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Luc Besson: i tre migliori film del regista francese

Scopriamo di più su Luc Besson, il regista visionario di Valerian e la città dei mille pianeti, ripercorrendo le migliori tappe della sua carriera.

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Costato la bellezza di 197 milioni di euro, Valerian e la Città dei Mille Pianeti sta per riportare Luc Besson tra le stelle, a vent'anni esatti da Il quinto elemento. È quindi l'occasione per ripercorrere la carriera di un regista che, tra alti e bassi, ha saputo portare all'attenzione internazionale un nuovo cinema europeo. Legato da subito alla fantascienza, decide di esordire nel lungometraggio proprio in quel genere, notoriamente screditato dalla critica dell'epoca e ridotto a cinema di serie B. Le Dernier Combat esce in un clima particolarmente felice per la sci-fi che solo un anno prima aveva visto l'uscita di Blade Runner e La Cosa, ma Besson, che imprime da subito una componente autoriale riconoscibilissima, è più incline alle atmosfere distopiche milleriane di Mad Max che alla riflessione filosofico-esistenziale di Ridley Scott. Il film ottiene un notevole successo nei circuiti festivalieri, anche grazie all'intuizione di azzerare completamente i dialoghi, e permette Besson di spiccare quel salto che gli consentirà di produrre le migliori pellicole della sua carriera.

Subway (1985)

Subway, del 1985, rientra senza dubbio tra queste. Accantonata momentaneamente la cornice fantascientifica, Besson abbraccia completamente quell'atmosfera noir che già preponderava sottocute nella pellicola d'esordio e descrive il mondo sotterraneo della sua Parigi attraverso le peripezie del ladro Fred. All'interno di questi 104 minuti c'è tutto l'amore del cineasta per il classico noir all'americana: il ladro, i gangster, la donna del boss e il protagonista che cade presto vittima del fascino della femme fatale di turno. Per la prima volta fanno capolino i personaggi che da qui in avanti saranno riconoscibili in tutta la filmografia di Besson: eccentrici, ironici, ma non per questo poco inclini alla violenza. Oltretutto, assistiamo a una costruzione estetica che servirà a definire il taglio stilistico di una regia in continuo movimento che sa benissimo quando eccedere e quando concedere un po' di tregua allo spettatore. Un ossigenato Christopher Lambert, esploso l'anno successivo con Highlander, e un'irresistibile Isabelle Adjani confezionano una opera seconda che non si dimentica.

Nikita (1990)

Dopo essersi alienato il favore della critica (Le Grand Bleu apre addirittura il Festival di Cannes, ma viene stroncato all'unisono, risultando tuttavia un enorme successo di pubblico), la grande riconciliazione avviene con l'ingresso negli anni Novanta. Nikita è un ritorno alle atmosfere noir e drammatiche verso cui il regista sembra avere un rapporto preferenziale, ma soprattutto stavolta gli arride anche il successo di pubblico. La fusione tra uno stile adrenalinico dove il montaggio richiama il cinema statunitense e scene più dimesse dove l'introspezione psicologica dei protagonisti (ma soprattutto della protagonista) tipicamente europea è perfetta e restituisce alla narrazione un respiro ampio, in grado di scardinare i confini francesi in cui il film sembrava relegato per raggiungere lo status di cult internazionale.

Léon (1994)

Dopo la parentesi marina di Atlantis, in cui torna l'amore per il grande blu, Besson tocca quello che ad oggi rimane probabilmente l'apice di una carriera che da qui in poi finirà per perdere la bussola, orientando l'attenzione più verso l'eccesso visivo e l'impianto scenografico che su una narrazione con al suo interno la potenza sostanziale del cinema degli esordi. Léon è la summa delle componenti migliori di Besson, che qui spinge sul pedale della violenza, giù onnipresente nei precedenti lavori, aggiungendo una componente erotica ambigua e profondamente taboo come l'amore tra una preadolescente e un sicario quarantenne che dà il titolo alla pellicola. Sebbene mai veramente esplicitato, il desiderio proibito permea tutta la narrazione che pure utilizza i già apprezzati elementi del noir e del gangster movie al massimo del loro splendore e garantendo un apparato visivo che entrerà da subito nell'immaginario di molti cinefili nati sul finire degli anni Ottanta.

Difficilmente Valerian e la Città dei Mille Pianeti riuscirà a riportare l'amante del cinema di Luc Besson a quel misto tra genuinità e ingenuità dei suoi migliori lavori, ma se non altro sarà fondamentale per capire se la direzione di un autore - che negli ultimi anni ha raggiunto un potere contrattuale enorme come produttore - continuerà a spingere sul cammino già tracciato dai dimenticabili Cose nostre - Malavita e Lucy o se la ritrovata atmosfera da space opera potrà spianare la strada a un prodotto dignitoso come lo era stato - al netto dei suoi difetti - Il quinto elemento.

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