Luca Guadagnino da Palermo agli USA: storia di un autore internazionale

In occasione del successo internazionale di Chiamami col tuo nome, ecco una panoramica sulla carriera del regista siciliano Luca Guadagnino.

Luca Guadagnino da Palermo agli USA: storia di un autore internazionale
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La notte del 4 marzo 2018, Luca Guadagnino vorrebbe essere chiamato con il suo nome. Perché, se così fosse, vorrebbe dire che il suo ultimo film, Chiamami col tuo nome, avrebbe vinto l'Oscar principale, quello al miglior film. La concorrenza è serrata e un minimo di delusione per la mancata candidatura alla miglior regia (probabilmente battuto sul filo di lana da Greta Gerwig per Lady Bird, l'altro nome giovane del lotto) esiste. Tuttavia le quattro nomination volute dall'Academy Awards per Chiamami col tuo nome sono l'ennesima conferma del riscontro e degli apprezzamenti che il regista palermitano da sempre riesce a ottenere con più costanza e frequenza all'estero che non in territorio italiano.

Le origini e i documentari

Nato a Palermo da madre algerina, la storia di Luca Guadagnino è virtuosa e altalenante, come del resto è stato il suo cinema in questi anni. Rientrato in Italia dopo aver vissuto per un periodo in Etiopia, Guadagnino si laurea alla Sapienza con una tesi in storia e critica del cinema sul regista statunitense Jonathan Demme. Principalmente ricordato per aver diretto titoli rinomati quali Il silenzio degli innocenti e Philadelphia, vincendo l'Oscar per la miglior regia per il film con Jodie Foster e Anthony Hopkins, Demme è stato un apprezzatissimo regista di documentari musicali. Il più recente è Enzo Avitabile Music Life, incentrato sulla figura del noto sassofonista napoletano, ma nella sua carriera spiccano i doc su artisti come Neil Young, Justin Timberlake e Talking Heads. Lo stesso Guadagnino, probabilmente ispirato dai lavori di Jonathan Demme, si avvicina alla macchina da presa attraverso questo tipo di cinema. Dal 1996, inizia a lavorare a una serie di documentari e instaura nel frattempo una solida e proficua amicizia con Tilda Swinton, che parteciperà a parecchi progetti del cineasta siciliano.
E proprio la musica, come per il regista americano, è al centro del cinema e delle ispirazioni di Guadagnino, che nel cuore di Catania, dove viene a contatto con l'arte di Carmen Consoli, Arto Lindsay e i R.E.M. ma anche di numerosi cantautori locali, ambienta uno dei suoi documentari musicali più noti, Mundo Civilizado, con protagonisti Libero De Rienzo, Valentina Cervi e Fabrizia Sacchi, con lo stesso Arto Lindsay - a cui l'anno successivo dedicherà un mediometraggio - e i Planet Funk.

I primi lungometraggi e l'approdo ai Festival

Mundo Civilizado viene presentato a Locarno ma il primo vero contatto tra Luca Guadagnino e un festival di prima grandezza, con il quale avrà in seguito un rapporto alquanto tormentato, risale al 1999, quando presenta al Lido di Venezia il suo primo film che mescola documentario e finzione: The Protagonists ha un incipit che riguarda due giovani della borghesia londinese della metà degli anni '90, trasformati in assassini di un uomo senza alcuna motivazione, forte di una narrazione che mette al centro la figura di Tilda Swinton, che cinque anni più tardi, insieme a una troupe, cerca di ricostruire l'intera vicenda di cronaca.
Seppur con un'impostazione grezza e ancora da affinare, il film mostra già alcune delle peculiarità che contraddistingueranno lo stile cinematografico di Luca Guadagnino: dalle inquadrature originali alla cura della forma, Guadagnino si dimostra da subito un cineasta attento alla struttura estetica del suo lavoro, senza tuttavia trovare quel bilanciamento narrativo e stratificato dal punto di vista drammaturgico, che servirebbe per conferire il giusto spessore al tema trattato. Il successo commerciale gli arride qualche anno dopo trasponendo sul grande schermo il discusso best-seller di Melissa Panarello 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire. Il film, Melissa P., mostra il trasgressivo avvicinamento al sesso della sedicenne Melissa (Maria Valverde), che dopo aver perso la verginità inizia a esplorare la sua sessualità attraverso esplicite esperienze con vari ragazzi. Nonostante l'apprezzamento del pubblico al botteghino, Melissa P. viene stroncato dalla critica e dalla stessa autrice del libro. In effetti il film rappresenta probabilmente il punto più basso della carriera di Guadagnino sinora. Un mix di sequenze pretestuose e moraliste che scadono nella retorica più bieca e fastidiosa.
Il film segna un primo momento di pausa dal lungometraggio per Guadagnino, che torna a dedicarsi al documentario con un lavoro su Pippo Delbono, e alla produzione, ambito nel quale sarà attivo anche negli anni successivi.

Io sono l'amore, Chiamami col tuo nome

Nel 2009 Luca Guadagnino torna al cinema dalla porta principale. Alla Mostra di Venezia il regista presenta Io sono l'amore, torbido melò che propone un racconto passionale e pericoloso, un sentimento che nasce nel cuore della borghesia milanese, dove Emma (Tilda Swinton), sposata a un ricco industriale (Pippo Delbono), s'invaghisce dell'amico del figlio (Flavio Parenti), lo chef Antonio (Edoardo Gabbriellini). Guadagnino rispetto agli esordi è ora un regista interessato ad approfondire concretamente varie tematiche e Io sono l'amore è la summa di un lato ben preciso del suo cinema, dove il formalismo degli inizi cerca di amalgamarsi alla profondità delle argomentazioni proposte. Argomentazioni che spesso rimangono lì, in superficie, vittime di un'espressione fin troppo compiaciuta e fine a sé stessa. L'evoluzione del cinema di Guadagnino rispetto ai primi lavori è evidente ma ancora troppo debole per poter generare un prodotto che sia in grado di mostrare tutto lo spessore dovuto rispetto alle interessanti premesse.
Accolto con esagerato astio al Lido, Io sono l'amore ha riscontrato un inaspettato successo all'estero, primo tassello di quello che sarà poi uno dei punti fondamentali dell'escalation di Guadagnino: il consenso fuori dall'Italia. Amato da Scorsese e Tarantino, il film ottiene nomination ai Golden Globes (miglior film straniero) e agli Oscar (migliori costumi). L'alternanza tra il cinema di finzione e il genere documentaristico diventa praticamente una regola e, prima di ripresentarsi con un nuovo lungometraggio, Guadagnino torna a raccontare un'icona, questa volta del cinema, come Bernardo Bertolucci, e l'occupazione italiana in Etiopia durante il periodo fascista in Inconscio italiano.

Nel 2015 è di nuovo alla Mostra di Venezia con il primo ambizioso esordio in lingua inglese. In A Bigger Splash torna la fidata Tilda Swinton nei panni di una rockstar, Marianne Lane, in vacanza a Pantelleria insieme al compagno, Paul (Matthias Schoenaerts), la cui tranquillità viene turbata dall'arrivo del bizzarro produttore ed ex fidanzato Harry (Ralph Fiennes) e la giovane fidanzata Penelope (Dakota Johnson). Sequenze patinate, fotografia kitsch e una sceneggiatura priva di guizzi rendono il film di Guadagnino, un'altra espressione incompiuta delle potenzialità che avrebbe il suggestivo cinema del regista siciliano. Se la caratterizzazione dei personaggi (eccetto la macchiettistica presenza di Corrado Guzzanti sul finale) è valorizzata dalla buona interpretazione di quasi tutto il cast, A Bigger Splash si perde inesorabilmente col passare dei minuti nonostante una soundtrack rock di ottimo livello. Un film insipido, paradossalmente un passo indietro rispetto a Io sono l'amore, che poteva risultare il preludio a un andazzo difficile da ribaltare. Eppure il cinema, come l'intera esistenza, riserva sempre delle sorprese inaspettate.
Il talento di Luca Guadagnino ha trovato finalmente una compiutezza, un nuovo punto di (ri)partenza incoraggiante in Chiamami col tuo nome. Timothée Chalamet e Armie Hammer sono i protagonisti di un inno all'amore e al coraggio di viverlo. Un mix suggestivo, emozionante, erotico e commovente nel quale Guadagnino modella il suo innato senso estetico e lo fonde con un citazionismo qui (quasi) mai gratuito, una sceneggiatura scritta meravigliosamente da James Ivory e una partitura musicale magnetica di Sufjan Stevens. Una pellicola sincera, spontanea, da guardare senza freni. Con un sorriso liberatorio e uno sguardo sull'amore. Pieno di lacrime, gioia, dolore. Pieno di vita.

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