Mission: Impossible, storia di un franchise impossibile

La vostra missione, se sceglierete di accettarla, consisterà in un viaggio alla riscoperta di uno dei migliori franchise action della storia del cinema.

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La peculiarità della saga di Mission: Impossible, nata ormai più di vent'anni fa e sviluppatasi nell'arco di sei film, sta tutta nel suo inarrestabile, clamoroso e rarissimo successo. I franchise dell'industria hollywoodiana sono tanti e proliferano di giorno in giorno, e quello con Tom Cruise non è né il primo, né il più economicamente remunerativo. Eppure è praticamente l'unico - in assoluto - a migliorarsi di uscita in uscita.
Ogni nuovo capitolo di Mission: Impossible è nettamente migliore del precedente, secondo un'incomprensibile equazione matematica che sfida la ragione e le probabilità. Spesso, infatti, è vero l'esatto contrario: più una saga si prolunga nel tempo, più aumenta il rischio che scada, si esaurisca, perda quel fascino iniziale che l'aveva lanciata.
Il Marvel Cinematic Universe ha i suoi picchi e alcuni fisiologici bassi. Il DCEU ha i suoi momenti di stanca e poi qualche risalita. Harry Potter ha avuto Cuaròn ne Il Prigioniero di Azkaban, poi è sceso e risalito e ha saputo trasformarsi con Animali Fantastici. È successo a Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit, al franchise di James Bond, a quello de I Pirati dei Caraibi, succede con le stagioni delle serie TV, accade a chiunque. È successo perfino alla trilogia di Batman di Christopher Nolan, col terzo capitolo inferiore a Il Cavaliere Oscuro.
Un franchise, per definizione, è dunque fatto dell'alternanza fra alti e bassi, è normale che sia così. Più si produce, più aumentano le possibilità che un progetto non sia al top della gamma.
Con Mission: Impossible, invece, è accaduto l'esatto opposto: è un franchise unico, che in un lento ma costante crescendo durato 22 anni ha saputo migliorarsi costantemente, fino a raggiungere livelli inarrivabili per molti altri. La sua forza paradossale sta soprattutto nel consegnare al pubblico delle scene d'azione così esagerate che, nella vita vera, non sarebbero ritenute credibili... ma a livello cinematografico lo diventano nel momento in cui le vediamo accadere davanti ai nostri occhi, filmate dal vivo e quindi non solo credibili, addirittura realistiche.
Nell'attesa che il pubblico italiano possa scoprire le meraviglie di Fallout, ripercorriamo le varie tappe dell'intera saga. Un riepilogo che, in via del tutto eccezionale, appare sia in ordine cronologico che in ordine qualitativo. L'ennesimo trucco di un franchise impossibile.

MISSION: IMPOSSIBLE di Brian De Palma (1996)

Un uomo appeso a un filo. Volendo riassumere la storia di Ethan Hunt, non si potrebbe essere più concisi e precisi di così: la vita dell'agente dell'IMF (Impossible Mission Force) in tutte le sue avventure è sempre stata appesa a un filo, in modo figurato. Ma nel primo capitolo della saga, diretto da Brian De Palma a metà degli anni '90, lo è stato a livello letterale.
La potenza dell'immagine partorita dal regista di Carrie e Gli Intoccabili, con l'agente sospeso da terra, è così vibrante e immediata che, se chiudete gli occhi, potete rievocarla all'istante: Ethan Hunt, con indosso un paio di occhiali dalle lenti finissime e degli abiti neri, in netto contrasto col pavimento bianco sotto di lui, è appeso a un cavo calato dal soffitto, fluttua a pochi centimetri da un suolo che - se sfiorato - significherebbe allarme governativo e game over, e sta tentando di hackerare un supercomputer. La tensione si taglia con un coltello e diventa ancora più fitta quando l'agente inizia a sudare per lo sforzo, perché sia lui che lo spettatore sanno benissimo che una sola goccia potrebbe mandare a monte l'intera operazione...
È una scena relativamente piccola rispetto a quello che sarebbe venuto successivamente, in un film altrettanto "minuscolo" se confrontato con le tante evoluzioni subite dal franchise. Dell'opera di De Palma però, a oggi, rimane l'eleganza, la trama intricata da thriller spionistico e la suspense hitchcockiana che il regista, probabilmente il migliore fra i figli di big Alfred, ha usato come malta e calcestruzzo per cementare le fondamenta di un villino che molto presto sarebbe diventato un grattacielo.

MISSION: IMPOSSIBLE 2 di John Woo (2000)

Curiosamente, anche nel secondo capitolo della saga, diretto dal maestro dell'action orientale John Woo, Tom Cruise viene nuovamente appeso a un filo, questa volta però scompare in post-produzione.
Stiamo parlando naturalmente della sensazionale sequenza d'apertura di Mission: Impossible 2, in cui il coraggioso attore ha scalato uno dei picchi della Monument Valley, per la precisione quello del parco statale di Dead Horse Point. Per Ethan Hunt è questa l'idea di ferie rilassanti ("se ti dicessi dove vado, non sarebbe una vacanza"), ma il sadico Woo gli sottrae quel poco di piacere concesso a un agente della IMF per riportarlo subito in missione: un pazzo squinternato con chiari disturbi sessuali ha rubato una devastante arma biologica, e Ethan e la sua squadra devono trovare un modo per recuperarla e soprattutto impedirne la diffusione.
Il film gioca sull'interesse amoroso del protagonista per Nyah (Thandie Newton), una sorta di eccentrica Bond-Girl che, da ottima ladra qual è, viene reclutata da Hunt e trasformata in spia per infiltrarsi nell'organizzazione del malvagio Sean Ambrose (Dougray Scott), del quale in passato è stata l'amante.
Nyah è il primo vero amore di Ethan e Woo è bravo a giocare sul classico tema buono VS cattivo, luce VS oscurità, conferendo al film un'aura quasi mitologica (Bellerofonte e Chimera) nel consegnare una serie di scene d'azione a dir poco esuberanti: fra tutte vanno citate la sparatoria nel grattacielo (preceduta da una sequenza che ha a che fare con l'eliminazione del virus e che cita le tute da astronauta e i silenzi di Odissea nello Spazio) e soprattutto il frenetico inseguimento di motociclette (ovviamente senza casco) che porta alla conclusione del film.

MISSION: IMPOSSIBLE 3 di J.J. Abrams (2006)


Esordio alla regia cinematografica per il produttore di Alias e Lost, J.J. Abrams, Mission: Impossible 3 dimostra tutte le sue origini televisive nella maniera in cui, per la prima volta, cerca di guardare a Ethan Hunt non solo come eroe del cinema action, ma soprattutto come personaggio tridimensionale. Abrams dà alla spia di Tom Cruise un cuore e un'anima, non solo battute e momenti spericolati, lo rende umano facendogli scoprire i sentimenti, il desiderio di una vita normale, e il MacGuffin (il misterioso dispositivo noto come Zampa di Lepre) è molto meno importante rispetto al vero tallone d'Achille del protagonista, sua moglie Julia (Michelle Monaghan).
La rilevanza che il personaggio avrà da questo momento in poi nel processo decisionale di Ethan si riverbererà attraverso tutta la serie (aspettate di vedere Fallout) e per questo va ringraziato Abrams. Un altro merito del futuro regista di Star Trek, Super 8 e Il Risveglio della Forza è la drammaticità intimista portata nel franchise, un elemento che insieme a Casino Royale avrebbe fatto da apripista a tutto il filone di blockbuster seriosi che sarebbero venuti in seguito (non stiamo insinuando che Nolan abbia rubato l'idea di Abrams, ma solo che in questo film c'è una particolare scena ambientata a Shangai con delle inquadrature molto simili a quelle che, due anni più tardi, si vedranno ne Il Cavaliere Oscuro).
Tra sequenze indimenticabili, colpi di scena, patos, esplosioni e la corsa da record di Tom Cruise nell'atto finale del film, impensabile non citare anche l'interpretazione di Philip Seymour Hoffman, fondamentale per conferire al racconto il realismo che il regista voleva comunicare: l'atteggiamento calmo e inesorabilmente calcolatore di Owen Davian fa sì che un pazzo a sangue freddo risulti perfidamente inquietante, tutt'altro rispetto a un cattivo da cartone animato tipico di un action qualunque.
Oggi quello di Hoffman è ancora il miglior cattivo della saga, con la scena del portellone dell'aereo da annoverare fra i maggiori momenti della sua carriera per intensità attoriale e freddo pragmatismo.

MISSION: IMPOSSIBLE - PROTOCOLLO FANTASMA di Brad Bird (2011)

Questo è il film che ha cambiato non solo le carte in tavola, ma proprio le regole del gioco. È il progetto con cui Mission: Impossible ha iniziato davvero a distinguersi da qualsiasi altro film action, passato o suo contemporaneo. In questo capitolo una lotta corpo a corpo fra due donne (Lea Seydoux e Paula Patton) sembra elegante come un balletto, ogni sequenza è una sinfonia ben definita, ciascuna con le proprie melodie, con climax che tolgono il fiato.
È il film in cui Tom Cruise scala e oscilla all'esterno del Burj Khalifa appeso a una corda, mentre le camere del regista Brad Bird sono là fuori con lui per catturare alcune delle inquadrature più belle e vertiginose della storia del cinema.
Protocollo Fantasma ha alzato notevolmente l'asticella della saga, sia per meraviglia che per pericolosità, conferendo a Tom Cruise lo status di star più pazza del mondo. Poi è arrivato Christopher McQuarrie.

MISSION: IMPOSSIBLE - ROGUE NATION di Christopher McQuarrie (2015)

Fra le tante ragioni per cui, alla sua uscita, Rogue Nation è stato considerato il migliore della saga, c'è senza dubbio l'introduzione di Isla Faust, agente della britannica MI6 interpretata da Rebecca Ferguson. Il personaggio non solo fa da perfetto contraltare femminile alla coolness di Cruise - è ugualmente elegante, sveglia e pericolosa - ma soprattutto dona al franchise il primo ruolo femminile davvero interessante, non più il semplice oggetto che l'eroe protagonista deve correre a salvare o del quale deve innamorarsi.
Questo non è l'unico merito che bisogna riconoscere allo sceneggiatore e regista Christopher McQuarrie: tre anni prima aveva lavorato con Tom Cruise a Jack Reacher, il suo secondo film da regista, e avendo l'opportunità (e il budget) di mettere le mani su un franchise come quello di Mission: Impossible, McQuarrie ha portato sia innovazione che classicità.
Un cattivo alla James Bond (il Sindacato ricorda molto la Spectre, con Solomon Lane a ricoprire il ruolo di nemesi perfetta come lo era stato Ernst Stavro Blofeld per 007), tante atmosfere thriller ma anche una maggiore spettacolarità e un'ancor più accentuata classe. La scena in cui Tom Cruise si appende al portellone di un aereo in fase di decollo e la sequenza di combattimento al teatro dell'Opera di Vienna rimangono fra le migliori offerte del franchise.

MISSION: IMPOSSIBLE - FALLOUT di Christopher McQuarrie (2018)

Che Mission: Impossible - Fallout sia il miglior film della saga lo si capisce nel giro di un quarto d'ora (abbiate fede), quando McQuarrie riassume tutti gli elementi dei film precedenti per farli suoi in maniera originale e doppiamente potente rispetto al passato. Per rendersi conto che sia anche uno dei migliori film d'azione di tutti i tempi, invece, bisogna arrivare ai titoli di coda.
Non solo per la spettacolare scena dell'HALO Jump, con Tom Cruise che in long-take salta da un C-17 a 25.000 piedi d'altezza, neanche per la rissa nei bagni di un night club parigino con Henry Cavill, o per il lunghissimo inseguimento in moto per le vie della capitale francese: ciò che rende unico quest'ultimo lavoro è come Christopher McQuarrie riesca a legare insieme e senza la minima sbavatura tutti questi elementi insieme.
Dopo averlo visto, vi chiederete cosa dovranno inventarsi in un eventuale (ma assai probabile) Mission: Impossible 7 per riuscire a superarsi: Tom Cruise ha suggerito di portare Ethan Hunt nello spazio, ma a giudicare dai voti della critica e le cifre incassate al botteghino, a questa cosa ha già pensato Chris McQuarrie.

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