Lo Zingaro: l'incredibile villain di Lo chiamavano Jeeg Robot

Uno tra i villain italiani più caratteristici degli ultimi anni è sicuramente Lo Zingaro di Luca Marinelli. Analizziamone gli aspetti maggiormente iconici.

Lo Zingaro: l'incredibile villain di Lo chiamavano Jeeg Robot
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Dopo esserci soffermati su numerosi villain iconici della storia del cinema, spaziando da Darth Vader fino all'intelligenza artificiale HAL 9000 passando anche dai classici d'animazione (qui potete recuperare lo speciale su Crudelia De Mon), è ora tempo di soffermarci su uno dei villain nostrani meglio concepiti e realizzati degli ultimi anni, cioè Lo Zingaro, soprannome di Fabio Cannizzaro, intenzionato a diventare il criminale più famoso, rispettato e pericoloso di Roma, interpretato da Luca Marinelli nel film Lo Chiamavano Jeeg Robot.
La pellicola, arrivata nelle sale nel 2015 per la regia di Gabriele Mainetti, è diventata da subito un piccolo grande cult del cinema italiano moderno, puntando con disinvoltura a rielaborare il tema supereroistico in maniera intelligente ed efficace, sfruttando il contesto italiano (la storia infatti si svolge a Roma) per creare situazioni al limite dell'assurdo giocando molto con il postmodernismo, riuscendo senza problemi a rivaleggiare con i più blasonati film Marvel e DC anche attraverso l'arma dell'ironia.
Il villain principale dell'opera ha sicuramente contribuito in maniera considerevole alla piena riuscita della storia, grazie a tutta una serie di tratti caratteristici capaci di formare insieme uno sfaccettato mosaico dall'indubbio fascino, come vedremo qui di seguito analizzando alcune delle peculiarità de Lo Zingaro.

Lasciare un segno

La grande bravura degli autori coinvolti (oltre a Gabriele Mainetti alla regia troviamo alla sceneggiatura Nicola Guaglianone insieme a Menotti) è stata quella di non guardare al genere supereroistico americano con sudditanza, cercando invece di rielaborare e decostruire gli elementi tipici degli stilemi della Marvel e della DC per creare un racconto altrettanto epico ma molto più sporco e genuino, fuori dalle logiche produttive dei blockbuster.
In Lo chiamavano Jeeg Robot lo stesso protagonista delle vicende, Enzo Ceccotti (interpretato da Claudio Santamaria) non richiama in nessun modo l'archetipo dell'eroe senza macchia e senza peccati, riuscendo solo durante l'intero arco narrativo del film, anche grazie all'aiuto della salvifica Alessia (Ilenia Pastorelli) a capire come sfruttare al meglio i suoi poteri, ottenuti per caso, risultando per buona parte dell'opera molto più vicino all'antieroe.
È in questo clima provinciale, profondamente fisico e a tratti grezzo, che facciamo la conoscenza de Lo Zingaro, un criminale di borgata sì spietato e brutale ma allo stesso tempo buffo nei suoi modi di fare tremendamente sopra le righe, a cavallo tra giullare di corte e gangster implacabile.
Il villain principale della pellicola è perfettamente ancorato alla città romana, radicato in tutte le storture di un intero sistema-Paese che spesso non riesce a dare il meglio di sé, producendo (anche per via di un elevato livello di degrado non solo sociale e strutturale, ma anche culturale) fenomeni a tratti tragici come Fabio Cannizzaro.
Lo Zingaro, obnubilato da un vero e proprio sogno di onnipotenza, pur non essendo ai vertici della piramide criminale romana, ambisce a diventarne capo, in una sorta di sogno americano distorto in cui la popolarità ne diviene il nucleo fondante, mosso da un inarrestabile spirito di rivalsa che forse però non si concretizzerà mai.

Il villain risulta così un personaggio profondamente attaccato al suo status sociale, smanioso di apparire in pubblico quanto e più delle celebrità che vede in tv (sarà proprio il protagonista a un certo punto a fargli presente di andare al Grande Fratello), rendendosi talvolta involontariamente ridicolo e portando alla luce il suo lato maggiormente infantile in svariate occasioni.
Numerosissimi i momenti cult che lo vedono coinvolto durante il film, tra cui l'ormai immortale sequenza in cui lo vediamo cantare con un'invidiabile sicurezza Un'emozione da poco di Anna Oxa (spingendo al massimo l'acceleratore sul fatto che è un amante della musica italiana del passato) così come il suo incontro con Marcellone.
Il notevole lavoro svolto in sede di caratterizzazione del villain lo rende di fatto un personaggio tridimensionale e solidissimo, in grado di reggere benissimo la scena anche da solo, così da trainare la stessa pellicola verso vette qualitative fuori di testa, mescolando sapientemente numerosi generi, anche grazie alla versatilità di Marinelli, a suo agio praticamente in qualsiasi sequenza.
La psiche fuori di testa del personaggio lo rende di fatto simile a una sorta di Joker di borgata, capace di interagire con il protagonista a più riprese mettendolo spesso in difficoltà non solo attraverso la forza bruta, ma anche con alcuni stratagemmi ben congegnati.

Facciamo il botto

La mania di protagonismo de Lo Zingaro diventa così una costante per tutto il film, risultando a tratti spassoso per la parlata (fortemente romanesca) così come i suoi modi di fare, tanto nei momenti in cui lo vediamo lottare contro i suoi nemici - non solo Enzo ma anche criminali della malavita - quanto nelle sequenze in cui interagisce con i suoi sottoposti.
La natura fortemente sopra le righe del personaggio, che in realtà poteva trasformarlo in una macchietta a tratti ridicola, ne risulta invece una delle componenti più riuscite, dando al villain un grado di imprevedibilità davvero marcato, impedendo agli stessi spettatori di riuscire a capire al millimetro come andrà a finire la storia.

La smania di potere del cattivo lo porta così per forza di cose a entrare direttamente in collisione con il protagonista, cercando a più riprese di comprendere l'origine della sua forza per arrivare a ottenerla e realizzare così i suoi sogni reconditi.
La stessa indole malvagia del villain non è comunque assolutamente da sottovalutare, dato che per tutto il film lo spettatore avrà modo di conoscere anche il lato più bestiale e oscuro del personaggio, il cui culmine arriverà proprio durante la parte finale del film, dove la resa dei conti si terrà nientemeno che allo stadio Olimpico, particolare atto ancora una volta a rimarcare l'intenzione degli autori di voler puntare senza problemi su una dimensione concettuale smaccatamente italiana.
Ovviamente l'interpretazione di Marinelli ha saputo valorizzare al meglio un personaggio all'apparenza semplice ma in realtà molto complesso e sfaccettato, radicato nella nostra cultura popolare fin nei minimi dettagli.

La sua stessa evoluzione stilistica e concettuale è stata ricreata in maniera coerente e senza accelerazioni di sorta, visto che il cattivo continua a crescere e a evolvere in maniera assolutamente priva di forzature.
Mainetti è stato anche molto abile nel trattare l'intera materia supereroistica, prendendone le giuste distanze senza però mai rinnegarla del tutto. Emblematica da questo punto di vista la sequenza in cui Lo Zingaro, rivolgendosi a un Enzo inerme perché immobilizzato, fa delle ipotesi sulla natura dei suoi poteri tirando in ballo ragni, pipistrelli e pianeti alieni, rievocando in modo tanto semplice quanto funzionale l'immaginario dei più famosi supereroi di sempre, Spider-Man, Superman e Batman, senza risultare in alcun modo fuori contesto.

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