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Morire nel Marvel Cinematic Universe: l'importanza della fine

Una breve riflessione sul senso più profondo, catartico e umano della morte nel MCU e sull'imperturbabile silenzio del sacrificio.

speciale Morire nel Marvel Cinematic Universe: l'importanza della fine
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La verità è che la morte dà senso alla vita. Qualcuno non può dirsi vivo se non esposto alla tragica beffa di una morte certa, una livella - diceva Totò - che non risparmia nessuno ed è forse l'unica cosa realmente democratica nell'Universo. Paradossale e contorto, il mistero dell'esistenza ha toccato nel suo miliardario cinismo anche ogni aspetto del mondo dell'entertainment, dove è però "aggirabile" grazie alla finzione letteraria, fumettistica o cinematografica. Esistono personaggi eterni, racconti biblici, fantascientifici o di pura immaginazione che bypassano l'essenzialità del decesso per provare a ragionare su di una vita immortale, che non conosce fine e ammette solo il perdurare nel tempo, oltre ogni confine fenomenico.

Scendendo nel particolare dell'articolo, nelle opere Marvel la fine non è mai realmente la fine, ma l'inizio di qualcosa di completamente diverso. La morte di un personaggio presuppone l'addentrarsi nella vita di una nuova figura supereroistica, sostituta della prima, attraverso cui ripensare da capo - o quasi - l'immaginario d'appartenenza di una saga come Iron Man, Thor o Captain America. Questo inquadra la morte di un personaggio come punto di rottura con il passato e ripresa ciclica di alcuni topoi seriali, revisionati e aggiornati per rinascere freschi e nuovi in un corpo differente.
E, comunque la si veda, definitiva o periodica, la morte è un fattore importante tanto nei fumetti quanto al cinema, nel Marvel Cinematic Universe, perché settaggio di un modello narrativo imperfettamente uguale e in continuo mutamento.

Sic parvis magna

Proprio recentemente, sulla questione ha voluto riflettere anche il regista e sceneggiatore James Gunn, legato come sappiamo al MCU grazie ai Guardiani della Galassia. Il ragionamento dell'autore ha preso spunto da una richiesta abbastanza diretta di un fan del franchise, che chiedeva a Gunn di "non far morire nessun membro dei Guardiani nel terzo capitolo della saga". La paura del definito e dell'impossibilità di un ritorno spaventa non poco gli appassionati, che già lo scorso aprile hanno dovuto dire addio a una delle figura cardine dell'Universo Cinematografico Marvel, Iron Man (Robert Downey Jr), sul cui importante e radicale sacrificio abbiamo anche speso qualche parola in uno speciale dedicato all'addio di Tony Stark.
Rispondendo con il suo solito e rinomato candore espositivo, Gunn ha comunque scritto: "Quindi pensi che nessun personaggio dei film dovrebbe morire? Non posso essere d'accordo. Penso che i film ci aiutino a gestire la nostra mortalità e la mortalità di coloro che amiamo, e vedere questi temi attraverso le lenti della storia/favola/mito è di beneficio per le persone".

Come dicevamo: la morte è fulcro essenziale della vita e va trattata con rispetto, comportando conseguenze emotive dirompenti a cui è bene dedicare qualche passaggio narrativo nel modo più sincero e reale possibile, così da non snaturarne l'importanza e il valore, non far esplodere la bolla sentimentale che si crea intorno a un addio. In merito ai Guardiani della Galassia, esemplare e significativa è per esempio la morte di Yondu (Michael Rooker), che da piccolo antagonista si è ritrovato figura paterna per Peter Quill, al centro degli eventi nel secondo film.
Proprio come Iron Man, arriva a sacrificare la propria vita per proteggere tutto ciò che ama e che è rappresentato nel suo piccolo da Star-Lord, suo orgoglio ed eredità.

Una figura tanto secondaria e complessa come Yondu non avrebbe mai potuto trovare spazio necessario a esprimere in modo valido e sincero tutto questo in un sistema narrativo dialogico, perché inserito all'interno di un franchise forte di articolate dinamiche di gruppo dove a emergere sono soprattutto piccole parti delle varie personalità, sequenziate in una ricerca di toni e ritmo davvero certosina.
Allora Gunn dà senso e costrutto alla vita di Yondu sfruttando il grande impatto della morte, che arriva al pubblico potente e inaspettato, travolgendo ogni fibra emotiva dello spettatore.

Un addio catartico che aiuta Quill e il resto della squadra a interrogarsi nel profondo sul significato della loro esistenza e che per osmosi filmica si insinua come un brivido caldo nelle ossa dell'audience, riaccendendo chissà quali ricordi, chissà quali tragedie ormai archiviate ma ancora lì, pronte a fare del bene o del male, a darci quella spinta in più per godere sempre appieno della vita.
I latini dicevano "sic parvis magna", "dalle piccole cose nascono le grandi". Nel cinema proprio la morte è una "piccola cosa" perché non concreta ma figlia della finzione. Eppure da questa si sviluppa un intero universo di sensazioni e possibilità. Ed è un elemento da non sottovalutare.