Men in Black: gioie e dolori di una trilogia extraterrestre

Vista l'uscita nelle sale italiane di MIB: International, ripercorriamo insieme gli aspetti salienti dei primi tre film della saga.

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Una delle più famose teorie del complotto alieno (realmente esistente) è probabilmente quella legata ai Men in Black, che vede fantomatici agenti segreti del governo americano (capaci di agire in completa autonomia senza fare rapporto a nessuno) impegnati nell'intimidire - o costringere al silenzio con varie minacce - tutti i testimoni collegati in qualche modo all'avvistamento di oggetti volanti non identificati.
Vista la grande potenzialità narrativa della fantasiosa teoria, numerosi autori si sono cimentati con il tema, tra cui il regista Barry Sonnenfeld, che nel 1997 ha diretto il primo capitolo del fortunato franchise Men in Black (abbreviato in MIB), tratto a sua volta dall'omonima serie a fumetti di Lowell Cunningham.
Vista l'uscita nelle sale italiane del nuovo Men in Black: International, ripercorriamo insieme i migliori momenti della trilogia classica.

L'unico scarafaggio buono...

Nel primo film del franchise, l'agente di polizia James Edwards (interpretato da Will Smith) si ritrova nel giro di poco tempo a scoprire l'esistenza dell'organizzazione dei Men in Black, di cui entra a far parte dopo aver superato un difficile test suddiviso in più fasi.
Una volta diventato un agente operativo a tutti gli effetti, grazie anche al supporto del taciturno agente K (interpretato da Tommy Lee Jones), la pellicola entra nel vivo. In questo episodio iniziale la minaccia principale è rappresentata da un gigantesco scarafaggio intergalattico con l'inclinazione a eliminare qualunque forma di vita gli si pari davanti, a iniziare da Edgar, un ignaro contadino che diventa suo malgrado l'involucro dell'alieno.
Il film, che può essere considerato sicuramente come il migliore della trilogia, vanta un ritmo davvero invidiabile, grazie a una sequela di situazioni concitate perfettamente amalgamate a uno stile irriverente e scanzonato in cui la comicità non risulta mai irritante, anzi, appare perfettamente funzionale agli eventi mostrati.

Il grande merito dell'opera è anche quello di contenere al proprio interno numerose scene cult, dall'interrogatorio iniziale di K al divertente test scritto con cui James fa una battuta citando Capitan America (quando di supereroi al cinema ancora non si parlava minimamente).
Men in Black, grazie a un'ottima operazione di world building, pur mantenendo un tono ironico dall'inizio alla fine, riesce comunque a farsi prendere dannatamente sul serio dallo spettatore, dato che le minacce a cui devono far fronte i due agenti protagonisti (così come l'intero reparto MIB) rischiano di compromettere l'esistenza della Terra ma anche dell'intera galassia.

Il riuscire a creare un contesto fantascientifico credibile, collegandolo oltretutto alla nostra realtà quotidiana attraverso l'utilizzo di personaggi famosi (su tutti il rimando a Michael Jackson e Sylvester Stallone schedati come alieni sotto copertura), è sicuramente un punto a favore dell'episodio, che proprio grazie a questi piccoli dettagli è riuscito con il tempo a diventare uno dei massimi esponenti della commedia d'azione fantascientifica.
Tra i temi principali del primo film (così come nei capitoli successivi) possiamo sicuramente annoverare quello del confronto generazionale; nella pellicola, infatti, l'agente K assume il ruolo del veterano esperto, scorbutico ma comunque di buon cuore, che funge da vero e proprio mentore per il giovane J, avventato e talvolta incosciente ma comunque dotato di un ottimo spirito di adattamento, capace di fargli superare indenne anche i momenti maggiormente critici.
Il feeling e il gioco di squadra tra i due agenti diventa il nucleo fondante dell'intera opera che, anche se rivista oggi, risulta invecchiata molto bene sia dal punto di vista narrativo che tecnico.

Sai quello che fai?

Con il sequel Men in Black II, diretto sempre da Sonnenfeld, si è cercato semplicemente di ripercorrere la strada del primo film, pur con qualche inciampo durante il percorso.
Il secondo capitolo, seppur non possa essere considerato un brutto lavoro, purtroppo risulta in molti casi incapace di raccogliere l'eredità del primo, data soprattutto l'assenza di novità rilevanti tanto ai fini di trama quanto nel processo di world building, puntando quasi esclusivamente sulla logica del more of the same.
Questa volta la minaccia è rappresentata da una pericolosa creatura aliena mutaforma, Seerlena (interpretata nella sua versione umana da Lara Flynn Boyle), che ancora una volta è intenzionata a portare scompiglio sia sulla Terra che in tutta la galassia.
Nella prima parte, che può essere considerata la migliore, vediamo il rapporto mentore/apprendista tra J e K sostanzialmente ribaltato, dato che quest'ultimo ha deciso di ritirarsi per condurre una vita tranquilla senza ricordare più nulla del suo trascorso da agente segreto.

Una volta che tutto torna alla normalità, con J e K nuovamente operativi, il film si adagia su se stesso senza più puntare su trovate realmente originali, limitandosi a ripresentare gli elementi caratteristici della saga (compresa l'ironia mai fuori luogo) seppur senza guizzi creativi degni di nota.
In Men in Black II si è quindi deciso di puntare sulla spettacolarità fine a se stessa, provando in un certo qual modo a elevare in modo esponenziale tutto ciò che si era visto in precedenza (una minaccia ancora più pericolosa, gadget più potenti, maggior uso di CGI) perdendo però se vogliamo il focus generale dell'intero progetto, anche per via di un villain non molto carismatico.
La stessa sequenza finale, in cui ci viene ricordato che tutto è in prospettiva, non fa che ricalcare pedissequamente l'epilogo del primo film, particolare atto a rimarcare ancora una volta la volontà di non assumersi nessun rischio per paura di sbagliare, una scelta che (condivisibile o meno) ha comunque portato MIB II a fare il record d'incassi, anche se a livello di critica non ha ottenuto i consensi sperati.

Non esiste il viaggio nel tempo!

In Men in Black III, uscito a distanza di dieci anni dal precedente film, si è deciso di mettere da parte la corsa all'esagerazione in favore di uno sviluppo narrativo maggiormente in linea con il primo capitolo, scelta che a conti fatti è risultata vincente, per via di una trama originale e ricca di colpi di scena. Puntare su un aspetto totalmente inedito per la saga, cioè quello relativo al viaggio nel tempo, ha portato all'intero franchise una ventata d'aria fresca, bisognoso sicuramente di rinnovarsi e svecchiarsi.
Anche optare su un villain sopra le righe ha contribuito alla riuscita del film; Boris l'animale, criminale alieno catturato in passato da K ed esiliato in una prigione speciale sulla Luna, risulta un cattivo ben caratterizzato, tanto a livello psicologico quanto da un punto di vista di semplice design.

Lo stesso azzardo di dedicare pochissimo minutaggio all'agente K che tutti conosciamo, in favore della sua versione giovanile interpretata da Josh Brolin, è sicuramente un punto a favore dell'intera operazione, capace ancora una volta di mescolare le carte in tavola per non fornire alcun punto fermo allo spettatore.
Grazie al viaggio nel tempo dell'agente J alla fine degli anni '60, durante la visione del film è nuovamente possibile lasciarsi catturare dal sense of wonder presente soprattutto nella prima pellicola, grazie alle numerose sequenze spassose capaci di fare un ritratto tanto irriverente (quanto non scontato) dell'America di ormai cinquant'anni fa, in cui realtà storica e finzione in salsa sci-fi diventano un tutt'uno.

Il terzo capitolo, pur quindi senza rinunciare a tutti gli aspetti caratteristici del franchise, ha scelto di puntare ancora più che in passato sulla caratterizzazione psicologica dei personaggi, ponendo ancora una volta il confronto generazionale alla base di tutto, intessendolo però di una nota maggiormente malinconica rispetto a quanto visto in precedenza.
Il film ha quindi il compito di mostrare allo spettatore la maturazione definitiva dell'agente J, che da recluta inesperta (e spesso inconsapevole del proprio potenziale) qui diventa l'agente MIB definitivo, capace di districarsi tra le numerose difficoltà remando letteralmente contro tutto e tutti per salvare il proprio miglior amico e collega di una vita.
L'atto conclusivo della trilogia quindi, pur forse senza arrivare ai fasti del primo, iconico episodio, risulta un'opera assolutamente godibile, capace di chiudere nel migliore dei modi la storia degli agenti J e K, uniti da sempre da una grandissima, e sincera, amicizia.

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