Speciale Mary Poppins 2: uno sbaglio madornale?

La Walt Disney Pictures ha annunciato il sequel di Mary Poppins, 51 anni dopo il successo firmato Stevenson: vi spieghiamo perché, al di là della critica ai remake, questa può rivelarsi essere una pessima idea.

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Non era il 1964, ma era il 2013. Non era Robert Stevenson, ma era John Lee Hancock. Perché Saving Mr. Banks, a oggi, ha una valenza storica - non cinematografica - più importante di Mary Poppins, il primo film a tecnica mista che Walt Disney volle produrre, superando e vincendo numerosi ostacoli imposti da Pamela Travers, l'autrice della saga di romanzi cui il più premiato cineasta della storia del cinematografo riuscì a strappare i diritti. La pellicola di Hancock, che ha visto per la prima volta un attore vestire i panni di Walter Elias Disney, nel dettaglio Tom Hanks, ha offerto a tutti i profani del verbo della tata australiana una spiegazione fondamentale e limpida del messaggio che la Travers voleva inviare a tutti gli spettatori, un messaggio che venne messo nella bocca di Dick van Dyke nella pellicola del '64 da Don Da Gradi, firmatario della sceneggiatura, ma che non a tutti arrivò. Mary Poppins non andava a salvare i bambini: Mary Poppins andava a salvare George Banks. Accadeva nel 1964, non potrà accadere nuovamente: poiché la figura del padre di famiglia è stata riabilitata agli occhi del pubblico, ci sono validi motivi per rifiutare il sequel della pellicola che la Disney, 51 anni dopo, si prepara a realizzare. Motivi che elenchiamo di seguito.

I tempi cambiano, i capolavori restano

A dare vita a George Banks, un bancario fortemente legato al credo inglese della bombetta e dell'ombrello, dell'investimento nella grande banca d'Inghilterra, che assicura sicurtà sopra ogni limite, fu David Tomlinson, in quella che fu la sua ultima summa di carriera, seguita da un vezzo di Stevenson in Pomi d'ottone e manici di scopa, dove il regista riuscì a ricreare la coppia che avrebbe già voluto in Mary Poppins con Angela Lansbury. Ma questa è un'altra storia. Tomlinson nei suoi 134 minuti di film riuscì a interpretare perfettamente quella che era l'idea di Walt Disney sul padre della famiglia Travers, scevro dai problemi di alcolismo e conseguenti difficoltà sul lavoro, con licenziamenti su licenziamenti. «George Banks sarà riabilitato agli occhi del pubblico» diceva Tom Hanks. Così fu. David Tomlinson, dopo una vita di stenti e di proibizionismo verso i propri figli, costretti a una rigida e quantomai punitiva esistenza nella villetta anglosassone, al termine della pellicola accomoda l'aquilone ai suoi pargoli, quell'aquilone che all'inizio del film era costata una grande paura ai genitori Banks e un sontuoso rimprovero alla prole. E un cucchiaio di zuppa all'agente Jones. Raggiungono il parco e le notizie sono due: Mr. Dawes, il direttore della banca, è morto di risate per quella gamba di nome Smith, e di Mary Poppins nessuno più si ricorda, perché George Banks è stato riabilitato, sia agli occhi del pubblico sia agli occhi dei figli. A ricordarsene, di Mary, è rimasto soltanto Bert.

Bert era Dick van Dyke, ora un arzillo novantenne che di recente ha anche danzato in un videoclip del gruppo americano Dustbowl Revival, all'epoca un troppo bistrattato giocoliere delle gambe, che la Travers avrebbe volentieri sostituito con Fred Astaire. Walt Disney no: volle van Dyke, volle i pinguini, volle gli spazzacamini, volle che quello sconosciuto attore americano rappresentasse il deus ex machina dell'intera vicenda di Mary Poppins, un'irripetibile spaccato del romanticismo londinese, della bellezza dell'uomo che la gioia ti dà. Basta dargli la mano. È palese che oggi riproporre Bert nel sequel della Disney non avrebbe molto senso, a meno che non si voglia perseguire l'idea che l'artista di strada sia rimasto lì, a Londra, in viale dei Ciliegi: a far cosa, però, se Mary Poppins non c'è più? Se lo zio Albert, nel frattempo ipotizziamo defunto, non c'è più? Bert era, e rimarrà per sempre, una figura irripetibile del successo di Walt Disney, di quel romanticismo che ha pervaso la carriera del cineasta e che oggi, con l'esperienza moderna, sicuramente non potremmo sopportare né digerire. Perché agli artisti di strada non siamo più abituati, perché le generazioni attuali non coglierebbero la relazione che intercorreva tra la tata e lo spazzacamino, perché spazzare i camini, ormai, non si usa più.

Quello che meno è noto al pubblico è che la Travers, dopo la morte di Disney, iniziò a lavorare allo script di un sequel di Mary Poppins, basato su un'altra delle sue storie: sarebbe dovuto arrivare negli anni '80, con addirittura Michael Jackson nel cast, probabilmente per replicare il successo di Bert: non se ne fece niente, per chissà quale motivo, ma non se ne fece niente. Ora ci troviamo dinanzi a questa nuova idea che vuole la storia prendere piede vent'anni dopo la partenza di Mary Poppins: ci troviamo nel post 1929, quando l'Inghilterra attraversa il periodo di ripresa dopo l'ultima depressione figlia della Prima Guerra. L'ammiraglio Boom, si ipotizza, non spara più, non segna più l'orario e in casa Banks non bisogna più prendere i posti di manovra. I bambini di casa sono cresciuti, ma c'è un particolare, forte.

La memoria di Michael Banks, Matthew Garber, in questi 51 anni è stata rigorosamente preservata dalla major americana: nel 2004, infatti, l'allora giovanissimo attore venne proclamato una Disney Legend, insieme con Karen Dotrice, sorella di pellicola, ma lo divenne postumo. Garber, infatti, all'età di 21 anni, 13 anni dopo Mary Poppins, morì d'epatite in India, segnando un solco nella storia degli attori che hanno fatto la storia dell'industria americana. Michael Banks non può tornare in vita ora, 51 anni dopo, resuscitando quel Garber scettico e diffidente nei confronti della magia della Poppins, che spiava sotto la borsa per antonomasia cercando l'inganno che permetteva alla tata di estrarre un'intera piantana.

Il sequel di Mary Poppins, inoltre, andrebbe a compromettere un altro punto saliente della storia Disney: i fratelli Sherman. Robert nel 2012 ha purtroppo smesso di comporre, morendo a quasi 90 anni, Richard invece si gode la sua vecchiaia dopo aver composto una colonna sonora da Oscar. Hancock racconta che quando i fratelli Sherman fecero sentire a Pamela Travers la meravigliosa "Let's go fly a kite", la freddissima autrice australiana si commosse e iniziò a danzare con Da Gradi pensando a quell'aquilone riparato, al padre che dopo tanti problemi aveva deciso di far volare il più in alto possibile, nell'atmosfera, quel pezzo di carta colorato. Fu in realtà una finzione scenica, perché la Travers si commosse soltanto per "Feel the Birds" (in italiano localizzata come La cattedrale), che fu anche la preferita da Disney, ma soprattutto, la Travers, non danzò. Resta il lavoro dei Fratelli, che ancor prima di George Bruns, ancor prima di Alan Menken, avevano dato ai Classici quel tocco di magia e di musicalità che ha fatto storia nel cinema. Verranno sostituiti da Marc Shaiman e Scott Wittman, autori di canzonette - non ce ne vogliano - della colonna sonora di Hairspray. Un insulto alla memoria degli Sherman, a quel Supercalifragilistichespiralidosus, a quelle due settimane impiegate per creare questa parola, a quella meravigliosa "Let's go fly a kite", che forse non ha commosso la Travers, ma ha commosso generazioni, con quell'aquilone.

Mary Poppins, come Walt Disney lo volle, fu un capolavoro. Fu un irripetibile esperimento vincente, un dono fatto al cinema, ma ancor prima a Pamela Travers, che col suo romanzo non era riuscita a trasmettere lo stesso messaggio che riuscì a fare Disney. Come con Peter Pan, verrebbe da azzardare. Fu una rispettosa trasposizione cinematografica della dissacrante storia che l'autrice australiana aveva vissuto nella sua famiglia, nella sua disgraziata infanzia accanto a un padre dilaniato dall'alcolismo. Walt Disney quando convocò la Travers a Los Angeles non dovette lottare per alcun diritto: li aveva già. L'autrice lo raggiunse solo per valutare lo script, per contestare alcune scelte, per sottolineare alcuni aspetti che Walter non avrebbe comunque mai cambiato. Non siamo dinanzi a un vezzo registico o industriale desideroso di far rinascere un Classico Disney sottoforma di live action o di proporne un sequel, che sia La Sirenetta 2, Peter Pan 2, La Bella e La Bestia Un Magico Natale, per citare i tre più terribili esperimenti dell'industria: siamo dinanzi a Saverio Costanzo che vuole realizzare il remake di Nuovo cinema Paradiso; ma senza dover necessariamente scomodare nulla di più vicino alle nostre corde italiane, siamo dinanzi alla Walt Disney Pictures che vuole realizzare il remake di Mary Poppins di Walt Disney. Una follia?

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