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Netflix vs Cannes: lo scontro ideologico per salvare il cinema del futuro

Thierry Fremaux e il Festival chiudono le porte alla piattaforma streaming, due mondi in aperto contrasto tra passato e futuro del cinema.

Netflix vs Cannes: lo scontro ideologico per salvare il cinema del futuro
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Qual è il prossimo futuro del cinema? E anzi, declinando la domanda ai tempi che corrono, dove non c'è più netta distinzione tra media cinema e televisione, qual è il futuro dell'intrattenimento? Sì perché, se non lo aveste notato, la questione è ormai tra le più discusse nel settore, sia tra appassionati che tra importanti organi culturali come Cannes, che pochi giorni prima dell'inizio della 70° Edizione del Festival ha deciso bene di rilasciare un comunicato ufficiale dove annunciava che "nessun film prodotto o distribuito da Netflix che non sia passato prima nelle sale potrà essere scelto per partecipare al concorso". Capite bene come una dichiarazione così ardita in un periodo dove il servizio di Reed Hastings batte spesso per visione, qualità e successo molte delle uscite cinematografiche abbia sollevato un polverone non indifferente tra fruitori ed esercenti, specie dopo la presentazione sulla croisette di ben due film targati Netflix in lizza per la Palma D'oro, che sono Okja di Bong Joon-ho e The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach.

Scontro fra giurati

La discussione si è ovviamente protratta fino all'intervento del Presidente di Giuria Pedro Almodovar in aperto contrasto con Will Smith: non solo uno scambio di idee e appunti che ha denotato due spiriti opposti e due visioni agli antipodi della cinematografia contemporanea, ma anche un vero e proprio scontro generazionale e culturale, tra conservatorismo e innovazione. Eppure l'impressione è che il problema non risieda di certo nel diverso atteggiamento verso un nuovo media, che per quanto positivo sarà sempre bersaglio del malcontento di una neanche tanto ristretta cerchia di cinefili puristi, quanto piuttosto sarebbe da rintracciare nella capacità di comprendere una crisi del mercato sempre più stringente, dove gli investimenti per un cinema indipendente e perlopiù di nicchia non sono più quelli di un tempo -già comunque molto ridotti- e nel quale il cinema di genere fatica a restare a galla, circondato da "squali cinecomic" e blockbuster di varia natura. Il vero dilemma, insomma, è l'incapacità da parte di grandi autori come Pedro Almodovar di adattarsi a nuovi servizi e modelli che permettano a quel tipo di cinema in affanno, straziato e morente di riprendere aria, fresche boccate d'ossigeno per tornare in forma e continuare a essere competitivo. E allora l'unica soluzione è cambiare.

Migrazione di massa

In condizioni più sfavorevoli, con climi inadatti al loro stile di vita, anche gli uccelli migrano verso orizzonti per loro più propizi, e così stanno facendo molti grandi nomi del cinema, che hanno capito come Netflix e altri servizi streaming come Amazon Prime Video o Hulu sono ormai un passo necessario verso la salvezza; mediatori rilevanti tra il sistema arte e un pubblico sempre più eterogeneo e aperto alla novità, che si tratti di cinema o serie TV, prodotti che in ogni caso queste piattaforme offrono in gran quantità e qualità. Parliamo di registi come Martin Scorsese, Jeremy Saulnier (Blue Ruin, Green Room) o lo stesso Baumbach; autori e amatissimi cineasti che hanno e stanno tutt'ora formando intere generazioni di appassionati con le loro opere. The Irishman, ad esempio, segnerà uno dei più grandi investimenti filmici di Netflix: 100 milioni di dollari per raccontare una gangster story con Robert De Niro e Joe Pesci, che sfrutterà inoltre tecniche all'avanguardia per ringiovanire i due attori di varie decadi. Cifre importanti ed equiparabili alle produzioni di major come 20th Century Fox, Disney o Universal, realtà che offrono sì, molto denaro, ma che poi tendenzialmente stringono la loro morsa attorno alla creatività degli autori, costretti a rifugiarsi in sistemi produttivi più complicati e meno radiosi.

Oltre ai soldi, invece, la piattaforma di Hastings offre una libertà a detta di molti inimmaginabile, "alla quale solo grandi nomi come Steven Spielberg potrebbero auspicare", come ha rivelato in un'intervista Bong Joon-ho. Ma ci sono anche David Michod e il suo prossimo The War Machine con Brad Pitt, David Fincher con una nuova serie TV e tantissimi altri autori all'interno di questa migrazione di massa. Un cambiamento che non porterà meno spettatori nelle sale, un problema causato da ben altri fattori, come una divulgazione culturale sempre più assente, l'aumento periodico dei prezzi del biglietto e iniziative incapaci di attirare attenzione mediatica e non (questo almeno in Italia). Ma non fraintendiamo: la sala è e si spera resterà sempre un luogo sacro per ogni gerarchia di cinefilo, per motivi come aggregazione, condivisione ed esperienza unica, catartica e irripetibile.

Il paradosso

Il punto è proprio questo: la volontà di recarsi in sala. Anche prima dell'avvento di Netflix e affini, il cinema d'autore o indipendente non viveva di certo l'età dell'oro al boxoffice. I multisala sono poi arrivati a inglobare le piccole realtà dei cinema d'essai, riducendo notevolmente il numero di uscite d'autore nella maggior parte dei casi. Il mainstream ha definitivamente vinto, ormai da molti anni, e l'attenzione del pubblico per il cinema indipendente è ormai da tempo una costante negativa, perché sopraffatto da produzioni milionarie che invitano apertamente con 3D, IMAX e quant'altro a vivere un'esperienza diversa. Il mercato cinematografico necessita fisiologicamente del più alto numero di fruitori possibile, per cui non è sbagliato scendere a compromessi, purchè questi non vadano a inficiare l'aspetto creativo di un'opera, ma ricadano su aspetti altrettanto importanti come investimenti, promozione e marketing. E qui sta il paradosso dell'intera questione, perché oltre a offrire soldi e libertà creative incredibili ad autori anche meno conosciuti ma pieni di talento, Netflix è anche tra i leader nel viral marketing, che attualmente significa visualizzazioni, abbonamenti e successo.

Il cinema in salotto

Senza ipocrisia, Netflix e in generale le piattaforme di streaming sono realtà che riescono spesso a far convivere la necessità di adattarsi a un nuovo territorio insieme al bisogno di farlo nel miglior modo possibile, senza essere a tutti i costi il conquistadores della situazione e distruggere per sostituire le "civiltà" pre-esistenti. Le ingloba invece in modo costruttivo, lasciandone caratteristiche e costumi praticamente intatti, ma offrendo a chi lo desideri futuribili possibilità di evoluzione sociale e mediatica. Quello di queste piattaforme e in particolare di Netflix è un atteggiamento romanico nei confronti del sacro: un paganesimo tollerante che introduce forme elaborate e moderne di intrattenimento senza per questo non interagire con le altre - tant'è che film candidati all'Oscar come Hell or High Water hanno anche avuto in patria un'uscita nelle sale. Che poi il futuro del cinema si trasferisca esclusivamente nel salotto delle nostre case è tutto da vedere, essendo le sale cinematografiche una realtà che ancora oggi macina miliardi di dollari in tutto il mondo con cospicui investimenti mirati proprio al mainstream.

Divide et impera

Sorge così spontanea un'ultima riflessione: e se la sala fosse ormai appannaggio esclusivo di macro-produzioni milionarie e la nuova dimora del cinema indipendente o prettamente d'autore sia lo streaming? Allora l'atteggiamento scontroso visto a Cannes sarebbe più comprensibile, data la preoccupazione di restare insieme ad altri festival, come quello di Venezia, Toronto o il Sundance, l'unico approdo sul grande schermo di titoli che veicolino riflessioni morali, artistiche e stilistiche profonde che dovrebbero essere appunto condivise e vissute interamente in una sala. Cannes fa il suo gioco, insomma, cercando di preservare l'integrità della natura della settima arte così com'è cresciuta, il che resta comunque sintomo di una paura verso il nuovo e un atteggiamento che difende sì l'essenza stessa di un determinato modo di fare cinema, ma d'altra parte minaccia anche ripercussioni sulla scelta meritocratica dei titoli da promuovere in queste importanti vetrine internazionali. Facendosi nella sostanza portavoce del malcontento del Festival e di altre voci ancora sopite nel coro, Almodovar con le sue parole sembra non voler lasciare spazio a dubbi: "Per me è paradossale premiare un film che non sia destinato alla sala. Queste piattaforme non devono esistere in sostituzione della sala. Devono invece accettare le regole attuali del gioco, unica strada per sopravvivere".

Un'affermazione, questa, che non tiene conto dei perché celati dietro la scelta di stimati registi di ogni età che hanno deciso di collaborare con Netflix, fallace anche sul piano del merito, dato che affossa la rilevanza qualitativa in favore di una distorta visione del mercato, dove è il nuovo a doversi adattare al vecchio. Divide et impera dicevano i latini, e mai come in questo caso è la convivenza pacifica e interessata solo al bene del cinema a dover predominare, poi sarà come sempre il tempo a decretare forma e modo adeguati alla distribuzione più consona, che al momento non esclude nessuna delle due parti e anzi le tiene ugualmente in considerazione. La potenza del linguaggio cinematografico risiede nell'incredibile capacità di raggiungere chiunque abbia la volontà di prestargli tempo, conducendolo in un viaggio con lo scopo di fargli vivere storie pazzesche attraverso gli occhi della più disparata quantità di personaggi immaginabili. In questi termini, l'importante è il modo e non l'approdo; è ciò che il cinema ci fa vivere a decretarne la grandezza, non il fatto che esca in una sala o in streaming, due facce della stessa moneta che infatti, cada dove cada, non cambia la sua natura.