Luca Marinelli, nuova e grande icona del cinema italiano

La vittoria della Coppa Volpi per Martin Eden è di fatto la consacrazione di un interprete straordinario che sta regalando tanto al nostro cinema.

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Ha un accento marcatamente romano che non riesce proprio a nascondere, Luca Marinelli, fresco vincitore della Coppa Volpi a Venezia 76 per la sua straordinaria interpretazione di Martin Eden nel film di Pietro Marcello. Per questo ha tramutato quello che in molti potrebbero vedere come un difetto, in campo artistico, in un suo punto di forza, insieme a quel timbro di voce baritonale, profondo, importante. Ormai lo riconosciamo, Marinelli, lo applaudiamo e non vediamo l'ora di scoprire quale sarà il suo prossimo progetto, anno dopo anno. È un volto che amiamo e ci piace vedere sul grande schermo, capace com'è di abbandonare le sue vesti di star misurata e addentrarsi nel profondo dei suoi personaggi, trovando sempre la dimensione adeguata, i giusti accordi con cui eseguirli.
È un talento giovane e sorprendente, Marinelli, che in dieci anni di carriera non ha mai fatto un passo indietro nella sua personale evoluzione umana e lavorativa, dimostrandosi attore senza fronzoli, aperto a cogliere ogni opportunità con grinta e voglia di crescere, arrivare sempre più in alto, osare, sperimentare e collaborare anche con i grandi del cinema internazionale. Un percorso, il suo, fatto più di protagonisti che di apparizioni, passato per più tempo sui set che sui red carpet, legato a un modo di intendere l'interpretazione con spirito nobile, indefesso, passionale. E questo sembrerebbe, praticamente da sempre, sin dai tempi del suo brillante debutto cinematografico ne La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo.

Volontà e Volonté

Francesco Rosi parlava del mitico Gian Maria Volonté come "di un ladro d'anime", ovviamente in senso figurato, ragionando su come uno dei più grandi attori del '900 (e tra i più grandi della storia del cinema) riuscisse a mimetizzarsi all'interno dei suoi personaggi, con una capacità interpretativa matura e complessa. Volonté era magnetico, affezionato al cinema di genere, con grandi doti drammaturgiche e icona dell'impegno civile attraverso la settima arte. Dalla sua morte, avvenuta nel 1994, l'Italia ha conosciuto pochi altri interpreti tanto incisivi e versatili, ma pur con le dovute differenze, forse, proprio Luca Marinelli (magari insieme ad Alessandro Borghi e Pier Francesco Favino) racchiude nella sua brillante carriera lo spirito attoriale di Volonté, rappresentando oggi una figura centrale e intellettualmente popolare del cinema nostrano.

È stata chiara sin da subito - dall'esordio nel film di Costanzo - la caratura attoriale di Marinelli, presentato al pubblico cinematografico in un ruolo difficile e articolato come quello di Mattia Balossino, matematico introverso e problematico molto più amico dei numeri che della vita, afflitto da una grave perdita e in un continuo intersecarsi con un'anima affine, seppure anch'essa frammentata e distorta.
Dopo un inizio in televisione, in piccoli e soffocanti ruoli mai abbastanza capaci di condurre a un'efficace e definitiva emancipazione del suo talento, Marinelli è sbocciato improvvisamente nel giardino cinematografico, ottenendo quasi immediatamente anche una parte interessante ne L'ultimo terrestre di Gipi, dove ancora prima che Jared Leto provasse a farlo in Dallas Buyers Club lui vestiva i panni di un transessuale; e questo già solo alla sua seconda prova recitativa sul grande schermo. E che intensità e calore regalava a quel personaggio, in quel ben costruito, astuto e intelligente debutto di Pacinotti.

L'anno dopo, nel 2012, arriva la collaborazione con Virzì in Tutti i santi giorni, che gli fa ottenere la sua prima nomination ai David di Donatello, questo prima di partecipare in un piccolo e a suo modo eccentrico ruolo ne La grande bellezza di Paolo Sorrentino, nel mentre di altri lavori più intimi e indipendenti con registi e amici quali Corrado Sassi o Alessandro Lunardelli. È così, Marinelli: un moschettiere del cinema Italiano al servizio dell'arte, quando valorizzata dai grandi e quando veicolata dai meno conosciuti, comunque sempre pronto a scendere nel cosmo dei suoi personaggi con la stessa bravura e uguale energia.

Il "cattivo" successo

I veri trionfi che lo fanno esplodere nel panorama internazionale e conoscere dal grande pubblico arrivano però nel 2015, ed esattamente con gli eccezionali Non essere cattivo di Claudio Caligari e soprattutto con Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. A dire il vero, forse grazie a delle sensibilità da borgata romana, con un dialetto qui più pronunciato che in passato e in un ruolo da ragazzo rovinato dal mondo criminale e difficile di periferia, Marinelli dona alcuni tratti del suo magnifico Cesare all'esuberante e stravagante Zingaro, personaggio che lo incorona come una della maestà attoriali indiscusse del cinema italiano.
A capo di una banda di rapinatori sgangherata con sede in un piccolo e malandato canile, Fabio Cannizzaro è uno "che vole svordà", fare il grande passo, unirsi alla criminalità organizzata e lasciare un segno. Ha sempre sognato il successo e tentato di imprimersi nella memoria collettiva come una star, uno showman megalomane e appassionato di Anna Oxa che ricorda nei suoi moti psicopatici, androgini ed eccessivi il personaggio di Ted Levine ne Il Silenzio degli Innocenti. Ma anche un po' il Joker, con questo suo curioso modo di esprimersi e giocare, perdere le staffe e scoppiare in un tumulto grottesco di rabbia e manie.

Un personaggio incredibile, a suo modo raffinato in una ricercata e bizzarra ineleganza che caratterizza all'estremo e in modo eccezionale lo Zingaro, parte che il talento di Marinelli riesce a togliersi di dosso con estrema disinvoltura, andando oltre lo stesso senza restarci perennemente legato e imitare il ruolo o essere scelto per riproporlo in altri titoli.
I film successivi sono infatti molto diversi e vedono l'attore nei panni di un trentenne omosessuale e introverso ne Il padre d'Italia - altra grande ed emozionante interpretazione - e in quelli di Milton nell'adattamento di Una questione privata a firma fratelli Taviani, altri importanti autori italiani con cui Marinelli ha avuto piacere e occasione di collaborare. A questo punto non ha più bisogno di dimostrare niente a nessuno ma continua a imprimersi nel cuore del pubblico grazie a scelte efficaci e coraggiose, come quella di vestire i complicati panni di Fabrizio De Andrè nel Principe Libero di Luca Facchini, ruolo a cui l'interprete riesce a donare anima e corpo in maniera penetrante, recitando come spesso fa anche solo con i suoi grandi occhi, dove racchiude per De André il profondo senso civile e rivoluzionario dei moti del '68 e quella poesia celata nel cuore che sboccia melodiosa nelle sue canzoni, raccontando la vita.

Nel 2018, infine, arriva anche il suo eccellente debutto internazionale nell'ottimo Trust di Danny Boyle, dove dà corpo e voce a Primo, capo dei rapitori di John Paul Getty III e ulteriore caso studio dell'ambiguità che si cela nell'uomo dopo Cesare e lo Zingaro, qui davvero in una parte da caratterista che riesce a portarsi a casa con estrema facilità, mangiandosi quando in scena persino attori del calibro di Harris Dickinson e Donald Sutherland. E dopo dieci anni di carriera cinematografica, il Martin Eden di Pietro Marcello riesce a glorificare ulteriormente l'estro recitativo di Luca Marinelli, emblema contemporaneo e tutto italiano di ingegno, capacità e passione.

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