnosa e in parte animalesca ma sempre in modo funzionale e accattivante.
E lei ha saputo incanalare questo drastico opposto di Adelaide e costruire una performance da brividi, riscoprendosi terrificante, impeccabilmente rigida e controllata ma elegante, precisa, davvero spaventosa.

Poi arriva il faccia a faccia finale, dov'è proprio la malleabilità del corpo a prendere il sopravvento sul carattere delle due. Lo fa attraverso la danza come elemento liberatorio, esattamente come già fatto da Luca Guadagnino in Suspiria ma in modo diverso, sfruttando ugualmente la scena e il montaggio in modo incantevole ma senza seduzione. È il confronto a interessare Peele e dare senso alla sequenza, che si traduce in un passo doppio tra due avversarie in lotta per il loro posto nel mondo, sostanzialmente per la sopravvivenza.

Non ci sono parole nella scena, ma è la musica a scandire la plasticità della Nyong'o, contemporaneamente controllata e dai movimenti geometrici come Red e in guardia, attenta, come Adelaide. Schiva e colpisce senza soluzioni di continuità, in una costruzione elegante valorizzata sia dall'occhio del regista che dalla sconcertante intensità dell'attrice, tutta impostata sulla fisicità dell'atto, fino alla fine.
Impossibile non uscire dalla sala senza pensare alla sua interpretazione, soprattutto in quella scena "a due", che dà senso a tutto, dove la Nyong'o sfrutta con maestria un linguaggio muto ma esaustivo come quello del corpo, mettendo uno davanti all'altro i due Cigni della storia e salutando il pubblico in un sorriso di ricordo e di raccordo, beffardo e malizioso.

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