Matteo Garrone tra fiaba e realtà: cosa aspettarsi dal suo Pinocchio

Dopo il clamoroso successo di Dogman, il regista romano torna al mondo della favola nostrana, interfacciandosi con l'immortale racconto di Collodi.

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Fresco vincitore di ben nove David di Donatello, a quasi un anno di distanza dal suo arrivo nelle sale, il Dogman di Matteo Garrone continua a stupire il pubblico italiano e internazionale grazie alla sua potenza visiva e concettuale. È un film che affonda le radici in una realtà degradata e la veste da fiaba, quella del cacciatore e del lupo, una delle più classiche.
Un racconto che sedimenta la sua natura sotto quintali di cemento abusivo, furti e una violenza psicologica dal più forte al più debole. Una storia di crescita in senso a-morale, sempre umana ma corrotta dall'esigenza concreta e dalla povertà, dal bisogno di sentirsi al sicuro, di proteggere "il villaggio dal lupo cattivo".

Lo fa spesso, Garrone: dipinge una realtà decadente di pennellate oniriche e quasi sognanti, così da raccontare gli ultimi come se fossero principi neri di inusuali racconti di formazione popolare, quartieristica, semplice. Non gli interessa la borghesia, perché vuole affondare le mani in un'etica fangosa e nel ristagno morale che affligge delle anime deboli e in continuo mutamento, così da soppesarne vizi e virtù, partendo tanto da loro quanto dalla realtà che li circonda e li plasma.
Lo ha fatto con Gomorra e ancora meglio con Reality, soffermandosi per altro su di un profondo senso di distacco dal mondo concreto come alienazione salvifica ma deleteria, la stessa che permea in qualche modo anche Dogman, con Marcello che guardando il sole sorgere sul suo piccolo mondo si sente sollevato per aver messo fine alla vita del predatore in agguato.

La novella garroniana

Questa dualità dello spirito umano il regista romano ha anche cercato di indagarla nel suo Il Racconto dei Racconti, prendendo delle novelle crude e tematicamente esasperate, andando a sovvertire il canone finale della fiaba - questa volta lontana dalla realtà - e impedendo ai protagonisti un sontuoso "per sempre felici e contenti". La vita è sacrificio e dolore, lo stesso che permette di godere appieno dei brevi sprazzi di felicità, anche se raggiunti tra sangue e lacrime, tradimenti o sfide impossibili. Certo non in modo così estremizzato, un concetto tanto solido quanto importante come questo ha cercato di sottolinearlo anche Carlo Collodi alla fine del 1800 con il suo Pinocchio, uno dei più importanti e immortali racconti mai scritti con il quale adesso si interfaccerà anche Garrone, trasponendolo al cinema.
Non è il primo e neanche l'ultimo, tant'è che sono in lavorazione anche un Pinocchio animato in salsa dark di Guillermo Del Toro e un adattamento del classico Disney, ma questo dell'autore capitolino sembra essere al momento il più interessante e anche il primo in dirittura d'arrivo.
La fiaba del Burattino di Legno divenuto bambino vero è tra i più grandi romanzi di formazione di sempre, che come spiegavamo con toni e personaggi sui generis ha saputo imporsi nell'immaginario collettivo per una determinante forza nella trattazione di svariati argomenti.
C'è l'amore paterno, il senso della vita, il valore dello studio, il tradimento, il giudizio affrettato e persino un'antesignana e velata condanna dell'ignoranza: una storia brillante scritta con grazia prosaica e cura di immagini retoriche e tempi del racconto, per questo eterna e sedimentata nella culla culturale della collettività.

Adattare Pinocchio è una sfida che in pochi hanno preso seriamente, su tutti forse Comencini con la sua miniserie televisiva, ancora oggi tra le migliori trasposizioni della storia. C'è poi ovviamente il Pinocchio della Disney, dove si perdeva però quel senso di paesanità e di riduzione universale a stilemi nostrani, forse per l'impronta cartoonesca o perché prodotto dalla Casa di Topolino.
L'impresa di Garrone è adesso quella di costruire un'impalcatura tematica e narrativa che si possa dire fedele alla fiaba originale, guardando quindi a Comencini e non a Roberto Benigni, che per l'autore dimentica i panni di Pinocchio, veste quelli di Geppetto e torna al cinema dopo sette anni da To Rome With Love.

Deve esserci un senso del dramma variopinto e sferzato da un vento di leggera commedia, con un uso dell'artigianale misto a effetti visivi che speriamo possa bissare la bellezza estetica de Il Racconto dei Racconti, andando a plasmare nuovamente il genere in Italia.
Soprattutto l'augurio è quello di poter ammirare una sequenza dopo l'altra la mano invisibile del regista, quel suo innato intuito nel riuscire a inquadrare il corpo di un attore scavandogli dentro, tirandone fuori ogni gamma d'emozione necessaria a dare valore e cuore alla scena.

Pinocchio potrebbe rappresentare per Garrone la prima grande crasi stilistica della sua carriera, l'unione essenziale, mirata e funzionale della sua autorialità, tanto tematica quanto stilistica, legata dunque alla fotografia, agli schemi di ripresa e alla guida plastica dei suoi attori, che diventano - come ogni interprete dovrebbe - burattini nelle mani di un burattinaio eccezionale.
La realtà che diventa fiaba e viceversa, il tangibile trapassato dalla fantasia, nel progetto forse più rischioso e coraggioso di un regista che non ha più la necessità di dimostrare niente a nessuno, ma soltanto l'esigenza di esprimere i suoi bisogni artistici e intagliare un sogno bambinesco in un grande film. (Foto in copertina di Greta de Lazzaris)

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