Martin Scorsese omaggia il nostro cinema: l'incontro con il grande regista

L'influente e premiato autore ha incontrato il pubblico alla Festa del Cinema di Roma, tenendo una vera e propria lezione di cinema.

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Non sono servite molte parole per presentare al pubblico della Festa del Cinema di Roma il grande, esuberante e geniale Martin Scorsese. Attraverso il suo cinema fatto di intuizioni, costruzione e ricercatezza, il regista di capolavori come Quei bravi ragazzi, Taxi Driver o The Departed si è infatti saputo imporre sulle scene mondiali come uno degli autori più influenti e ispirati degli ultimi 50 anni di storia del cinema.
Una vera e propria mina vagante tra i generi, Scorsese, che dal 1967 a oggi ha confezionato produzioni che hanno spaziato dal crime alla commedia, dal dramma religioso fino al thriller e all'horror, sempre con grande conoscenza del mezzo cinematografico, con una passione intima e pulsante per la celluloide, un amore avvolgente, totalizzante. E ospite di Antonio Monda per la Tredicesima Edizione della Festa del Cinema capitolina, il fenomenale cineasta ha voluto condividere con i suoi ammiratori una parte importante di questa sua calorosa relazione con il cinema, raccontando ai presenti in sala gli anni della sua formazione registica.
Per farlo ha però scelto specificatamente nove film italiani, quelli che sono stati per lui i titoli più importanti, essenziali per la sua crescita professionale e umana, che scopriamo essere quasi tutti appartenenti alla corrente neorealista, dalle opere di Vittorio De Sica e Federico Fellini, passando da Michelangelo Antonioni fino a Roberto Rossellini e Pietro Germi. Un lungo e sorprendente viaggio che ha assunto ben presto i connotati di una grande e illuminante lezione di cinema da parte di uno dei più importanti maestri della Settima Arte.

"Il neorealismo è vita, non cinema"

Prima di iniziare, il Direttore Artistico della Festa, Antonio Monda, ha voluto specificare: "Inizialmente le clip dovevano essere cinque. Poi sono diventate sette. Poi otto. Quando Martin mi ha chiamato per chiedermi se fosse possibile arrivare a nove, l'ho dovuto pregare di fermarsi prima di aggiungerne una decima". È fatto così, Scorsese: iperattivo, frenetico. Come ha detto anche Cate Blanchett pochi giorni fa sullo stesso palco, "lessicale ed esilarante". Un uomo appassionato del suo lavoro sin dalla più tenera età, quando viveva nella Little Italy di New York insieme alla sua famiglia di origini siciliane.
L'incontro è così partito proprio dalla sua infanzia vissuta a Elizabeth Street, a Manhattan, in un quartiere dove "potevi unirti alla gang del posto o farti prete", tutto sempre mediato attraverso il cinema neorealista italiano, a seguito della prima clip, quella dell'Accattone di Pier Paolo Pasolini, "un film che ha cambiato la mia vita" dice il regista. "L'ho visto nel 1963 al New York Film Festival. È stata un'esperienza potentissima. Sono cresciuto in un quartiere difficile e il mio primo film è stato un titolo di Elia Kazan, ma era un film studio. In Accattone invece vedevo delle persone con le quali identificarmi. Al tempo, per me, Pasolini veniva fuori dal nulla. Mi colse di sorpresa, soprattutto la santità che permeava l'intero film. Una pellicola davvero shock, perché capivo quei personaggi che Pasolini raccontava. Il personaggio di Franco Citti era poi un criminale, una persona sostanzialmente meschina, e Pasolini ha preso questa forma bassa, tra le più infime dell'umanità, e l'ha santificata nel finale, dove vediamo Vittorio morire tra due ladroni dopo una vita di sofferenze, tanto da esclamare 'ah, mo sto bene'."
Scorsese ha altro da aggiungere su Pasolini: "Da lui ho imparato anche molto sull'utilizzo delle musiche, sul modo evangelistico di sfruttarle. Poi c'è tutto un discorso da fare nell'Accattone sulla tragedia della morte di un persona che viene successivamente dimenticata. Per me questo implica che le persone di strada sono le più vicine a Cristo, molto più di quelle in alto. Inoltre di Pasolini mi sono letto tutto nel corso della mia vita, cosa non facile viste anche le poesie, ma l'ho fatto".
Da Pasolini si passa poi a La presa del potere da parte di Luigi XIV, uno dei film della seconda parte della carriera di Roberto Rossellini, quella disinteressata al cinema come arte egoriferita e incentrata invece sul valore didattico. La clip riprende la sequenza della stanza da letto e la visita del medico: "Il cinema neorealista italiano l'ho visto tutto in tv. Avevo cinque anni", dice il regista. "Al tempo li passavano in televisione. Paisà, Roma Città Aperta e via dicendo: Tutti visti in tv. Per me questi film non erano cinema, ma vita reale. Guardandoli, sento ancora oggi una connessione particolare con la mia famiglia, perché ci ricordo uniti davanti alla televisione a guardarli insieme. Le storie di questi titoli rappresentavano per il me di quell'epoca qualcosa che stava accadendo realmente a New York in quei momenti".

Va poi nel particolare: "Per La presa del potere da parte di Luigi XIV ricordo di averlo sempre visto al New York Film Festival con Rossellini presente. Il film non era stato accolto benissimo, a dire il vero. Inizialmente Rossellini era concentrato sull'aspetto artistico del cinema, poi a un certo punto ha deciso si andare oltre l'autoreferenzialità della creazione artistica, scegliendo di girare prodotti didattici. E Luigi XIV è un film fantastico in tutti e due i sensi. C'è dietro tanta composizione della scena, quasi fosse un quadro di Velasquez o di Caravaggio, anche grazie all'uso delle luci, alla postura degli attori. Rossellini amava concentrarsi sul dettaglio e da lì riusciva a raccontarci tutta una storia. Riusciva a scarnificare le scene del film arrivando all'essenziale. In questo l'ho molto imitato in tanti miei film, come in Toro Scatenato. Ho imparato davvero molto da lui".
Aggiunge poi un aneddoto: "Ho incontrato Rossellini una sola volta, a Roma. Passeggiavo insieme a un selezionatore di un festival al quale dovevo partecipare e ricordo che c'era molto traffico. Stavamo parlando di lui quando lo incontrammo e cominciammo a camminare insieme. Allora gli dissi se fosse a conoscenza del fatto che proprio il suo Luigi XIV era molto popolare in America, ma lui rispose che non era interessato all'arte e che voleva pensare ad altro, all'istruzione. Quando insistetti, mi disse proprio che non gliene poteva importare di meno del successo o della popolarità".

La società disillusa, che cambia

Come terzo film, Martin Scorsese sceglie un gioiello di purezza e veridicità del cinema neorealista: Umberto D. del grande Vittorio De Sica, scritto da Cesare Zavattini: "Questo l'apice massimo del neorealismo, a mio avviso", ricomincia Scorsese, in questo caso visibilmente esaltato e divertito dal materiale appena mostrato: "Zavattini e De Sica hanno scelto di girare un film con protagonista un Vecchio, mettendo al centro la tematica del radicale cambio della società, che anziché aiutare e rispettare gli anziani, li ignora, quasi con disprezzo. Mi piace poi che De Sica non dipinga al contempo come un santo Umberto, quindi il fatto che il film non sia in alcun modo sentimentale. Certo, la musica ha un crescendo che ha forse un che di romantico, ma si ferma lì". Addentrandosi nella clip visionata, quella in cui il protagonista sfrutta il cane per elemosinare qualche lira, Scorsese riflette divertito: "Nella scena vista, il vecchio ha necessario bisogno di mangiare e non ci pensa due volte a sfruttare il suo cane per farlo, sapendo perfettamente come l'animale susciti molta più tenerezza e compassione nelle persone. Come dicevo, non c'è niente di sentimentale e tutto è rifinito con veridicità, quella più pura, dove un anziano si dimostra meschino pur di mangiare".
Essendo tutti e nove i film scelti dal regista appartenenti ai decenni '50 e '60, Monda gli domanda allora se lui identificasse proprio in quegli anni il periodo aureo del cinema italiano: "Assolutamente no", risponde Scorsese. "Ho scelto questi film perché per me hanno avuto un forte valore formativo. Hanno contribuito in modo profondo al mio stile, ma il cinema italiano ha continuato anche dopo a sfornare dei veri capolavori, soltanto che poi già giravo i miei film".
Dal '52 passiamo poi al '61 con Il Posto di Ermanno Olmi, scelta alquanto curiosa ma presto spiegata dall'autore: "Un film magnifico", dice. "Ricordo che il distributore americano dell'epoca, proprietario dei migliori cinema di New York, amò così tanto Il Posto che decise di proiettarlo addirittura gratis il primo giorno. Qui ammiriamo un Olmi quasi documentarista, molto vicino a John Cassavetes. Gira in modo economico, se vogliamo. E agli inizi della mia carriera l'ho molto imitato, non avendo soldi per girare. Nel cinema di Olmi c'era purezza e ne Il Posto vediamo questo ragazzo spaesato entrare in una società mostruosa, come è stato il passaggio all'industrializzazione. Nei suoi film e anche in questo è come se l'umanità venga tagliata fuori. Ho sfruttato molto lo stile di Olmi nei miei film, specie in Toro Scatenato".

Restando sempre in tema sociale, dopo Olmi il regista sceglie L'Eclisse di Michelangelo Antonioni, terzo capitolo della trilogia tematica composta anche da L'Avventura e La Notte. Sull'autore, Scorsese dice: "L'avventura è stato il suo primo film che vidi. Ho dovuto imparare a leggerlo. Sono una persona molto energica e veloce, e la pazienza e la capacità di osservare l'immagine e la scena, di sezionarla e analizzarla, mi viene dai classici del cinema americano e dai film stranieri, come appunto i neorealisti, ma Antonioni ha aumentato a dismisura la mia capacità di soffermarmi e concentrarmi sulle immagini. Guardando l'Avventura ho imparato lo studio dello spazio e del ritmo. Al tempo era come se fosse Arte Moderna, poco comprensibile insomma, e infatti è probabile che io non ne capisca ancora niente. Ricordo che Richard Price mi disse "le cose che vanno oltre la Madonna col Bambino. Tu, caro Martin, proprio non le capisci." E ancora su Antonioni: "Se nell'avventura c'era arte analitica, diversa, ne L'Eclisse a spiccare è la composizione. Non mi stancherò mai di ripetere che la composizione della scena è già narrazione, capiamo tutto da lì, anche in questo caso. L'isolamento, la paura di fallire, il tormento interiore. Per quanto mi riguarda, la Trilogia di Antonioni ha riscritto profondamente il linguaggio cinematografico, che lo ha poi condotto inevitabilmente a Zabriskie Point negli anni '70".

La commedia e il dolore

Tra i nove film che hanno cambiato radicalmente la vita professionale di Martin Scorsese spicca anche il bellissimo Divorzio all'Italiana di Pietro Germi, una delle commedie italiane più amate di sempre. A quanto pare, inoltre, il regista si sarebbe ispirato in modo particolare al film per il suo Quei Bravi Ragazzi. Ecco spiegato in che modo: "Sì, ho studiato molto Divorzio all'Italiana. Dentro al titolo di Germi c'è soprattutto tanto humor. È un film profondamente satirico e lo si intuisce anche dai movimenti della macchina visti nella clip, dove il regista si sposta a mostrare soprattutto le reazioni del pubblico in aula, ignorando il più delle volte l'avvocato e la sua arringa, che resta in sottofondo. Ma è anche un film molto vero, il che mi fa pensare che Germi adorasse queste persone, che non volesse in alcun modo condannarle. Non vedo Divorzio all'Italiana da anni, ma ogni volta mi colpisce lo stile con cui è costruito, il suo bianco e nero, la satira che si cela dietro ogni cosa e che viene espressa anche attraverso la tecnica."
Dalla commedia si passa così al dramma e al dolore di una madre che si strugge per la morte del figlio nel Salvatore Giuliano di Francesco Rosi, altro capolavoro del cinema neorealista italiano, con uno dei primi utilizzi della narrazione sfasata e via flashback da parte di un autore nostrano. Dice Scorsese: "Anche Salvatore Giuliano è uno di quei film che vidi in due o tre anni della mia vita. Capite insomma quante volte è cambiata la mia vita in quel periodo. Qui Rosi mostra i fatti, ma in qualche modo i fatti non sono la verità, cosa che porta le radici della corruzione sempre più in profondità. È un po' la tragedia del Sud, che in parte conosco, dato che i miei nonni sono emigrati dalla Sicilia nel 1910. La scena appena mostrata del riconoscimento di Salvatore, inoltre, mi ha sconvolto molto la prima volta, perché da italo-americano ti viene insegnato che devi nascondere la tue emozioni e quindi non ero abituato a vedere una simile reazione, tanto estrema ed esagerata. C'è poi dietro alle inquadrature tutto un aspetto religioso che non serve neanche spiegare. Mi limiterò a una citazione: 'Il mito che diventa storia, la storia che diventa mito'."

In una lezione di cinema sostanzialmente in bianco e nero, prima di chiudere con il sublime Le notti di Cabiria di Federico Fellini, Martin Scorsese scegli di inserire anche quello che è uno dei suoi film preferiti di sempre, Il Gattopardo di Luchino Visconti: "In senso psicologico e anche antropologico, ne il Gattopardo prima Giuseppe Tomasi di Lampedusa e poi Visconti ci mostrano la fine dell'età dell'innocenza. Soffermandoci poi sul tecnico, c'è una correlazione registica con Rossellini, perché Visconti riesce a passare dall'elemento particolare, minimo, a un macro cosmo di significati. Il lavoro dell'autore unisce poi la politica all'opera e a un melodramma senza i limiti del genere. E il Gattopardo è in un certo senso proprio il culmine del suo cinema, che non è mai stato toccato da una certa influenza new wave dell'epoca".
Soffermandosi sulla scena del valzer mostrata, il regista analizza: "Qui c'è un ritmo meditativo, quasi fisso, mentre le inquadrature no e anche le scene sono ricche e opulente, al contrario di quelle di Antonioni, invece più scarnificate. Del film mi ha poi colpito molto il passaggio del tempo, specie dal punto di vista del Principe di Salina, che con l'evolvere della storia comprende come i vecchi costumi lasceranno spazio ai nuovi - non per forza dissimili - e che per lui è sostanzialmente arrivato il momento di morire."

E su Le Notti di Cabiria e Fellini, Scorsese vorrebbe quasi rimanere in rispettoso silenzio, ma spronato da Monda dice: "Nel finale de Le notti di Cabiria c'è tanto stile felliniano ed è commovente, incredibile, perché assistiamo a una vera e propria rinascita spirituale della protagonista, che passa in pochi minuti dal desiderio di morte a un sincero sorriso sul volto. Semplicemente splendido". Parla poi degli incontri con Fellini e rivela: "Io e Federico stavamo anche per realizzare un documentario per la Universal, che sarebbe ovviamente stato un documentario di Fellini, vibrante del suo particolare stile che noi tutti conosciamo. La morte, purtroppo, è arrivata prima che potessimo iniziare".
Il regista infine si alza, accompagnato dagli applausi di un pubblico entusiasta, ricevendo il Premio alla Carriera dalle Mani di Paolo Taviani, che ringraziando l'amico e collega chiude l'incontro con delle meravigliose parole che non possiamo esimerci dal riportarvi, perché perfette nel descrivere l'autore: "Martin Scorsese è un lavoratore instancabile, un artista che ci aiuta a capire chi siamo. Ora è un dominio alla Dostoevskij, ora un regista innamorato dell'amore, ora un santo tormentato. Ha però una grande fortuna: una fiducia illimitata in se stesso. Questo è un dono. Riesce così a raggiungere un pubblico di giovani che provano un grande amore per il suo cinema. E lui stesso è aiutato dal suo amore per la settima arte, come ci ha dimostrato anche stasera, facendo rivivere questo cinema ormai passato con entusiasmo e passione. Mi rivolgo a te, Martin. In nome del cinema italiano: grazie".

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