Moby Dick, la Balena Bianca: i 65 anni del capolavoro di John Huston

Il film di John Huston, grazie a uno straordinario Gregory Peck e a effetti speciali all'avanguardia, è ancora oggi un capolavoro del genere.

Moby Dick, la Balena Bianca: i 65 anni del capolavoro di John Huston
Articolo a cura di

Pochissimi racconti hanno la capacità di colpire nel profondo, di inquietare e affascinare assieme come Moby Dick di Herman Melville. A oggi, quel libro rimane ineguagliato per la capacità di catturare la fantasia, di parlare della lotta tra uomo e natura, dell'ignoto, connettendosi alla mitologia ma anche a un'epoca storica molto particolare.
65 anni fa, il grande John Huston trasse un film da quel capolavoro, che ancora oggi è considerato la miglior trasposizione di sempre della storia incentrata su di lei, sulla Balena Bianca, su Moby Dick, un simbolo di ferocia e mistero incredibili.
Il tutto fu posto al servizio di un Gregory Peck in stato di grazia, capace di fare del suo Capitano Achab un personaggio inquietante, sanguinario, fanatico, il simbolo dell'incapacità da parte dell'uomo di accettare i propri limiti.

Una produzione "mostruosa"

L'iter produttivo del film fu tra i più complicati di quel decennio. Huston era un regista particolarmente autoritario ed energico, ma la Warner gli impose non solo di avere come sceneggiatore il grande romanziere Ray Bradbury ma anche Gregory Peck per il ruolo di Achab.
Huston adorava quel libro. Purtroppo Bradbury (noto soprattutto come autore sci-fi) lo trovava insopportabile e vecchio. Non era proprio il massimo da cui partire per una collaborazione, infatti i due litigarono un giorno sì e l'altro pure.
Il regista sperava di avere il padre Walter come interprete del leggendario Capitano, ma questi morì nel 1950. Quando Peck seppe che non era stato la prima scelta per il ruolo, se ne ebbe molto a male, a dispetto del fatto che Huston in realtà lo stimasse tantissimo.
Creare Moby Dick fu infernale. Si era montato un modello in scala reale, pesante 12 tonnellate e fatto in gomma dalla Dunlop Rubber, ma il risultato fu una costruzione incredibilmente complessa e delicata, che finì persa in mare a causa delle intemperie dopo pochi giorni. Di conseguenza, le scene furono fatte come si usava a quel tempo: con modellini in scala o parziali anatomici, che però non soddisfarono mai appieno il regista.
Le riprese avvennero in Spagna, Portogallo, Galles e Irlanda. Le difficili condizioni climatiche furono terribili per la troupe e il cast in particolare, costretto in costumi d'epoca davvero scomodi. Come se non bastasse, una sottile inquietudine e superstizione si impadronì del cast e della troupe, quasi fossero stati contagiati dalle leggende marinare. Diverse volte fu anche dato l'allarme squalo, quasi ad anticipare il capolavoro di Steven Spielberg, che del resto disse sempre di essersi fortemente ispirato a questo film per il suo immortale cult.

Il demone dei mari

Tuttavia, al netto delle difficoltà e contrasti, il risultato finale fu a dir poco straordinario. Huston fu capace di trasportare il pubblico in quei mari ostili e gelidi descritti da Melville, di creare un viaggio nel tempo, all'epoca in cui tra XVIII e XIX secolo le baleniere solcavano i sette mari a caccia di quelle gigantesche creature.
Se in Heart of the Sea era emersa soprattutto la realtà storica di quel mondo, la durissima e impietosa vita degli uomini di mare, Huston invece si concentrò maggiormente sul significato metaforico, su ciò che quella grande Balena Bianca rappresentava agli occhi dell'uomo.
Moby Dick era potenza, era forza, ferocia vindice di una natura che dominava piccoli uomini, persi dentro grandi gusci di legno. In lei rivivevano le leggende marinare dell'alba dei tempi, vi era la possanza del Leviatano e del Kraken, vi era il manifestarsi del potere dell'ignoto, il mistero viscerale e primitivo di quella distesa nera e azzurra che all'epoca dei film cominciava a essere esplorata nelle sue profondità.
Le teorie di Jung, il drago del nostro inconscio, il fatto che ci affascina perché ci spaventa e ci spaventa perché ci affascina ebbe in quel 1956 una delle sue più alte manifestazioni nella settima arte.

Cupo, presagio di tragedia, fu anche perfetto nel far comprendere la dimensione allucinata, folle, connessa al concetto di punizione divina e componente demoniaca, che facevano di quel cetaceo una sorta di messaggero di morte, una creatura apocalittica da Antico Testamento.
Ancora oggi, a dispetto di effetti speciali e visivi immensamente più evoluti, rivedere Moby Dick spuntare dal mare, funerea nel suo pur bianco colore, è uno spettacolo spaventoso, reso ancora più coinvolgente dalla musica di Philip Sainton.

L'Achab di un grandissimo Gregory Peck

Ma il vero segreto del successo del film di Huston fu lui, Gregory Peck. All'epoca, il grande divo era il simbolo di una componente cinematografica progressista, elegante, anti-divistica ma elevata nel suo rappresentare il meglio dell'essere umano.
Eppure in quel 1956 il grande attore stregò il pubblico con una performance a dir poco mitica. Il suo Capitano Achab era un uomo alto, imponente, carismatico, apparentemente in perfetto controllo della situazione ma in realtà connesso alla dimensione più folle, visionaria e oscura della psiche umana.
In lui vi era una sorta di ferocia messianica nel cercare di abbattere quella Balena Bianca, che Peck riuscì a rendere perfettamente, non solo grazie ai suoi monologhi vibranti, ma tramite un'espressività incredibile, una capacità straordinaria di trasporre quell'uomo sfregiato e con una gamba di legno, il simbolo di una volontà di vendetta che abbracciava la follia più incontrollabile.

Il suo Achab si erge come la figura più inquietante della cinematografia marinara, non casualmente poi recuperata da Spielberg per lo Squalo.
Lo fu anche grazie a una regia di Huston a dir poco perfetta, con i suoi primi piani, i suoi piani americani, il montaggio frenetico, i continui cambi di direzione che oltre a donare movimento resero il film quasi opprimente per il pubblico.
La sua doppiezza e ipocrisia, la sua natura di Capitano wagneriano pronto a sacrificare qualsiasi cosa pur di vendicarsi su un'animale che razionalmente sta solo cercando di difendersi, non fu colta completamente dalla critica dell'epoca, che trovò Peck troppo elegante e gentile per il ruolo.
Di fatto, non erano pronti a connetterlo a un villain, a un simbolo di squilibrio e negazione di quella razionalità sentimentale che egli rappresentava con veemenza e convinzione. Eppure, a rivederlo oggi, egli appare un simbolo perfetto di quel cosiddetto "progresso", che all'epoca altro non era che la furia distruttrice dell'uomo verso la natura, quella follia che distrusse i bisonti nelle grandi pianure, le tigri in India e le foche nell'Artico.

Quanto attendi: Moby Dick, la Balena Bianca

Hype
Hype totali: 3
70%
nd