Il Marvel Universe spiegato bene: viaggio dai fumetti al MCU

Il fumetto di casa Marvel ha passato numerosi cambiamenti e rivoluzioni, ma il presente e il futuro si chiamano MCU e crossmedialità.

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"It's a long, long way down on your own/It's a long, long way out", cosi cantavano i Black Rebel Motorcycle Club in un meraviglioso album del 2010, con una deliziosa canzone interamente guidata da un ossessivo giro di pianoforte. E ci rendiamo conto che in fondo sia un modo alquanto sdolcinato, ma per certi versi riassume perfettamente la storia della Marvel come casa editrice, in particolar modo i primi decenni. Bisogna davvero andare fino in fondo con le proprie idee e crederci il più possibile, anche quando il mondo sembra essere già andato avanti o il medium a cui stai dedicando la tua vita è impantanato in una fase embrionale che, per quanto fisiologica, non vuole sentirne di trovare nuovi sbocchi.

Perché adesso, a distanza di oltre 80 anni, è veramente troppo facile e scontato affermare che alla fine la celebre intuizione di Stan Lee, quei supereroi con superproblemi, abbia avuto successo. Così come nel 2021 è banale credere che il Marvel Cinematic Universe sia qualcosa da prendere sottogamba, un insieme di piccoli film interconnessi e poco più. Dietro ogni grandioso successo c'è sempre un immenso background fatto di fallimenti, tentativi a vuoto, invenzioni geniali e cadute di stile disastrose, e la Casa delle Idee non è da meno.

Prologo Marvel: Timely e Atlas Comics

Curiosamente, però, la Marvel non ha iniziato la sua storia con questo nome: la compagnia che venne creata nel 1939 da Martin Goodman si chiamava infatti Timely Comics, e debuttò ufficialmente nell'ottobre di quell'anno con il celebre Marvel Comics #1.

Facendo un paragone con l'universo videoludico, potremmo comparare questo periodo alla fase Pong, ovvero qualcosa di embrionale e che tuttavia lasciava già intravedere un potenziale straordinario; se Pong riuscì infatti a conquistare il mondo e a fargli sognare grandiose realtà virtuali a base di pixel, la Timely Comics manifestava la promessa di infinite avventure ricche di eroi e villain sorretti dalla forza della fantasia, di andare oltre ciò che è possibile sperimentare nella vita di ogni giorno. Cosa c'è di male nel mettere tra parentesi il mondo per 20-30 pagine e dare sfogo alla nostra immaginazione? Ecco cosa vendeva la Timely Comics nella cosiddetta Golden Age dei fumetti, senza eccessivi giri di parole o particolari strutture narrative, bensì puntando sull'assoluta semplicità e accessibilità. Non erano altro che la Torcia Umana - un androide capace di avvolgersi nelle fiamme durante le prime pubblicazioni - e Capitan America pronti a combattere contro il cattivone di turno o, se si voleva andare sul complesso, appariva il primo antieroe Marvel, Namor il Sub-Mariner.

Ed è proprio alla Timely Comics che iniziò a lavorare un giovane dalle belle speranze, un certo Stanley Lieber, che scriveva sotto lo pseudonimo di Stan Lee. L'inizio di una favola diretta e romantica? In verità no, poiché paradossalmente la Golden Age non aveva tanto di dorato e soprattutto i fumetti supereroistici andarono subito fuori moda dopo la Seconda Guerra Mondiale, nonostante i numerosi tentativi di rivitalizzarli nella metà degli anni ‘50.

La Torcia Umana e Capitan America sembravano aver già stancato il pubblico e, se magari era un andamento preventivabile per Steve Rogers, che forse ricordava un po' troppo da vicino una guerra che non solo l'America ma il mondo intero stava cercando di superare, l'inedito gusto predominante colpì invece di sorpresa le altre testate. Cosa restava da fare per tamponare una crisi del genere?

Come qualunque azienda nel mondo dell'intrattenimento in momenti di difficoltà, la Timely, rinominata Atlas Comics, non fece altro che seguire i trend più in voga del momento, concentrandosi principalmente su racconti horror e western. Stan Lee stesso, tra l'altro protagonista del fallito rilancio di Cap all'epoca, nel ricordare quegli anni parlava di sopravvivenza, di un'azienda che rimase a galla solo perché riusciva a dare in pasto al mercato storie in modo veloce, economico e dalla qualità a malapena accettabile.

Fase 1: supereroi con superproblemi

Gli anni ‘50 furono letteralmente un pantano per l'industria, in totale affanno su come far progredire un medium e a che tipo di pubblico puntare. Recuperando l'analogia con i videogiochi, siamo di fronte a un fenomeno simile al crollo del 1983: vi erano ormai tantissime testate di diversi editori che, invece di offrire varietà ed evoluzione, saturavano il mercato con gli stessi argomenti, archetipi e schemi strutturali.

In assenza di sbocchi innovativi, non c'era alternativa al fallimento o alla magra sopravvivenza. Tutto ciò cambia nel 1961 grazie alla spinta della rivale DC, che era riuscita a trovare un modo soddisfacente di riportare in auge i supereroi, e la risposta della Marvel - come ufficialmente denominata dal giugno di quell'anno - non si fece attendere, per mezzo dell'idea geniale di Lee. Sì, i già menzionati supereroi con superproblemi; uno slogan che racchiude un ripensamento globale del fumetto, pronto finalmente a uscire dalla sua comfort zone per la prima volta e addentrarsi in quella che venne definita la Marvel Age of Comics. Un processo iniziato con il leggendario The Fantastic Four #1, già capace di mettere in mostra uno dei tratti distintivi della prima Marvel, ovvero il recupero di storiche proprietà intellettuali per dargli una rinnovata luce - e stiamo ovviamente parlando della Torcia Umana. Ma in cosa consisteva esattamente la svolta di Lee? Innanzitutto, vi è alla base una precisa direzione di marketing: il target non è più rappresentato dai giovanissimi, bensì da lettori più adulti e possibilmente cresciuti leggendo la Timely Comics.

La nostalgia è da sempre un trend, non è un aspetto tipico dell'attuale società ed è antica quanto l'umanità stessa. Da questa base si è sviluppato un abbandono progressivo dei prevalenti topoi del fumetto, come i continui bisticci e battibecchi infantili o la pedante e frustrante dicotomia tra bene e male, nonché la voglia di declinare l'immancabile identità segreta in altri versi. I Fantastici 4, ad esempio, coprono tutte queste basi, poiché sono delle celebrità che non nascondono nulla e hanno difetti marcati, in diretto contrasto con la perfezione assoluta dei primi decenni.

Lee voleva sovvertire qualunque aspettativa, mettere sotto i riflettori dei mostri che sembravano villain quali Hulk o La Cosa e ridefinirli come eroi, voleva spostare l'attenzione su problemi con cui chiunque poteva realmente relazionarsi. E infatti ecco apparire il climax supremo dell'ultimo tratto, il sontuoso Peter Parker che ancora oggi è uno dei portabandiera più riconoscibili non solo della Marvel, ma del fumetto stesso. Spiegare in poche parole la rivoluzione estrema che The Amazing Spider-Man ha portato è una missione impossibile, è il momento in cui la storia del medium cambia definitivamente, pari alla rivoluzione copernicana o la scoperta dell'America.

Fase 2: un nuovo stallo

Come se ciò non bastasse, Lee e il suo allora fidato collaboratore Jack Kirby - anche lui altro grandioso innovatore in quegli anni - tentarono di sfruttare anche il contesto storico che li circondava e usarlo da fonte di ispirazione. I Fantastici 4 nascono da una società chiaramente in piena Guerra Fredda e la conseguenza fu giungere a trattare tematiche di una profondità fino ad allora impensabile.

Furono anni di sperimentazioni, di continui giochi e stravolgimenti dei ruoli classici cui il pubblico era abituato, e la prima Saga del Clone dell'Uomo Ragno o l'aracnofobia di Doc Ock, in un'operazione quasi meta-fumettistica dove l'operato dello stesso Spidey veniva messo in dubbio, sono esempi magistrali di ciò. Ma non fraintendete, siamo ancora ben lontani dalla complessità che i comics contemporanei hanno palesato ampiamente di poter ottenere, basti pensare che in uno dei loro primi incontri Spider-Man sconfigge Sandman usando un aspirapolvere.

È una fase fisiologicamente giovanile, ricolma di escamotage che scatenano solo fragorose risate nel lettore di comics odierno, almeno nella maggior parte dei casi, eppure è un dato che non toglie nulla alla poderosa rivoluzione di Lee. Per riportare in auge i supereroi c'era bisogno di azioni audaci mai pensate prima, condensate nella line-up Marvel di quel periodo con le apparizioni degli X-Men, di personaggi clamorosi come Doctor Strange, Iron Man, Daredevil e villain del calibro di Doctor Doom, Magneto, Galactus e Loki.

Un successo forse irripetibile per molti versi, cui tuttavia la Marvel non diede seguito, sedendosi eccessivamente sugli allori. In quasi due decenni, infatti, il fumetto seguirà pedissequamente le orme tracciate da Lee e, per quanto avessero messo in moto un radicale cambio di rotta, negli anni ‘70 tornò a sentirsi un'aria di stantio, di ripetizione fine a sé stessa che portò a un'altra crisi anche a causa di alcuni problemi di distribuzione, con testate che improvvisamente iniziarono a vendere numeri sconcertanti.

Cosa era richiesto al fumetto? Un ulteriore salto di qualità, la temerarietà di portare fino in fondo i concetti che ormai permeavano i contenuti da tempo, ma mai lasciati liberi di esplodere per timore di andare fuori strada e non accontentare nessuno - e l'esempio fallimentare targato Razorline con al timone Clive Barker anni dopo ne è la dimostrazione più evidente.

Non più allora stravolgere la ruota o alternarla in salse giusto un po' diverse, con il più banale che ci viene in mente; era necessario portare a galla completamente e senza paura di filtri o ripercussioni le sue potenzialità. Ed è qui che entrò in gioco un signore chiamato Frank Miller, assunto per ridare linfa a Daredevil all'alba del nuovo decennio, che fino ad allora nell'immaginario comune rivestiva i panni di una copia di Spider-Man con problemi alla vista. È un'iperbole, è ovvio, ma inquadra bene la problematica.

Fase 3: Rinascita e maturazione definitiva

Nel 1986 esce Rinascita, un capolavoro sublime che si estende molto oltre il fumetto e su cui ad esempio la serie Netflix dedicata a Matt Murdock ha basato la sua totalizzante terza e purtroppo ultima stagione che trovate descritta nella nostra recensione di Daredevil 3. È un albo di una crudezza e libertà stupefacenti, una vera e propria riscrittura integrale che dà vita da solo al Diavolo di Hell's Kitchen oggi adorato da milioni di fan.

È soltanto l'inizio di una metamorfosi a cascata della durata di all'incirca una decina di anni, da cui fuoriuscirà il fumetto contemporaneo: gli X-Men iniziano a lanciarsi profondamente nelle loro tipiche tematiche di xenofobia e discriminazione; Miller continua a sfornare racconti memorabili quali L'Uomo Senza Paura o le avventure di Elektra; vengono creati nel giro di un lustro personaggi visceralmente violenti come Venom e Carnage - è difficile al giorno d'oggi immaginare quanto un albo squisitamente furioso e goduriso come Maximum Carnage, datato 1993, fosse impensabile solo un paio di anni prima. Todd McFarlane reinventa l'Uomo Ragno in uno dei periodi più illuminanti della sua intera cronistoria editoriale; escono storie ancora oggi fondamentali per ogni amante del fumetto, tra un L'Ultima Caccia di Kraven o la seconda Saga del Clone; la Marvel si lancia con determinazione, dopo l'esperimento Secret Wars, nei crossover colossali con la trilogia dell'Infinito.

Ed è solo una ricostruzione parziale di ciò che ha contraddistinto uno dei momenti più fecondi per la Casa delle Idee, e i fumetti che leggiamo ora sono inevitabilmente figli di quel processo, slegato da architetture arcaiche e costrizioni giovanili che qualunque medium di fatto attraversa.

È l'esplosione definitiva, il segno lampante di una maturità raggiunta e la sensazione che il tanto decantato Marvel Universe abbia una volta per tutte conquistato una tangibile concretezza, non limitandosi ad accenni o riferimenti sparsi in molteplici testate. Quegli eroi e quei villain vivevano davvero nello stesso mondo e i crossover rappresentavano - e in parte tuttora rappresentano - l'apice quasi commovente di siffatte ambizioni. Un momento esaltante, da cui la Marvel in un certo senso provò di aver imparato dai suoi precedenti errori, poiché non si limitò a crogiolarsi nel successo ottenuto: carpe diem, l'attimo era esemplare per tastare, se non invadere a tutto spiano, altri terreni e ci stiamo naturalmente riferendo al cinema, alla crossmedialità. Non che prima non ci fossero stati dei tentativi, alcuni anche di notevole riuscita per riscontro del pubblico, come i lungometraggi dove apparivano Strange o il buon Cap, ma erano progetti destinati unicamente al mercato tv mentre Stan Lee sognava molto più in grande.

Sulla carta sembra veramente un preludio all'attuale Cinematic Universe o quantomeno a un suo curioso antenato; e non nascondiamo che una timeline alternativa nella quale un universo condiviso targato Marvel avesse preso forma e vita nel 1980 stuzzica molto l'immaginazione, con quel look un po' vintage e rustico, per così dire, per quanto riguarda gli effetti speciali.

Fase 4: la lunga marcia della crossmedialità

La realtà fu tuttavia ben diversa poiché, nonostante i proclami, la Marvel non fece altro che cedere i diritti a vari studios e i risultati si rivelarono scadenti, frutto di mancata supervisione, obblighi contrattuali ambigui e produzioni travagliate - Howard e il destino del mondo e l'atroce Frank Castle di Dolph Lundgren rispettivamente del 1986 e 1989 sono disastri difficili da dimenticare, marchiati a fuoco nelle retine di chiunque li abbia ammirati.

Iniziarono allora a rincorrersi voci sempre più insistenti su una presunta impossibilità di dar vita a film soddisfacenti basati sui supereroi, visto che anche l'epopea dell'Uomo d'Acciaio della rivale storica aveva attraversato risvolti non esaltanti - ed è un eufemismo quando il pensiero rincorre Superman 4. Sono propaggini i cui echi si sono perpetrati vivi e vegeti anche in periodi insospettabili e lo spento Daredevil di Ben Affleck - con tanto di spin-off che massacra il senso del personaggio di Elektra e gli albi di Miller - o lo scult Ghost Rider con Nicholas Cage sono testimonianze preziose in tal senso; arrivati nelle sale quando Raimi e la saga degli X-Men avevano già smantellato i pregiudizi del più hardcore dei detrattori.

Realizzare cinecomic di qualità, sia cinematografica che commerciale, era possibile; il cambiamento di percezione portato proprio dai mutanti di casa Fox e dall'Uomo Ragno di Tobey Maguire rappresenta un capitolo imprescindibile nella storia della crossmedialità, e in quanto tale riveste un'importanza critica formando, retroattivamente, un piccolo prologo alla più pervasiva tendenza presente oggi nel mercato.

Insomma, all'alba del nuovo millennio i supereroi dilagano nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, certamente con risultati alterni poiché l'evoluzione degli X-Men si è a un certo punto scontrata con la mediocrità sconcertante dei tentativi di portare su schermo un personaggio superbo come Apocalisse (ve lo raccontavamo nel nostro speciale su X-Men Apocalisse) o adattare la formidabile Saga della Fenice Nera.

Al contempo Raimi, che già aveva forgiato una versione molto personale e poco fumettistica di Peter Parker, si è fatto divorare dalle pressioni della compagnia, volte a sovraccaricare il divisivo Spider-Man 3, e dalle sue stesse ambizioni smodate - allontanare l'Uomo Ragno dal concetto di responsabilità derivante dalla morte di Zio Ben era forse un'operazione eccessiva o fin troppo futuristica, chissà.

Ciò non annichilisce né tantomeno svilisce l'evidente ed entusiasmante sviluppo della crossmedialità, anche se costellato ancora da diverse produzioni dal gusto discutibile, e un certo simbionte con il volto di Tom Hardy guida questa allegra brigata, caratterizzata spesso e volentieri da una pigrizia desolante nel voler comprendere a fondo alcuni personaggi; sviluppo che, com'è noto, è poi sfociato in un Leviatano chiamato Marvel Cinematic Universe, manna dal cielo per i fumetti da un lato e dall'altro un ulteriore schiaffo alla loro eredità.

Fase 5: il presente e il futuro del fumetto crossmediale

Gli ultimi 15 anni della storia dei fumetti, infatti, sono stati incredibilmente intricati e stratificati: l'indimenticabile crescita del medium ha prevedibilmente portato ad alcune run di rottura, come ad esempio il The Amazing Spider-Man di Straczynski, che stravolgeva in modi a volte inutilmente eccessivi e compiaciuti l'ecosistema di Peter Parker.

Si è sentita più che mai l'esigenza di dover rinnovare in profondità i nomi storici della Marvel tramite scelte non sempre lungimiranti e reboot continui - si passa dalla geniale creatività in continua espansione su cui è fondato lo Spider-verse allo scatenare reazioni violente in buona parte della fanbase di Hulk quando si nomina Amadeus Cho, fino alle estenuanti e sempre più rapide riproposizioni di Captain Marvel; in generale il concept di molti protagonisti della Casa delle Idee appare superato e si sono per questo verificati un quantitativo immane di passaggi di testimone. Basta prendere sotto esame la saga che celebra gli 80 anni di Capitan America, il cui focus sembra proprio essere il senso di Steve Rogers nel 2021. È una fase di stallo, impattata fortemente dalla presenza del MCU, rigeneratore imprescindibile di molte realtà editoriali ma al contempo quasi un insuperabile competitor, un macigno che grava sulle spalle dell'editoria nel momento in cui da forza trainante passa a elemento di comparazione.

Chiunque abbia fatto parte del mondo dei comics conosce la clamorosa rinascita della testata di Iron Man seguita all'omonimo esordio del MCU targato 2008 o la metamorfosi integrale subita dai semi-sconosciuti Guardiani della Galassia, guidati al successo dalla concomitanza tra la pellicola di Gunn e l'arco di un vecchio volpone come Brian Michael Bendis - che oltretutto da uno specifico punto in poi riprende pari pari le atmosfere e l'estetica del film. Ma gli esempi si possono facilmente moltiplicare, Phil Coulson è stato creato appositamente per l'universo condiviso e da allora non ha più abbandonato i fumetti, disegnato il più delle volte con le fattezze dell'attore che lo interpreta, Clark Gregg.

Queste sono le intromissioni positive, capaci di rivitalizzare proprietà intellettuali dimenticate da eoni e vanno a consolidare uno scambio fertile, poeticamente una proficua corrispondenza di amorosi sensi che rende migliori e più emozionanti entrambe le parti. D'altro canto, è amaramente vero che la cosiddetta formula Marvel può prendere il sopravvento: già alcuni capitoli del MCU in momenti chiave si sono adagiati sulla vigoria mediatica del marchio che portano e, di riflesso, è capitato lo stesso anche su carta. In poche parole, come elemento di paragone questi blockbuster si trasformano in titani che i fumettisti a volte hanno paura di affrontare.

Ecco l'augurio che ci sentiamo di indirizzare al fumetto nella sua impresa crossmediale, quello di trovare una via di mezzo sostenibile tra l'ispirazione e la propria indipendenza, poiché ai nostri occhi è davvero la sfida del futuro.

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